Incantesimo a Darkwood

Incantesimo a Darkwood

Qualche settimana fa, ho partecipato a Roma a un bell’incontro di Moreno Burattini, sceneggiatore di lungo corso e curatore della serie bonelliana Zagor, con un appassionato manipolo di lettori dello spirito con la scure.

Il legame viscerale che lega il personaggio ai suoi aficionados perdura da oltre cinquant’anni: gli permette di resistere sugli scaffali, laddove chi prima o chi dopo, tanti nobili fratelli di “Bonellanza” hanno dovuto arrendersi ai cambi di stagione. Il soldato Zagor invece resta lì, nella trincea dell’edicola, a difendere la foresta di Darkwood e i sogni fumettistici di diverse generazioni di appassionati.

Darkwood

So che in molti guardano con distacco al fenomeno, quasi che non ci sia nulla d’interessante dal punto di vista critico in questo perdurare d’un eroe d’antan.  Intendiamoci: è indubbio che prevalga un certo fascino vintage nel leggere le avventure di un tizio che va in giro per il West, appeso alle liane, urlando a squarciagola come Tarzan, armato di una improbabile scure di pietra, con indosso un ancor più improbabile costume, a metà strada tra il supereroe e il trapezista del circo… Nondimeno, o forse proprio per questo, il fatto che la serie incanti ogni mese migliaia di lettori ha un ché di meraviglioso, anzi di magico.

Analizzando nel tempo le storie, la risposta critica che mi sono dato è che Zagor continua a “funzionare” perché rappresenta la summa del paradigma seriale bonelliano e della sua gabbia narrativa (per un approfondimento vi rimando al pezzo scritto con David Padovani qualche tempo fa). Le avventure del signore di Darkwood sono regolate da una leggibilità piana e lineare che riesce a soddisfare lettori con orizzonti d’attesa, vissuti e sensibilità anche molto diversi gli uni dagli altri. La formula – già messa a punto per Tex Willer – viene potenziata dalla struttura/palinsesto a “contenitore” del mondo finzionale, in grado di accogliere all’interno della stessa cornice (fanta)western tutti i generi dell’avventura dalla fantascienza all’horror.

“Quand’ero bambino, ogni volta che aprivo l’albo non sapevo mai cosa aspettarmi: indiani spietati, alieni, robot, vampiri, civiltà scomparse…”

Rievoca Alessandro, uno degli zagoriani presenti all’incontro, per spiegarmi il fascino speciale che il personaggio esercita su di lui da oltre quarant’anni.

Darkwood

A Darkwood vince sempre il sense of wonder

…Il gusto dell’avventura per l’avventura che, oggi tanti di noi, sommersi dalla pantagruelica e immanente disponibilità multimediale di cinema, serie tv, cartoni animati, giochi e videogiochi, hanno in parte smarrito. Scafati dal consumo bulimico di emozioni on demand,  abituati al’ingegnerizzazione sofisticata dei generi cui lo stesso fumetto è andato incontro, facciamo ormai fatica a meravigliarci.
Zagor e i suoi sciamani narrativi (in primis Moreno Burattini), invece, riescono ancora oggi a regalarci questo semplice incantesimo, a “imporci” la cadenza seriale, la periodicità mensile, il perenne ritorno dell’eroe in cerca d’avventura.

E fateci caso: nella variegata geografia dell’universo bonelliano, dall’Arizona di Tex alla Manaus di Mr. No, dalla Washington di Martin Mystere alla Londra di Dylan Dog, la foresta di Darkwood ancorché calata in un contesto “realistico” è il solo luogo autenticamente fittizio. La foresta di Zagor non ha bisogno di appigli cartografici, lo sceneggiatore Nolitta l’ha edificata sui ricordi emozionanti del giovane fumettaro Sergio.

Darkwood è la giungla del Bangalla de L’Uomo Mascherato, è la Xanadu di Mandrake, la Gotham di Batman, forse persino la Paperopoli di PaperinoDarkwood è da qualche parte nel Nord-Est degli Stati Uniti, ma è ovunque nell’immaginario collettivo, ricolma com’è di echi multimediali, a volte entusiasmanti, a volte ingenui e naìf, ma comunque sempre produttivi.

Darkwood

Per rendere conto delle qualità una serie come Zagor, varrebbe la pena prendere in prestito la definizione di “opera mondo” del critico letterario Franco Moretti. Moretti l’ha coniata per quei grandi romanzi (Faust, Moby Dick, Ulisse, Cent’anni di solitudine, etc.), capaci di restituirci la varietà della nostra esperienza umana in termini epici di digressioni, stratificazioni, pluralità. Cosa che, a suo modo, riesce a fare anche Zagor, protagonista di una ormai colossale odissea (fanta)americana, avventurosamente frammentaria, piacevolmente disordinata, programmaticamente interminabile

“A volte mi soffermo a guardare la copertina per diversi minuti, senza aprire l’albo. E’ il momento migliore quello in cui non so ancora dove Zagor mi porterà…”

Mi racconta con una punta di commozione Michele, altro zagoriano doc, e a me non resta che annuirgli, restando in ammirato silenzio di fronte all’incantesimo che ogni mese si compie a Darkwood.

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