Zack Snyder’s Justice League: quattro ore di dilettevole imperfezione

Zack Snyder’s Justice League: quattro ore di dilettevole imperfezione
La tanto agognata Snyder Cut di Justice League è approdata sui servizi di streaming e promette di far dimenticare la controversa versione di Joss Whedon.

snyder_cut_posterNovembre 2017. Le sale cinematografiche accolgono Justice League, film sul supergruppo di eroi DC Comics, alla cui regia è ufficialmente accreditato ma che in realtà, dopo l’allontanamento di quest’ultimo dal progetto, ha subito sostanziosi rimaneggiamenti da parte di Joss Whedon. Il film, concepito per essere la risposta di Warner Bros. agli dei Marvel Studios, si è però rivelato ben al di sotto delle aspettative e ha scontentato una larga parte dei fan, i quali non ci hanno messo molto (appena un paio di giorni dall’uscita) a cominciare a chiedere a gran voce il rilascio della versione originale della pellicola, quella che rispecchiava l’autentica visione di Snyder. Alla fine l’insistenza degli appassionati, riuniti sotto l’egida dell’hashtag #ReleaseTheSnyderCut, è riuscita a smuovere i piani alti di Warner Bros., i quali hanno concesso a Snyder 70 milioni di dollari per poter completare il suo film, senza far capire peraltro quanto materiale fosse già stato girato e scartato da Whedon a suo tempo e quanto ne sia stato realizzato ex-novo. Comunque sia, nel marzo 2021 è finalmente approdato sul servizio streaming HBO Max (e in Italia su Sky e NowTV) Zack Snyder’s Justice League, lungometraggio della durata di ben quattro ore (il doppio rispetto al film del 2017), che promette di offrire al pubblico l’esperienza originale e definitiva, così come era stata concepita dal regista.

Parlando in generale, il risultato finale può dirsi soddisfacente; la Snyder Cut è sicuramente un prodotto più curato e meglio congegnato, rispetto alla versione di Whedon, laddove il regista ha saputo sfruttare le due ore aggiuntive per dare alla sua pellicola una coerenza narrativa decisamente maggiore e per approfondire in maniera interessante il background dei personaggi. Bisogna riconoscere, tuttavia, che il film presenta anche diversi limiti, mancanze più o meno significative che lo trattengono dal diventare un’opera memorabile, limitandola ad essere “solo” apprezzabile.

Proprio dai personaggi vale la pena partire. Se nella versione di Joss Whedon questi potevano essere paragonati a sagome di cartone, tanto blando era il loro approfondimento, con archi narrativi risibili o nulli e risultando dunque essere per lo più personaggi passivi, qui, come accennato, possono invece contare su una caratterizzazione generalmente più sfaccettata. Questo è vero prevalentemente per le “new entry” dello snyderverse, ossia quei personaggi che non erano stati introdotti propriamente in Batman v , e in particolar modo è Cyborg, interpretato da , a beneficiarne maggiormente. Non solo il suo background viene approfondito e vengono mostrati i retroscena che hanno portato il giovane Victor Stone a diventare il metaumano cibernetico che è ora, ma può anche vantare un arco narrativo personale interessante e ben sviluppato, incentrato sul rancore nei confronti del padre e sul rifiuto di accettare la sua nuova condizione. Ciò lo rende, a tutti gli effetti, il vero e proprio protagonista del film e riesce a conquistargli l’interesse e l’empatia del pubblico.
Anche Aquaman ( Momoa) e Flash () vedono rinsaldato il proprio ruolo all’interno della storia. Tanto la ritrosia del primo ad abbracciare la sua eredità come principe di Atlantide, quanto il conflitto interiore del secondo che deve fare i conti con l’ingiusta incarcerazione del padre vengono sviscerati con maggior meticolosità e questo li rende sicuramente personaggi più interessanti di quanto non fossero nel 2017. Tuttavia c’è da dire che in termini di sviluppo finiscono per essere molto meno incisivi rispetto al loro compagno robotico, laddove anche quegli accenni di evoluzione del loro status quo risultano superficiali o arbitrari.

