Viaggi, sogni e segreti. L’arte del racconto secondo Vittorio Giardino

Viaggi, sogni e segreti. L’arte del racconto secondo Vittorio Giardino
Tornano in libreria le storie brevi di Vittorio Giardino un’occasione per apprezzare l’arte dell’autore bolognese e il suo gusto per l’ironia e il giallo.

Un nuovo libro a firma di è sempre una buona notizia, anche quando, come in questo caso, il materiale pubblicato non è inedito. Viaggi, sogni e segreti raccoglie una serie di storie, più o meno brevi, pubblicate originariamente in tre antologie Viaggi Inquieti, Viaggi di Sogno e Vacanze Fatali. Le prime due sono reperibili solo attraverso il mercato dell’usato ed è quindi un bene che queste storie, seppur riproposte in un formato più piccolo rispetto all’originale – lo stesso adottato per il volume conclusivo di Jonas Fink  – tornino a disposizione di un pubblico più ampio, che magari ancora non conosce il lavoro, o questi lavori, dell’autore bolognese.
Anche perché negli anni Giardino ha progressivamente trascurato la forma racconto, prediligendo lavori dal respiro e dalla durata maggiore. Un esempio nell’esempio è dato dalla terza e conclusiva parte della sua fatica più recente, Jonas Fink, lunga più del doppio delle due precedenti.

Le storie presentate in questo volume –  introdotte da brevi paragrafi a firma dello stesso autore, una introduzione di Vincenzo Mollica e un articolo, inedito, firmato da Sandro Toni – offrono al lettore un Giardino spesso più frivolo, alla prese con brevi storie a carattere vacanziero che l’autore interpreta a suo modo, regalando spesso brividi tutt’altro che torridi.
Per chi conosce l’autore per opere importanti dal punto di vista della ricostruzione storica (come ad esempio No Pasaran), sarà interessante osservare l’autore alle prese con narrazioni più stringate ma non meno accurate, in cui si rincorrono echi letterari e cinematografici, sapientemente tradotti in immagini dall’ingegnere Vittorio Giardino.

Vacanze Fatali

Negli anni 80, quando godevano forse di maggior salute, settimanali e riviste erano soliti ospitare durante l’estate inserti  e supplementi dedicati alle vacanze o ai vacanzieri. La prima parte del libro, intitolata Vacanze Fatali, ospita le storie pubblicate – tra il 1986 e il 1988 – sui supplementi de L’Espresso o Il Messaggero e Umido e lontano, pubblicata su .

Si tratta in tutto di sei racconti brevi, in alcuni casi brevissimi, in cui l’autore offre delle gustose variazioni sul tema della villeggiatura. L’ambientazione esotica o comunque vacanziera offre all’autore l’opportunità di sfoggiare tutto il proprio talento grafico nel restituire paesaggi o scenari ricchi di fascino. Questo è sicuramente il primo elemento che cattura l’attenzione del lettore, anche il più distratto: la cura della verosimiglianza e il ricorso a riferimenti fotografici fanno sì che la realtà riprodotta su tavola sia estremamente aderente al vero. Ma questa fedeltà nella riproduzione, questa attenzione alla ricostruzione è più di un semplice desiderio di emulazione della realtà. In un medium per sua intrinseca natura sintetico, la scelta di dedicare attenzione al dettaglio e al particolare è una precisa scelta poetica, sulla quale torneremo più avanti. Un altra prospettiva utile della lettura consiste nell’osservare il modo in cui Giardino organizza la narrazione, soprattutto nelle storie più brevi, quelle in cui il contenuto numero di tavole lo costringe a trovare una conciliazione tra le esigenze del committente e una impostazione grafica che predilige un ritmo lento. Una difficoltà non da poco, per un autore abituato a dare respiro alle proprie storie: Quel brivido sottile nella sua prima pubblicazione (il supplemento Vacanze de L’Espresso del 10 agosto 1986 e raccolta in Vacanze Fatali, Editori il Grifo nel 1989)  era lunga tre pagine, a cui se ne aggiunge una quarta nella versione definitiva pubblicata su Viaggi, sogni e segreti. La stessa cosa accade per Restauri, pubblicato in una prima versione di quattordici pagine cui seguirà, undici anni più tardi, quella definitiva di venti.

