In difesa di Han Solo – la cultura dello stupro e la responsabilità di chi scrive

LA RESPONSABILITÀ DELLO SCRITTORE NELL’ERA DELLA MEDIATIZZAZIONE DELLA MOLESTIA

Cosa dobbiamo pensare quando le storie che hanno cresciuto intere generazioni vengono accusate di aver contribuito al proliferare della cultura dello stupro?

Nel momento in cui scrivo l’articolo, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro importanti figure del cinema hollywoodiano come Kevin Spacey, Harvey Weinstein, Ben Affleck, Sylvester Stallone, Louis C.K. (e molti altri), sono state accusate di aver molestato sessualmente fan e colleghi/colleghe. Con un effetto alla vaso di Pandora, le testimonianze continuano ad aumentare su scala globale, interessando anche il settore dell’arte, il cinema italiano, fino all’esperienza dell’uomo e della donna comuni, indicizzata sui più popolari social network attraverso gli hashtag #quellavoltache o #metoo che nelle prime 24 ore hanno generato 12 milioni di post e interazioni su facebook e continuano a registrare un vertiginoso e costante aumento.

La questione ha alimentato l’importante discussione sulla cultura dello stupro nella nostra società portando in alcuni casi a focalizzarsi sui modelli che hanno determinato in passato l’accettabilità di alcuni comportamenti sconvenienti, in particolare nei confronti delle donne. Ed ecco che si parla di Han solo, Indiana Jones e James Bond come esempi tossici di molestatori, mentre Twilight e 50 sfumature di grigio “reiterano il mito della vergine pura—e quindi degna—e di una violenza impari sul piano della sessualità”, o, ancora, che la violenza carnale nel Trono di Spade non apparirebbe giustificata. Abbiamo citato solo alcuni articoli, ma una rapida ricerca vi darà accesso a un’ampia bibliografia, originata anche da fonti autorevoli.

Dal Trono di Spade, non esattamente una delle coppie più idilliache.

LA PREMESSA

Viviamo un’epoca di importante rivoluzione dei costumi, con notevoli progressi sul fronte della legittima affermazione di ogni identità di genere e il progressivo incremento di attività di sensibilizzazione orientate a stigmatizzare ogni forma di abuso.

Di contro, mai quanto oggi l’attività d’informazione e il mestiere giornalistico sono messi così in crisi dal sistema dei social e dalla diffusione accelerata di dati e fatti privi di alcuna verifica, al punto che a tutte le maggiori testate nazionali è capitato almeno una volta di riportare per vere notizie rivelatesi poi bufale (o, peggio ancora, già verificate come tali).

Per questo ogni persona uscita allo scoperto con il proprio trauma va considerata un importante esempio di coraggio che sta contribuendo a un movimento spontaneo in grado di cambiare in modo radicale e nel profondo un aspetto marcio e degradato del nostro modo di pensare.

Dall’altro lato, come giornalista ed essere umano, sento comunque la necessità di invitare i lettori ad adottare sempre un sano metodo di verifica della notizia e di sospensione del giudizio di fronte a titoli sensazionalistici ricavati da testimonianze di fonti anonime o da fatti non verificati da autorità competenti o professionisti dell’informazione.

MA QUINDI, I NOSTRI EROI SONO DEI MOLESTATORI?

Sì, alcuni lo sono, ma a nostro avviso non dovrebbe essere considerato un problema sociale. Almeno, non più della violenza presente nei videogiochi che, secondo alcuni, influenzerebbe negativamente la psiche di giovani e giovanissimi, mentre in realtà molte ricerche hanno accertato che fruire contenuti di natura violenta in ambito videoludico non influisce sull’incremento dell’aggressività giovanile, anzi, genererebbe l’effetto contrario.

[Va comunque sottolineato come ormai la totalità dei best-seller riporti un codice di censura concordato a livello europeo, PEGI, per cui un titolo come Call of Duty è sconsigliato ai minori di 16 anni. Rispettare tali indicazioni è alla base di un sano rapporto con queste forme d’intrattenimento.]

Premessa importante per dire che Han Solo ha senza dubbio forzato un po’ la mano alla Principessa Leila in un primo momento, come dimostra la sequenza riportata, ma è anche vero che non potevamo aspettarci nulla di diverso dal suo personaggio.

Questo perché le grandi narrazioni che hanno investito l’immaginario collettivo non sono un semplice equilibrio di neurocinematica giostrata sulla perfetta alternanza di siparietti comici, esplosioni e costruzione artificiosa del climax, ma sono storie che creano un’epica in cui si muovono personaggi costruiti su modelli archetipici che seguono ognuno un proprio coerente cammino per l’autorealizzazione (parafrasando Christopher Vogler, uno dei massimi teorici della narrazione, nonché sceneggiatore hollywoodiano).