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Per quanto riguarda i “volti noti”, d’altro canto, la situazione si attesta su livelli più anonimi. Se il Batman di è comunque interessante, con un’interpretazione dell’attore calzante e spinta da motivazioni convincenti, la di , pur sempre impeccabile come presenza scenica e physique du rôle, è invece semplicemente deludente. È infatti priva di una qualunque caratterizzazione che non sia rievocare malinconicamente i ricordi di Steve Trevor a ogni occasione, non viene stabilita alcuna motivazione né obiettivo personale a guidare le sue azioni ed è del tutto sprovvista di un arco narrativo che possa segnarne un’evoluzione. Una pochezza di scrittura che, a dirla tutta, è intuibile fin dal principio, dal momento che Diana è l’unica dei protagonisti la cui scena introduttiva, l’attentato terroristico alla banca, non ha alcuna rilevanza narrativa e non introduce alcun elemento di sviluppo del personaggio.

A ricevere il trattamento peggiore è però Superman (). In verità non è che il suo ruolo sia stato ridotto, rispetto al Justice League del 2017, o che abbia meno screen time. Anzi, quelle poche aggiunte inerenti il suo personaggio sono anche interessanti (bello il costume nero, bello il richiamo a quando spicca il volo). Tuttavia il suo ruolo, nell’economia generale della pellicola, viene comunque percepito come pesantemente ridimensionato, per il semplice motivo che è tutto il resto ad essere stato ampliato. In una versione del film, quella di Whedon, nella quale tutti i personaggi erano carenti di profondità, il fatto che il suo ritorno in scena venisse trattato in modo sbrigativo e abbastanza superficiale non creava una particolare discrepanza rispetto a ciò che lo spettatore era stato abituato ad aspettarsi. Qui, invece, tale discordanza si percepisce molto di più. La durata ridotta della precedente iterazione del lungometraggio, inoltre, rendeva l’arrivo di Superman nella parte finale uno sviluppo narrativo più organico e il film riusciva a creare anche una certa aspettativa attorno ad esso, mentre ora dà quasi la sensazione di aggiunta posticcia e poco curata. E poi, a dirla tutta, Whedon era riuscito a rendere l’entrata in scena dell’Azzurrone durante lo scontro finale più esaltante, benché più pacchiana (o forse proprio per questo).

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In maniera non dissimile dagli eroi, anche il fronte villain ha subito un deciso miglioramento, pur senza raggiungere particolari vette di memorabilità. Partendo dalle novità più attese, Darkseid, pur non essendo una figura così prominente come i trailer potevano lasciare intendere e rimanendo relegato al ruolo di demiurgo che tira le fila da dietro le quinte, risulta comunque convincente come minaccia occulta da esplorare nei sequel previsti dal regista (ma che verosimilmente non vedranno mai la luce). Ma è soprattutto il personaggio di Steppenwolf a lasciare un’impronta decisamente più incisiva della sua controparte whedoniana. La ragione è, anche in questo caso, una maggiore cure riposta nella caratterizzazione, laddove il suo agire viene giustificato da motivazioni nettamente più chiare e coerenti -il desiderio di riscattarsi dalla vergogna per una passata colpa- facendolo risultare dunque un antagonista più credibile e in grado di suscitare fin dalle prime apparizioni l’interesse del pubblico. Il problema, però, è che questo aspetto viene lasciato sempre sul vago, senza mai un approfondimento che permetta di comprendere in cosa consista esattamente questa “colpa”, e da un certo momento in poi sembra addirittura che il film se ne dimentichi del tutto, tanto che questo arco narrativo potenzialmente intrigante non riceve neppure una vera e propria risoluzione. Ne consegue che Steppenwolf, inizialmente dotato di buone potenzialità, nella seconda parte della pellicola finisce per scivolare nuovamente nel cliché del cattivone anonimo ricoperto di CGI di cui i recenti film DC/Warner tendono purtroppo ad abusare. Bisogna anche riconoscere che esteticamente fa una discreta figura. Certo, la computer grafica con la quale è realizzato è ancora vistosa e abbastanza sgraziata, però è dotato di un design indubbiamente più ispirato e minaccioso, rispetto alla sciapa versione del 2017.