Per conciliare queste esigenze  decide innanzitutto di affidarsi a un genere a lui caro, il giallo, imbastendo trame snelle caratterizzate da un finale a sorpresa. Non potendo lavorare sulla costruzione di personaggi o di trame sofisticate, l’autore ricorre a schemi narrativi consolidati, utilizzando dialoghi sintetici in grado di collocare i personaggi all’interno di categorie riconoscibili: l’antagonista, l’ingenuo, il o la seduttrice. Spesso decide di affidarsi interamente al disegno, ricorrendo a vignette mute in cui la sua abilità di narratore viene fuori con prepotenza.  Questa abilità permette all’autore di veicolare più messaggi, se così li vogliamo chiamare, allo stesso tempo: le pose scomposte e i modi compiaciuti di alcuni personaggi, così come l’ostentazione di ricchezza resa attraverso lo sfarzo dei vestiti e degli appartamenti, sono facilmente interpretabili come critiche all’edonismo imperante durante gli anni ‘80, critiche che l’autore riesce a inserire nelle proprie storie senza appesantire o sbilanciare l’economia del racconto.

Ogni inquadratura è ponderata, ogni personaggio occupa una spazio preciso all’interno della vignetta la cui posizione, e spesso anche forma, è accuratamente studiata. Giardino cura ogni singola tavola preoccupandosi di restituire a ciascuna di esse un’autonomia narrativa, riuscendo a garantire allo stesso tempo sintesi e dettaglio, una narrazione leggera modulata attraverso tavole e vignette ricche di dettagli, in un equilibrio perfetto. Il risultato  è riscontrabile attraverso un “esperimento” semplice quanto connaturato al fumetto: la rilettura di una storia attraverso le sole immagini. Questo semplice espediente mette in risalto ciascuna delle scelte grafiche compiute dall’autore e consente di individuare gli evidenti rimandi cinematografici, soprattutto per quanto riguarda la recitazione dei personaggi, specialmente quella dei loro corpi. I protagonisti delle storie si baciano abbandonati in riva al mare, dando le spalle alla luna, in vignette che sembrano frame cinematografici.

Viaggio Inquieti

 Viaggi, sogni e segreti p10I viaggi inquieti, che costituiscono la parte centrale del libro, sono racconti in cui il tema vacanziero sparisce, anche solo come pretesto, e si attenua anche la vena ironica: le storie diventano più lunghe e, anche se non si abbandona del tutto il genere o l’elemento giallo/noir, il filo rosso che le collega è il tema dell’arte, trattato da diverse angolazioni.  Coprotagoniste dei racconti sono quattro città, una per ciascuna storia, per le quali l’autore confeziona tavole ricchissime di suggestioni e molto elaborate dal punto di vista della costruzione della griglia. Venezia, Lucca, Urbino e Arezzo sono gli scenari (meravigliosamente restituiti) in cui hanno luogo vicende accomunate dalla relazione tra vita e arte, e in seconda lettura, tra realtà e rappresentazione.
In Restauri il confronto/scontro con la potenza eterna dell’arte ha esiti drammatici, ne Il ritrovamento di Paride vero e falso diventano questione di vita o di morte nell’ambito del commercio di opere d’arte, ne La terza verità la morte di un traduttore di romanzi di successo innesca una serie di svolte drammatiche. In tutte queste storie, l’autore inserisce alcuni elementi distintivi del suo lavoro: intrighi, relazioni sentimentali torbide e un pizzico, o qualcosa in più, di eros. Il fulcro di queste storie risiede soprattutto nella relazione tra vero e fittizio, in un gioco di specchi in cui, in questo caso, spetta all’arte, o ciò che le gira attorno, il compito di sparigliare le carte, svelare gli inganni, mostrare attraverso la finzione la realtà o quello che più le si avvicina.