La coerenza è la chiave di tutto. Han Solo è una canaglia, un rinnegato fuorilegge guascone, abituato a uccidere e rubare, Indiana Jones è forse più uomo di cultura, ma calza bene nella descrizione, [e, trattandosi di due ruoli impersonati da Harrison Ford, questo dovrebbe farvi riflettere sul processo di identificazione attore/ruolo che opera il pubblico], James Bond, dal canto suo, è un freddo assassino tormentato dai traumi… sono esempi di antieroe che si contrappongono per molti aspetti al classico paladino, in chiave ironica o in chiave più hard-boiled, e pertanto manifestano anche atteggiamenti machisti, volgari se non apertamente aggressivi nei confronti di comprimarie o avversarie.

In tutti i casi citati le sottotrame amorose avranno un forte impatto sui personaggi, arrivando anche a segnarne il destino in modo tragico nel caso di Solo e Bond, ma ai fini della nostra analisi è importante rilevare come non avrebbero potuto comportarsi diversamente, perché la credibilità di un personaggio è data dalla coerenza di azioni e atteggiamenti. Se Han, in quel preciso momento della trama, si fosse presentato in uniforme proponendo in modo ufficiale la propria mano, magari inginocchiandosi con un sontuoso mazzo di fiori, gli spettatori avrebbero sentito stridere la sospensione dell’incredulità, un processo semiotico per cui ignoriamo le incongruenze di un mondo di fantasia per poterne fruire le trame, fintanto che ci appaiono sensate e giustificate all’interno di quel mondo.

QUINDI VALE TUTTO?

Un momento rilassante da The Green Inferno

Il cinema hollywoodiano è ancor oggi una delle istituzioni più attente alla censura che possano esistere nell’industria dell’intrattenimento occidentale; a livello di contenuti e nel periodo degli anni ’60 probabilmente la Comics Code Autorithy (l’organo di autoregolamentazione che bandiva la violenza dai fumetti) era un po’ più severa.

Se, da un lato, è (colpevolmente) mancata un’attenzione su ciò che accadeva nei camerini dietro le quinte, dall’altro non si può certo affermare che sia mancata la minuziosa revisione di quanto venisse destinato alle sale. In passato ciò ha innescato furiosi dibattiti sulla dignità e la personalità artistica del regista, mentre oggi il tema tocca vette ancora più profonde, come nel caso della cancellazione di Kevin Spacey dall’ultimo film di Ridley Scott ormai già prossimo alla distribuzione. Ad essere colpito non è più il personaggio, ma l’uomo dietro la maschera.

Senza aprire una parentesi su tali (comunque interessanti) questioni, è importante porre l’attenzione sulla presenza/ingerenza della produzione affinché il prodotto finale risulti sempre adatto al target finale. E l’ingerenza aumenta con l’incremento di tale pubblico.

Quindi, posta la presenza di un controllo sui contenuti, così come di limiti legati al budget, al casting, alla tecnologia, ecc… nei confronti dei fruitori coloro che scrivono ed elaborano le narrazioni d’intrattenimento hanno come prima responsabilità quella di produrre un mondo fatto di personaggi coerenti e credibili, che agiscano secondo impulsi e attitudini quanto più naturali e verosimili.
Una seconda, importante, responsabilità riguarda la Storia, la sua leggibilità, la sua coerenza interna, l’accessibilità del primo livello di lettura, l’integrazione organica di simbologie e riferimenti… Ed è a questo punto che alcuni insinuano una terza responsabilità: quella di creare modelli di comportamento. Questi, a onor del vero, sono spesso presenti nel grande cinema americano per ragazzi, ma nel complesso non sono necessari, in quanto la finalità del cinema d’intrattenimento NON è educativa.

E da qui nasce l’equivoco di accusare una costruzione finzionale di farsi portatrice di modelli deleteri. Chi crea storie ha una responsabilità morale nei confronti della loro qualità, ma non necessariamente della loro accettabilità (a meno che non sia richiesta dalla produzione).
Nessuno mette in dubbio che la creatività di ogni periodo storico, in particolare quella cinematografica, in qualche modo rifletta e riproponga abitudini, inquietudini, usi, costumi e modi di pensiero di un’epoca. Ed è chiaro che in presenza di minori appaia necessario contestualizzare  la presenza del tabagismo come effetto del product placement nei grandi noir, ma anche l’oggettivazione della figura femminile nel cinema action degli anni ’90. In tutti questi casi però, così come in quelli dove si ravvisino elementi di cultura dello stupro, non si può esprimere una condanna morale nei confronti di chi ha creato un mondo finzionale finalizzato al puro intrattenimento (e questo vale anche per la “sana” pornografia).

Uno scrittore non dovrebbe avere l’obbligo di “giustificare” uno stupro o un omicidio, né di far agire i suoi eroi/antieroi in maniera sempre corretta, o di temere di mostrare come positivi modelli familiari medievali o “antiquati” (magari proprio in una rappresentazione in costume), se la sua Storia funziona. E la qualità di una Storia prescinde dalle categorie morali in cui cerchiamo d’inscriverla.
Sui limiti del visibile e del narrabile magari parleremo in un’altra occasione, nel frattempo cerchiamo di tenere fuori le narrazioni immortali dalle nostre umane contingenze.

Valentino Sergi