Visa Transit: un viaggio sul filo dei ricordi

Visa Transit: un viaggio sul filo dei ricordi
Eris Edizioni pubblica il secondo volume del “viaggio nella memoria” di un artista alla continua ricerca del suo io.

In viaggio la cosa migliore è perdersi. Quando ci si smarrisce i progetti lasciano il posto alle sorprese, ed è allora, ma solamente allora, che il viaggio comincia
Nicolas Bouvier

Come in Diario di un Fantasma torna, con Visa Transit, a fare della sua memoria autobiografica il fulcro della narrazione. Visa Transit è infatti il racconto del viaggio dell’autore e di suo cugino, a bordo di una malandata Citroën Visa, attraverso Italia, Jugoslavia, Bulgaria fino al cuore della Turchia.

visa-3Come Nicolas Bouvier e Thierry Vernet (che nel 1953, a bordo di una , si spinsero dalla Svizzera sino in Pakistan) De Crécy e il cugino Guy partono potendo fare affidamento unicamente sulle proprie capacità di adattamento e su una profondità di sguardo e una sensibilità forgiate da anni di letture. Non è un caso che decidano di caricare la loro Visa di un’ingombrante, quanto inutile, mole di libri. Un approccio naïf che si palesa nel cruscotto della vecchia Citroën trasformato in una plancia da astronave grazie a un vecchio gioco di navale (il Radar 2000).

Siamo nell’estate del 1986, è ancora lontana l’epoca dei voli low cost e dell’esotismo accessibile a basso prezzo. Viaggiare è rischioso e problematico. L’ è ancora soggetta ai controlli di frontiera, l’accordo di Schengen è stato firmato da poco e l’Unione Europea per come la conosciamo oggi è ancora in una fase embrionale. Ma il 1986 è anche l’anno del disastro alla centrale nucleare di Chernobyl sulle cui conseguenze De Crécy imbastisce una critica, neppure troppo velata, alle istituzioni: più interessate a minimizzare l’impatto economico che a evitare conseguenze per la salute dei cittadini. Accade così che il tè “radioattivo”, non più esportabile, venga comunque consumato nel paese di produzione (questo in Turchia come in Giappone nel 2011). Perché dalle catastrofi, che pure si ripetono in maniera ciclica, l’uomo sembra incapace di imparare, reiterando i propri errori.

Se si fa bollire il té a lungo, la radiazione diminuisce
Turgut Özal (primo ministro turco).

Ed è incredibile osservare come il racconto di un viaggio diventi pretesto per una riflessione sui cambiamenti politici e sociali che hanno interessato l’ negli ultimi 30 anni. Siamo nell’epoca in cui il car-sharing si chiama ancora autostop, prima della rivoluzione digitale che ne privatizzerà il principio. È l’epoca dei rullini Kodak, il cui prezzo rende necessario un’accurata selezione su cosa meriti di essere fotografato. Il Muro di Berlino non è ancora stato abbattuto e mentre Istanbul è ancora sotto le pressioni esercitate dalla , l’Italia, da sempre laboratorio politico del mondo, si prepara all’avvento del berlusconismo (proprio Berlusconi viene apostrofato da De Crécy come “il Buffone”).

L’autore (che è voce narrante), pur raccontando di un viaggio, anziché seguire l’itinerario e le strade percorse segue il flusso dei ricordi che nascondono le stesse insidie di certi sentieri sterrati e non sai mai dove ti portano. Ecco dunque che l’infanzia, e il ricordo delle vacanze in colonia, si affaccia alla sua memoria. Perché viaggiare diventa un esercizio di libertà che si realizza nella messa in discussione dei simboli dell’autorità. E se questa autorità, nel corso del viaggio, è la polizia di frontiera, nel periodo delle colonie estive è invece incarnata da padre Anicet e il severo Claude.

Nel suo essere fieramente anarchico, questo viaggio oggi verrebbe chiamato fuga. De Crécy e suo cugino partono senza aver pianificato nulla, a bordo di una Visa che è tutto quello che oggi sfuggirebbe alla definizione di “instagrammabilità”. Oggi si viaggia per rimarcare il proprio abbiente status sociale e il viaggio è ostentazione di vanità. Esaltazione di vere, ma più spesso presunte, qualità personali. Il viaggio di De Crécy è quanto di più lontano da questa accezione: “in viaggio non disegno mai, disegnare obbliga a fermarsi, e lo slancio è interrotto, il cammino sospeso”. Il rifiuto di De Crécy per i luoghi turistici, pur nella loro bellezza, è coerente a una visione del mondo che vede nella loro “organizzazione” un’alterazione della loro peculiarità. De Crécy rifiuta il ruolo di “visitatore gregario” preferendo che sia il caso a decidere cosa debba vedere.

Sono sempre le strade secondarie quelle con più cose da vedere.