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Se da un lato, dunque, la maggiore durata ha portato dei benefici, dall’altro si è rivelata anche deleteria, specificamente per quel che concerne il ritmo. Bisogna ammettere, infatti, che in diversi frangenti la narrazione diviene davvero troppo dilatata, per via di scene di intermezzo che aggiungono poco o nulla, e soprattutto per l’abuso che il regista fa dello slow motion. È vero, i ralenti sono il marchio di fabbrica di Snyder, ma è anche vero che non sempre (raramente, qualcuno direbbe) riesce ad utilizzarlo con acume nelle sue opere. Justice League non fa eccezione e, difatti, spesse volte lo slo-mo sembra venire impiegato senza un reale criterio, non in corrispondenza di momenti topici per esaltarne l’impatto ma semplicemente per stiracchiare artificiosamente accadimenti piuttosto banali o per indulgere più del dovuto in sequenze di per sé interessanti (tipo il salvataggio di Iris West da parte di Barry). Alla fine la sensazione è quella che il film sarebbe potuto durare anche un’ora in meno, riuscendo a raccontare la stessa storia con la medesima efficacia.

Quando non è impegnato a narrare i risvolti della trama o a rallentare le cose, Snyder intrattiene il suo pubblico con ciò che probabilmente gli riesce meglio: le scene d’azione. A parte la spettacolarità delle stesse, data dagli effetti speciali e dalla competenza del regista nel renderle dinamiche e comprensibili, le sequenze action di Justice League convincono perché hanno una direzione ben precisa, un obiettivo verso cui puntare e verso il quale l’azione stessa si muove. Ovvio, questo non vuol dire che sia così per tutte le scene d’azione presenti nel film o in tutte si percepisca con la stessa efficacia, ma è il paradigma di fondo che muove tutte le scene ad essere lo stesso.
Ora, non è per fomentare sterili faide tra fanboy, ma è possibile chiarire meglio tale concetto prendendo in esame il combattimento all’aeroporto visto in Captain America: Civil War. Una scena magnifica, il talento dei fratelli Russo nel confezionare una sequenza imponente e adrenalinica è fuor di dubbio. Tuttavia, nonostante la frenesia di azione ed effetti speciali che scorre a schermo, si tratta di una scena paradossalmente statica, perché non stabilisce mai un chiaro e visibile obiettivo che gli eroi debbano raggiungere e verso il quale l’azione si muova, tranne nei momenti conclusivi. È un po’ l’equivalente di guardare un bambino che fa scontrare tra loro le sue action figure ma con milioni di dollari di budget.
Prendiamo ora la prima apparizione di Steppenwolf a Themyscira e il conseguente scontro con le Amazzoni. Certo, ha una messa in scena esaltante e fa un sapiente utilizzo delle suggestive scenografie dell’isola ma il vero fulcro della scena e ciò che catalizza l’attenzione degli spettatori non è tanto la battaglia in sé, che diviene quasi un elemento di background, ma la Mother Box. Questo è l’obiettivo di cui Steppenwolf cerca caparbiamente di impadronirsi e che le Amazzoni tentano disperatamente di sottrarre alle sue grinfie. Ne deriva una sequenza di rincorsa e fuga, con le guerriere intente a passarsi tra loro l’artefatto e il cattivone a inseguirlo con brutale risolutezza: questo conferisce alla scena un tangibile senso di movimento, di progressione e favorisce il coinvolgimento del pubblico, mantenendone viva l’attenzione.

