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Wonder Woman salva il DCEU

Il film di Patty Jenkins coglie l’essenza di Wonder Woman, interpretata dalla carismatica Gal Gadot, e punta i riflettori sulle donne.

Diventare

Il film si apre con una prima sezione ambientata sulla meravigliosa isola di Themyscira, dimora delle Amazzoni, plasmata sulle fattezze di Matera. Diana è giovane e piena di iniziativa: vede le Amazzoni allenarsi e vuole imitarle. Il primo conflitto nasce quindi sulla possibilità o meno di allenarla: sua madre, la regina Hippolyta () è contraria, mentre Antiope (), capo dell’esercito e sorella della regina, vuole che Diana sia pronta a fronteggiare qualsiasi pericolo. É qui che comincia a trapelare la forza d’animo di Diana, che non si lascia fermare da nessun tipo di ostacolo. La giovane principessa cresce, ma nonostante i suoi impressionanti miglioramenti, è una guerriera che ha ancora molto da imparare.

In questo momento, di successo ma anche di dubbio, la quotidianità della pacifica isola viene interrotta dall’arrivo di Steve Trevor (), in fuga dai tedeschi. Prevedibilmente, Steve viene soccorso e i tedeschi raggiungono l’isola, decimando con le loro armi da fuoco le pur abilissime Amazzoni armate di spada e arco. Da qui in poi la trama si svolge in modo piuttosto lineare e generalmente prevedibile, ma il centro di questo film non è la trama, né i personaggi o l’azione: è Wonder Woman.

L’intera pellicola e tutti gli elementi che ne fanno parte servono a dare forma al carattere di Wonder Woman come la conosciamo nella sua incarnazione cartacea. Diana ci viene mostrata come una donna ottimista e positiva, che combatte per raggiungere i suoi obiettivi: eccezionalmente preparata in alcuni campi, ha ancora molto da imparare in altri. La Wonder Woman interpretata da è una donna a cui ispirarsi, ma non è una donna perfetta.

Wonder Woman salva il DCEU

I personaggi: strumenti al servizio della crescita di Diana

L’imperfezione caratterizza anche gli altri personaggi della pellicola. Il comportamento di Hippolyta e le sue omissioni nei confronti della figlia hanno conseguenze nel corso del film, mentre i dubbi di Steve nei confronti di Wonder Woman condurranno a gravi perdite. Gli insuccessi di Sameer (Saïd Taghmaoui) e Charlie (Ewen Bremner), vengono invece utilizzati per far conoscere a Diana aspetti sociali che nella sua isola natia non sono evidentemente presenti, dal razzismo ai problemi psichiatrici. La stessa Etta Candy (Julianne Grossman), che purtroppo nella seconda parte del film viene relegata nelle retrovie più remote dell’azione, introduce scherzosamente durante il suo primo incontro con Wonder Woman problemi di immagine femminile.

In quest’ottica, anche gli antagonisti sono fonte di apprendimento per la principessa, che non ha alcuna familiarità con l’intrinseca malvagità umana. Il dottor Maru (Elena Anaya) è espressione di una violenza cieca e priva di qualsiasi motivazione che si inserisce facilmente nel contesto della prima guerra mondiale, a fianco delle ambizioni del generale tedesco Ludendorff (Danny Huston), che intravede nelle invenzioni di Maru l’occasione perfetta per catturare l’attenzione del Kaiser. Tranne poche eccezioni, in particolare Steve, tutti i personaggi secondari sono accennati con pochi tratti e il loro sviluppo durante lo svolgimento della trama è minimo. Sono quindi dei personaggi tipici, delle maschere, che mettono la propria crescita in secondo piano rispetto alla protagonista.

Dalla pagina allo schermo

La pur giustificata semplicità dei personaggi del film si può ricondurre alla storia fumettistica di Wonder Woman, che non può prendere ispirazione da una rogue gallery ricca come quelle di Flash o Batman. Dai fumetti sono stati comunque tratti alcuni spunti interessanti che mescolano soprattutto le origini classiche del personaggio con alcuni elementi provenienti dai volumi scritti da Brian Azzarello, in cui la nascita non è l’unica differenza tra Diana e le altre Amazzoni.
Viene invece rappresentata in modo molto nebuloso la mitologia greca nella quale le Amazzoni sono inserite. Hippolyta narra eventi piuttosto specifici, ma mette in chiaro che le sue storie sono, appunto, storie, mantenendo volutamente vaga la questione. Questa scelta di sceneggiatura può forse riflettere la volontà degli autori di non precludersi la possibilità di sfruttare determinate divinità in futuro. Trovano ispirazione nei fumetti anche il tradizionale Lazo della Verità e il design dell’antagonista principale, che mescola le interpretazioni cartacee di diversi autori.

Bisogna comunque notare che il film è pienamente cinefumetto in questo: gli dei non sono alieni o nomi simbolici dati a particolari emozioni, gli dei esistono e si manifestano violentemente nel nostro mondo, con immenso stupore degli esseri umani che durante gran parte della pellicola non credono alle parole di Wonder Woman, nonostante i suoi sforzi per convincere loro e in parte anche se stessa.