E questo assume ancora maggior fascino se pensiamo che le storie di Giardino contengono sempre, come abbiamo già affermato poco fa, innumerevoli “ganci” con la realtà. Che siano le perfette ricostruzioni degli ambienti, urbani o naturali, o i rimandi più o meno espliciti alla cronaca, per Giardino è sempre necessario costruire un contesto narrativo credibile e riconoscibile, che metta il lettore a proprio agio per poterlo poi sorprendere con colpi di scena e ribaltamenti di prospettive. La cura (in primis grafica) di questa vera e propria messa in scena testimonia innanzitutto come il primo lettore che Giardino intende soddisfare sia proprio se stesso. Sarebbe difficile spiegare altrimenti la meticolosità con cui troviamo riprodotte su pagina persino le crepe dei palazzi che si affacciano sui campi veneziani o l’intonaco degradato di un palazzo di Piazza San Giusto a Lucca. Un lavoro di questo tipo richiede non solo molto tempo speso al tavolo da disegno ma anche una ingente opera di documentazione a cui fare riferimento. Viene alla mente il regista Luchino Visconti, che per le riprese de Il Gattopardo voleva oggetti di scena originali o riproduzioni fedeli, o, per restare in ambito fumettistico, il meticoloso lavoro preparatorio realizzato da per il suo “texone”.

Ma non si tratta in ogni caso di manifestare della riconoscenza nei confronti di un autore che decide di spendere innumerevoli ore al confezionamento di una tavola – anche perché da lettori patiamo di contro la inevitabile scarsa prolificità che ne consegue –   quanto di analizzare una peculiarità che regala alle storie di Giardino uno spessore specifico, che spesso sopravvive al termine della lettura. Ogni oggetto, abito, suppellettile, così accuratamente scelto, posizionato e disegnato, restituisce la suggestione di trovarsi davanti un vero e proprio mondo, sul quale ci affacciamo attraverso delle finestre che sono le vignette. Ciò che si mostra agli occhi del lettore è talmente “solido” che davvero si ha la sensazione di aver letto una delle storie che si consumano all’interno di quell’universo. Il  tutto con una coerenza qualitativa assoluta: non c’è tavola che presenti una vignetta meno accurata o una deroga alla scelta delle inquadrature. Non ci sono scappatoie o trucchi, nessuno sfondo “tirato via” o risolto con ampie campiture, ogni vignetta è importante, quindi necessaria, quindi perfetta.

Viaggi di Sogno

L’ultima sezione del libro comprende quattro storie, e recupera le tre già raccolte nel 2003 nell’omonima pubblicazione edita da Lizard a cui qui viene aggiunto La rotta dei sogni, un racconto di nove pagine uscito nel 1993 sull’ultimo numero di . Questo viene preceduto da La giacca stregata, racconto uscito in Francia nel 1996 e sceneggiato da Benoît Marchon. L’accostamento di queste due storie mostra in maniera evidente come lo stile dell’autore resti sostanzialmente invariato nel corso degli anni, segno di una maturità artistica raggiunta molto rapidamente: il più vecchio dei racconti qui pubblicati, La giacca stregata, è del 1966 mentre è del 1993 quello più recente. Tra i due lavori non vi sono quasi differenze, dal punto di vista stilistico, si parli di tratto, costruzione della tavola o gestione della narrazione. Una caratteristica decisamente singolare, che concorre, assieme ad altre, a fare di Vittorio Giardino un autore sui generis e che rende i suoi lavori difficilmente databili. Fatta eccezione infatti per le primissime pubblicazioni, in cui l’autore utilizzava un tratteggio che guardava a Dino , già con le storie di Sam Pezzo, realizzate in un bianco e nero in seguito abbandonato, il tratto è già perfettamente riconoscibile

Le storie contenute in questa ultima parte del volume hanno come filo conduttore il sogno, uno dei grandi temi con cui la letteratura da sempre si confronta, e a cui l’autore ha dedicato (in coppia con il tema dell’eros) un intero lavoro, quel Little Ego uscito a puntate a partire dal 1983 in cui Giardino omaggiava il Little Nemo in Slumberland di Windsor McCay, proponendone una versione erotica e ironica. L’eco di quelle storie sembra risuonare anche in queste pagine, in cui nuovamente l’autore mischia eros e oneiros in maniera divertita. Il riferimento a McCay è del resto pienamente legittimato da alcuni connotati  che accomunano i due autori. Entrambi utilizzano uno stile fortemente improntato al realismo, accentuando così il senso di meraviglia suscitato nel lettore; per entrambi il sogno offre la possibilità di fuggire dalla realtà ma soprattutto di dare libero sfogo alla propria creatività, giustificando, se così si può dire, anche le situazioni più assurde.