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Ma ancora più riuscita, da questo punto di vista, è la scena della battaglia finale, la quale è costruita attorno agli elementi fondamentali che rendono avvincente una sequenza (e, più in generale, una storia) di questo tipo. Non solo stabilisce un chiaro obiettivo verso cui avanzare (raggiungere le Scatole Madri) ma anche un percepibile senso di urgenza (evitare a tutti i costi che queste si sincronizzino completamente) e avendo precedentemente chiarito qual è la posta in gioco (altrimenti il mondo verrà devastato). Questo, unitamente all’alto tasso di azione ipercinetica e roboante, risulta in un climax al cardiopalma, capace di tenere davvero sulle spine.
A voler essere pignoli, anche qui si possono in realtà riscontrare un paio di leggerezze di scrittura che depotenziano leggermente l’impatto della scena. Prima di tutto, essa avrebbe potuto trasmettere una tensione ancora maggiore se solo il film si fosse preoccupato in precedenza di mostrare le conseguenze di un eventuale fallimento degli eroi, anziché limitarsi a esporle a voce per bocca degli stessi, attenendosi dunque alla più elementare regola dello storytelling “show don’t tell”, per la quale un’informazione viene percepita da chi guarda come molto più concreta se supportata da riferimenti visivi. Cosa, questa, che peraltro si sarebbe potuta ottenere con molta facilità anticipando la scena dell’incubo, collocandola verso metà film, invece che nell’epilogo (analogamente a quanto accadeva in Batman v Superman) ed espandendola un po’ per illustrare lo status quo del mondo in quella linea temporale.
Inoltre a ridurre il pathos generale della scena è anche il momento della risoluzione finale del conflitto, affidato al manifestarsi di una particolare abilità di Flash. Beninteso, si tratta di una delle scene (se non della singola scena) visivamente più suggestive e brillanti dell’intera pellicola ma ha un grosso limite: è un plateale deus ex machina. Tale capacità non riceve alcuna introduzione antecedente in quasi quattro ore di film e compare dal nulla in maniera del tutto arbitraria, cosa che la fa percepire come una soluzione pigra, pensata all’ultimo minuto per mera convenienza, e nemmeno si accenna mai al fatto che rientri tra i poteri del Velocista Scarlatto, il che potrebbe creare confusione in chi non abbia una conoscenza pregressa del personaggio, dai fumetti o dalla serie tv. Sarebbe bastato davvero poco: spiegare che Barry è consapevole di poterla potenzialmente utilizzare ma non è ancora in grado di padroneggiarla, mostrando un primo tentativo fallimentare di farlo, per poi riuscire nell’impresa quando la situazione disperata lo richiede. Sarebbe potuta essere l’occasione per sviluppare un mini arco narrativo lineare e pienamente funzionale, insomma, ma niente di tutto questo è presente.

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Sul piano visivo, Zack Snyder’s Justice League si presenta con una fotografia desaturata che gioca molto sul contrasto con cromatismi sgargianti o addirittura fluo dati, in larga parte, dagli effetti energetici che colorano molte sequenze, soprattutto quelle action. Uno stile che, in un panorama dominato da prodotti che si omologano all’ormai monotono “modello Marvel”, fatto di fotografia iper-patinata e colori pesantemente saturi, appare come una rinfrescante nota fuori dal coro, pur comunque anch’essa in linea col consolidato stile del regista.
Per quanto riguarda il formato 4:3, le ragioni di tale scelta, come dichiarato in precedenza dallo stesso Zack, sono da ricercarsi nella volontà di adattare il film agli schermi cinematografici IMAX. Tuttavia, se ci si chiede se questo formato riesca a valorizzare l’esperienza di visione complessiva e ad offrire effettivamente qualcosa in più, la risposta è più dubbia, perché in effetti non sono poi molte le occasioni in cui la costruzione delle inquadrature è tale da permettere loro di veicolare emozioni o informazioni con un’efficacia maggiore di quanto avrebbero potuto fare in 16:9.

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Alla prova dei fatti, si può affermare che la tanto agognata Snyder Cut si sia infine rivelata essere un’operazione complessivamente discreta. Non è affatto un brutto film, dato che riesce a carpire con efficacia l’interesse del pubblico e ad accompagnarlo attraverso la pur lunga visione offrendogli un buon grado di intrattenimento. Allo stesso tempo, però, non è nemmeno un film memorabile, essendo gravato da diverse imperfezioni che gli impediscono di fare quel passo in più e di elevarsi al di sopra della moltitudine di cinefumetti che vengono prodotti a ciclo continuo.

Abbiamo parlato di:
Zack Snyder’s Justice League
Warner Bros.
Regia di Zack Snyder
Storia di Zack Snyder, Chris Terrio e Will Beall
Sceneggiatura di Chris Terrio
Live action, 2021, 242 minuti

Recensione della versione del 2017

Justice League: tutti per uno…

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