In questi giorni, in cui come tanti celebriamo i 40 anni di pubblicazione di Dylan Dog, ho provato a ricordarmi quand’è che ho lasciato il cuore a Craven Road.
Non fu per L’alba dei morti viventi. Lo spiego anche in questo reel/omaggio: avevo 12 anni e gli horror mi facevano troppa paura.
Ci volle l’amico del cuore, Alessandro, quello con cui condividi pomeriggi e passioni a quell’età, a convincermi a riprovarci, mettendomi tra le mani Il ritorno del mostro mentre, a casa sua, sul giradischi girava Brothers in Arms dei Dire Straits. Lessi, e piansi.
Oltre la memoria
Per preparare il reel mi sono riletto l’albo. E la memoria, come spesso succede, non ha retto benissimo alla prova dei fatti: la storia non è quel capolavoro che ricordavo.

La struttura ricalca da vicino il cinema horror che circolava nelle sale di quegli anni: un killer silenzioso e apparentemente indistruttibile, fuggito da un manicomio criminale, che torna a dare la caccia alla stessa vittima. Sclavi, insomma, in quest’albo non inventa: ricompone. Prende il repertorio dell’horror cinematografico coevo e lo rimonta in una nuova storia. Eppure, dentro quel repertorio di cliché, innesta un personaggio che chiede al lettore qualcosa in più che il provare paura: innesca il desiderio di guardare la diversità del mostro dentro l’orrore stesso.
A riscattare l’albo, e a renderlo ancora oggi memorabile nonostante il debito verso i suoi modelli, è il finale, quello che, per correttezza verso chi non l’ha letto, non vi rivelerò.
E capire perché proprio quel momento ha resistito al tempo, mentre il resto si è un po’ appannato, dice qualcosa di più ampio su cosa ha reso Sclavi un autore diverso da tutti gli altri che, in quegli stessi anni, scrivevano fumetto popolare.

La qualità dell’incubo
Sclavi è stato un pioniere perché ogni volta che un personaggio premeva il campanello di Craven Road e partiva l’urlo, noi lettori entravamo in una dimensione dove ogni confine era abbattuto. Non solo quello tra realtà e fantastico, come si conviene a un fumetto horror, ma anche quelli tra cultura alta e cultura bassa, tra fumetto di genere e fumetto d’autore.
Insomma, quello strano miscuglio, in cui rimanevano rapiti tanto i dodicenni come me, quanto attempati e accurati studiosi come Umberto Eco, fra i più celebri estimatori dell’opera di Sclavi. Sclavi, coadiuvato da un cast di disegnatori straordinari, ciascuno portatore di una sua diversa qualità espressiva, riusciva, nelle storie e nei dialoghi, a mischiare i registri senza gerarchie.
Dylan Dog è stato un palinsesto multimediale e intermediale prima ancora che arrivasse l’ipermedialità: dentro ogni albo, cinema, letteratura e musica convivevano senza che nessun medium venisse trattato come ornamento colto o come citazione furba.
Quell’approccio, quarant’anni dopo, è diventato mainstream: dai cinecomic Marvel al cinema d’autore che flirta apertamente col pop, fino alla continuity spinta e ipermediale dei videogiochi e delle serie sulle piattaforme. Le piattaforme stesse, per molti versi, sono una versione allargata di quella intermedialità che Sclavi praticava già negli anni Ottanta, su carta, un albo al mese.

Rileggendo certe storie meno riuscite di Dylan Dog, quello che un tempo sembrava un intreccio di rimandi sapiente può apparire un semplice repertorio di pastiche: citazione sopra citazione, senza la tenuta narrativa che le teneva insieme.
Le storie con più cuore, invece, sono quelle in cui, dietro le situazioni di genere, erano i personaggi e i dialoghi a dare corpo alle suggestioni del racconto. E perfino nelle storie più derivative, come Il ritorno del mostro, non Memorie dall’invisibile o un altro episodio capolavoro della serie, la penna sensibile di Sclavi resta capace di metterci in connessione con i nostri sentimenti più profondi.
Ed è in quell’unico che sta la chiave per cui Il ritorno del mostro resta comunque un frammento di anima anche per me. Perché quella storia, da un lato, metteva in scena le mie paure manifeste per la violenza, per la mostruosità, per la morte; dall’altro mi accoglieva in una dimensione di empatia umana per la diversità, per chi, come me, era fragile.
Ecco cosa resta speciale della scrittura di Sclavi, quarant’anni dopo: alcune trame, molti personaggi, tutta la sensibilità di un grande autore.
Tutte le immagini e le vignette di Dylan Dog riprodotte in questo articolo sono © Sergio Bonelli Editore e vengono qui utilizzate a scopo di critica e commento.