Il sogno quindi come base di lancio della propria immaginazione in un approccio alle storie che alterna il rigore storico (pensiamo a opere come Jonas Fink o alle storie di Max Friedman) al desiderio di giocare con “le cose serie” come i generi letterari, l’arte o l’eros, dando libero sfogo a una verve ironica dall’irruenza quasi bambinesca, tradotta su pagina da una accuratezza che, al contrario, ha ben poco di infantile. Ecco quindi che uno snob docente d’arte fugge dai luoghi del mito e finisce per preferire le visite virtuali della rete (Isola del Mito) o che a uscire vincitrice dall’incontro tra due letterati (o aspiranti tali) è la seducente e provocante assistente di uno dei due (Il maestro). Le donne in molti dei racconti, soprattutto quelli brevi, sembrano prese di peso dalla letteratura di genere: bellissime e imperscrutabili esercitano una seduzione a cui quasi nessuno dei protagonisti sembra voler o poter opporsi. Sguardi languidi e silenzi ambigui sono l’armamentario con cui abbattono quasi senza sforzo i maschi un po’ bambini un po’ babbei che Giardino, con la solita misurata ironia, mette in scena.

A chiudere il volume troviamo La rotta dei sogni, realizzata come dicevamo in occasione dell’ultimo numero della rivista Corto Maltese. E trova qui una collocazione diversa rispetto a quella originaria (Viaggi inquieti), una scelta che ovviamente non può essere casuale. Sul racconto vale la pena spendere ancora due righe, dal momento che costituisce un ottimo esempio del modo con cui Giardino costruisce la regia dei suoi racconti brevi.
In questo racconto c’è tutto: l’ambientazione esotica e la minuzia con cui, senza risparmio di dettagli, l’autore confeziona anche la vignetta più piccola, regalandosi la gioia di disegnare in tutta la sua maestosità un veliero. La femme fatale, il sogno, rivelatore, che inizia senza che il lettore ne sia informato e con lui l’ignaro protagonista che attraverso una versione deformata della realtà matura una consapevolezza nuova. La scelta delle inquadrature, con l’eroe della storia che, via via che il racconto procede, occupa sempre meno spazio nelle vignette, a favore degli altri personaggi o dell’ambiente circostante, fino a sparire completamente di scena, in un finale lirico quanto esplicito, in cui Giardino difende il diritto al sogno, l’indisponibilità a omologarsi o ad accettare limitazioni alla propria libertà, compresa quella artistica.

Abbiamo parlato di:
Viaggi, sogni e segreti
Vittorio Giardino
, 2020
224 pagine, cartonato, colori – 25,00 €
ISBN: 978-8817149778

5 Commenti

5 Comments

  1. Raul Cestaro

    6 Marzo 2021 a 09:04

    C’è un errore: La giacca stregata è tratto si da un racconto di Buzzati, ma la versione grafica di Giardino non è realizzata nel 1966 (anno in cui Giardino nemmeno pensava di fare il fumettista) ma negli anni 90, se non inizio anni 2000.

    • Walter Chendi

      7 Marzo 2021 a 20:54

      Egregio Cestaro, il primo grande successo lo ebbe con “Rapsodia ungherese”edita nel 1982. Sam Pezzo era anteriore e posteriore.Poi, tutto il resto.

  2. Chendi

    6 Marzo 2021 a 11:00

    Bell’articolo, ma siete certi che “La giacca stregata” sia uscita in Francia nel 1966? Mi sembra improbabile.

  3. Davide Grilli

    6 Marzo 2021 a 14:37

    Grazie della segnalazione, in effetti l’adattamento è stato pubblicato per la prima volta in Francia nel 1996, mentre il 1966 è l’anno della pubblicazione del racconto di Buzzati, da qui il lapsus. Grazie ancora.

  4. Simone Rastelli

    7 Marzo 2021 a 09:22

    La riduzione delle dimensioni è tale da danneggiare in qualche modo la lettura?

    Quando affronterai il resto dell’opera di Giardino?

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