Wonder Woman salva il DCEU

“Medietas” rivoluzionaria

Wonder Woman è un raro esempio di equilibrio nell’ambito dei film supereroistici. È il primo film DC in cui i colori caldi e sgargianti di Themyscira sono adeguatamente contrapposti nel giusto contesto al freddo fumo grigio di Londra e delle esplosioni in trincea. È anche uno dei pochi film supereroistici in cui la comicità non è invasiva, ma trova i momenti giusti per alternarsi a scene che mettono Diana a confronto con gli orrori della guerra. Le battute non sono nemmeno fini a se stesse, ma spesso trasmettono giocosamente messaggi importanti, soprattutto sulla femminilità.

Wonder Woman, non c’è motivo di nasconderlo, è un film femminista sotto molti aspetti. Per quanto valga il discorso della medietas anche in questo ambito – non si tratta infatti di femminismo radicale – Wonder Woman mette in primo piano le donne, come raramente si vede nel cinema degli ultimi tempi. In un’industria in cui le donne sono sempre numericamente molto inferiori in diversi settori, anche nei film d’azione con protagonista femminile, Wonder Woman mostra un intero prologo popolato unicamente da donne di diverse età, etnie e, seppur suggerito molto velatamente, orientamento sessuale. Nel momento in cui Diana entra in contatto con il mondo degli esseri umani, la sua femminilità, in cui essere guerriera è un “anche”, piuttosto che il solito “ma”, non compromette la legittimità dei suoi poteri.
Quando Wonder Woman utilizza le sue abilità in combattimento lo stupore dei compagni di viaggio non è dovuto al suo essere donna, ma semplicemente alle sue capacità sovrumane. Allo stesso tempo, gli esseri umani sono stupiti dalla sua “armatura”, con allusioni al suo aspetto fisico che sembrano in parte voler placare un certo pubblico affezionato a questi particolari, e in parte fare dell’autoironia sul costume di Wonder Woman in generale. Da notare come nel film Diana non indossi mai i pantaloni, ma non sia neanche vittima di inquadrature guidate dal male gaze, che quindi non si soffermano sul fisico della protagonista con fare ammiccante.

L’ultimo esempio di medietas rivoluzionaria è la rappresentazione della sessualità femminile. Anche in questo, Diana non è una sprovveduta proveniente da una civiltà arretrata da portare alla modernità, ma è completamente al comando dei suoi sentimenti e delle sue scelte, come dimostra sia nella sua relazione con Steve, sia ricordandogli (e ricordandoci) che una donna si può divertire anche da sola.

Il tallone d’Achille?

In un film che offre numerosi spunti nuovi al suo genere, e che fa un ottimo lavoro per quanto riguarda scenografia, fotografia, ma soprattutto costumi, di fattura sempre accurata, funzionale al contesto e realistica specialmente nelle armature, sono comunque presenti dei difetti.
Il più evidente tra tutti è sicuramente il finale, che risolve in modo un po’ banale e chiaramente frettoloso le vicende di trama, omettendo anche dovute spiegazioni che avrebbero dovuto solidificare la continuità con quanto detto nella precedente apparizione cinematografica del personaggio. Tuttavia, bisogna riconoscere che il finale ospita anche almeno due momenti estremamente simbolici e suggestivi per la caratterizzazione di Wonder Woman.
Anche gli effetti speciali, presenti soprattutto nel finale, non passano sempre inosservati per le stesse ragioni; se le coreografie del prologo appaiono fluide e ben studiate, quelle della seconda parte del film sono spesso banali o girate in modo leggermente confusionario. Inoltre il montaggio soffre di alcune transizioni di scena particolarmente brusche, che forse implicano dei tagli frettolosi nelle ultime fasi di editing.
Per quanto riguarda la recitazione, sebbene Gal Gadot colga perfettamente l’essenza di Wonder Woman, sia fisicamente che espressivamente, la prova generale del cast è nella media, con alcuni momenti più alti solo nelle performance di Connie Nielsen e Robin Wright.

La colonna sonora di Rupert Gregson-Williams è similmente ambigua, con alcuni brani poco ispirati, o troppo ispirati alle musiche di altri film (soprattutto nelle scene londinesi), e altri che elevano le scene su schermo offrendo ritmi serrati sulla melodia del tema di Wonder Woman già ascoltato in Batman v Superman, qui riarrangiato in varie versioni.

Wonder Woman salva il DCEU

Conserva il biglietto

Wonder Woman è un buon film. Nonostante le imperfezioni, è una pellicola che coinvolge lo spettatore, che apre finalmente un nuovo spazio alle donne, nel cast e nel pubblico, e che magari susciterà delle riflessioni anche negli uomini. Nonostante questa Wonder Woman non sia vicinissima alla storica interpretazione di Lynda Carter, rimane fermamente convinta degli stessi ideali di pace e amore compassionevole che hanno reso unico il personaggio in un genere che punta spesso su violenza, dolore e discordia.
Per quanto ci siano numerosi elementi tecnici e di sceneggiatura da migliorare, il valore simbolico e storico di questo film è tale da giustificare pienamente la visione in sala e auspica un futuro meno dark per l’universo cinematico DC.

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