Dalla Turchia, De Crécy ci porta con un salto temporale (oltre che geografico) alla Bielorussia del 1996. Invitato da un istituto francese a un festival artistico internazionale intitolato a Marc Chagall, ha modo di sperimentare cosa significhi vivere in un regime “stalininano” di cui Alexandre Loukachenko è l’inamovibile e antiquato autocrate. Ed è proprio alla voce di Mathias (artista venuto da Berlino), conosciuto a Vitebsk, che De Crécy affida un monologo che ha fin troppe connessioni con la realtà che stiamo vivendo per non farci pensare a un’aspra critica alla gestione dell’emergenza Covid da parte delle autorità francesi.
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Ed ecco che anche il tema della “ciclicità” riferito alle catastrofi ritorna anche in ambito politico, in confini che se nel 1986 richiedevano un visto (il titolo dell’opera è un gioco di parole tra il nome dell’automobile e il visto) per essere varcati oggi prevedono l’esibizione di un certificato vaccinale. Cosa è davvero cambiato per De Crécy da quel 1986? Tolta l’ipermnesia tecnologica forse nulla, forse quest’opera vuole essere solo il racconto di un cambiamento interiore del suo autore, che stanco di dar forma a mondi inventati decide di scavare nella memoria per salvare ricordi altrimenti destinati a svanire. Perché laddove la fotografia fallisce il disegno è strumento potente, capace di perdurare nel cervello trasmettendo dell’ambiente le atmosfere, i suoni, gli odori…

Lo sguardo nostalgico al passato si riflette in uno stile pittorico debitore dei grandi artisti citati nell’opera. I tramonti nella loro esplosione di colori sono infatti un omaggio a William Turner. Istanbul nel suo caos di strade ed edifici non perde così il suo fascino romantico. Ma ogni vignetta diventa una cartolina, anche laddove viene rappresentato un paesaggio brullo la capacità indiscussa del maestro francese di acquerellare ne trasmette la poesia. Il disegno, dal tratto dinamico proprio degli sketch, sembra provare a dar forma ai colori, servendosi del tratteggio per le ombre. Ma l’anima impressionista si palesa nei continui cambi di toni e registro adattandosi al paese e alla situazione politico/sociale ivi vissuta. Emblematiche, a riguardo, le tavole dedicate alla Jugoslavia nei cui cieli plumbei, e nella desolazione urbana di una Zagabria da post-apocalisse sembra iscritto come una premonizione il dramma che da lì a pochi anni si sarebbe consumato. De Crécy si destreggia con abilità nell’alternanza di città affollate e spazi desolati, saturando di linee, tratteggi e dettagli le tavole dedicate ad Istanbul e lasciando respirare il colore per quelle dedicate, ad esempio, all’Anatolia (sottolineando così il contrasto di saturazione dello spazio).
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Il tutto è condito da continue citazioni letterarie, spesso rubate a Henri Michaux e al suo Viaggio in Gran Garabagna. Il celebre scrittore francese appare nel corso dell’opera in forma ectoplasmatica al fine di impedire a De Crécy di appropriarsi dei suoi testi inseguendolo in sella a una motocicletta. È l’elemento fantastico/ironico dell’opera, capace di viaggiare sia nello spazio che nel tempo (sfruttandone la non linearità).

E non può certo mancare, da quella che è a tutti gli effetti un’indagine alla scoperta della propria identità, una riflessione sul ruolo della religione. Lo stesso compagno di viaggio, il cugino Guy nel suo essere credente e pronto ad aggrapparsi alla fede nei momenti di difficoltà si contrappone a De Crécy che invece è, dei due, il cartesiano, il pragmatico. Che questo rifiuto della fede abbia radici profonde è lo stesso autore a confessarlo, proprio nei ricordi dell’infanzia e in quel timore verso la figura della Madonna nato dalla visione di una pellicola del 1915: Nostra Signora di Fatima. Perché nel suo bisogno di pragmatismo De Crécy è spaventato da tutto ciò che non è in grado di spiegare, dall’inconoscibile. E questo romanzo, o meglio questo viaggio, non diventa altro che uno strumento per tirare le fila della propria vita, un’indagine intima alla scoperta della propria identità, lo afferma lo stesso De Crécy quando scrive: “Ho bisogno di conoscere la mia posizione precisa nel mondo per potermi addormentare serenamente”.
E di quella posizione, in questo libro, sono riportate le coordinate.

Non è facile scrivere un’opera autobiografica senza scadere nel banale, specie quando si tratta di ricordi della propria giovinezza, ma riesce nell’impresa di coinvolgere senza cedere a sentimentalismi. Un racconto che offre differenti piani di lettura: da un lato il viaggio di formazione giovanile, bohemienne e di evasione; dall’altro, il viaggio sentimentale dell’autore anche nella sua infanzia e nei suoi riferimenti culturali. Un racconto che ripropone, seppure in chiave intimista, la grande ricchezza dell’immaginario che contraddistingue l’autore.

In attesa che Eris pubblichi l’ultimo tomo di questo lungo viaggio non possiamo che ringraziare De Crécy per averci fatto partecipi di ciò che più gli intimo gli appartiene: i suoi ricordi. E la sua arte.

Abbiamo parlato di:
Visa transit. Vol. 1

Traduzione di Fay R. Ledvinka
, novembre 2019
136 pagine, cartonato, colori – 27,00€
ISBN: 978-8898644766

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