Una vita da Ragno: “La storia della mia vita” di Zdarsky e Bagley

Una vita da Ragno: “La storia della mia vita” di Zdarsky e Bagley
Chip Zdarsky e Mark Bagley hanno immaginato un Peter Parker che invecchia tra un'avventura e l'altra: un esperimento narrativo sospeso tra tributo e cambiamento.

spider-man-life-story-copertinaSe c’è una cosa che, per il macrocosmo del fumetto seriale, è un’incrollabile certezza è che l’età dei protagonisti rimane cristallizzata, fissa immutabile mentre il mondo attorno continua a girare. Charlie Brown resta un bambino con pensieri adulti, Mafalda mantiene inalterato il suo cinismo fanciullesco e i sui modi di bambina che fa la rivoluzione, mentre gli eroi, come canta Francesco Guccini, sono tutti giovani e belli.

Il tempo che sulla pelle dei lettori scava solchi e sbianca i capelli, per l’Olimpo degli eroi di carta, come per la loro controparte ellenica, resta immutabile, e anche quando si scrivono storie di eroi invecchiati – basti pensare alla declinazione del Cavaliere Oscuro fatta da Frank Miller – non si indaga la crescita, ma le sue conseguenze sull’animo, sul carattere, sul corpo dell’eroe che viene consegnato al lettore disilluso e indurito.

Il ricorso al cambio di punto di vista, di cui Miller non è l’unico esponente, consente un diverso spazio narrativo e un terreno fertile su cui costruire un personaggio nuovo, che ha in comune con la sua controparte giovane solo le origini: più un Elseworld che un’evoluzione. Il tempo che diventa elemento del racconto è un espediente affascinante. Probabilmente la sfida rappresentata da un racconto cronologico che rimanesse fedele alla storia del personaggio ha convinto e a immaginare La storia della mia vita di partendo dalle sue origini, il 1961, per poi ripercorrerla fino al 2019 e oltre.

Il volume che raccoglie la run, edita in USA fra il maggio e ottobre 2019, non ha la sua forza nella costruzione di una visione alternativa dell’arrampicamuri – non era questa l’intenzione – ma nel raccontare Spider-Man attraverso una rielaborazione cronologica delle grandi saghe che lo hanno coinvolto, ottenendo un eroe condizionato dal tempo che passa, tanto quanto dalle cicatrici lasciate da ogni avventura.
Ogni saga, da La sfida di Goblin al ciclo Superior Spider-Man, diventa la tessera di un mosaico la cui visione di insieme è un’epopea più vicina a Cent’anni di solitudine di Marquez che a Il Regno, What if scritto da Kaare Andrews in cui incontravamo un Peter invecchiato e sconfitto.

Il volume si apre con lo Spider-Man delle origini, un ragazzo improvvisamente dotato di stupefacenti poteri che si trova a vivere nell’America tormentata negli anni ’60, una nazione piena di contraddizioni in tema di diritti civili e che mandava un’intera generazione in Vietnam. Nel primo capitolo il giovane Peter si interroga, come molti suoi coetanei, sulla necessità di partecipare al conflitto nel sud est asiatico. In questo contesto il rapporto tra poteri e responsabilità, motore motivazionale da sempre della vita del personaggio, viene portato su un nuovo livello e su un piano più completo, che rende credibili i rapporti e le scelte che si svilupperanno lungo tutta la sua vita, non ultimo il suo rapporto con Capitan America.

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L’impatto della Storia sul racconto, che colpisce in fase di incipit, viene però mano a mano diluito, preferendo mantenere al centro la storia editoriale del personaggio. I dubbi sulla guerra in Vietnam aprono al rapporto tra Spider-Man e la Storia, che purtroppo è solo accennato. Una promessa che il volume sembra faccia in apertura, ma che è disattesa lasciando in bocca il gusto amaro delle occasioni perdute. Basti pensare che all’11 settembre 2001, ad esempio, è dedicata solo una sola, per quanto evocativa, vignetta. Sarebbe stato suggestivo trovarsi di fronte a un fumetto che raccontasse l’America come Robert Zemeckis ha fatto al cinema utilizzando lo sguardo di Forrest Gump.

La scelta di Zdarsky è quella di attenersi scrupolosamente alla cronologia delle saghe ragnesche, proponendo un Peter Parker sempre più maturo, chiamato ad affrontare anche questioni adulte, come i rapporti personali e la collocazione nella vita sociale, con la conseguente difficile convivenza tra uomo e maschera. Significativo, tra tutti, il momento nel quale il Nostro ammette di sentire addosso la fatica del tempo che passa. Interessante anche l’abilità con cui Zdarsky colloca i semi delle saghe storiche che hanno caratterizzato l’universo Marvel nel corso di 60 anni di storia editoriale; proprio nel diverso approccio al ‘Nam, ad esempio, ci sono i semi di quel conflitto tra eroi che ha caratterizzato la Civil War tra Capitan America ed Iron Man.

Il tratto dinamico di Bagley ben si adatta alla sfida rappresentata dal dover riscrivere, anche graficamente, alcune pagine iconiche e denuncia una notevole ricerca nel tratteggiare i segni del tempo sui personaggi che incontriamo. Inquadrature e pose del ragno rimandano ai volumi storici dai quali Zdarsky pesca a piene mani – l’iconica rinascita de L’ultima caccia di Kraven è solo un esempio – ma allo stesso tempo offrono al lettore qualcosa di nuovo, come quando si ascolta un brano conosciuto con un arrangiamento inatteso: il conosciuto è solo una bussola, mentre viaggio e destinazione sono una continua scoperta. Sorprendente, ad esempio, il susseguirsi di costumi indossati da Peter, alcuni decisamente intriganti, che si adattano alla perfezione al cambio di struttura che l’avanzamento di età impone.

La regola delle tavole è il rispetto di una gabbia canonica con alternanza di 3 o 5 vignette per pagina senza grosse invasioni, mentre il ricorso a splash page viene limitato al tributo alle Guerre Segrete o all’epico finale, una scelta che consente un repentino effetto esplosione e che conferma la volontà di sovrapporre tradizione e innovazione.

Il risultato è uno Spider-Man spogliato dalla sua immagine di eterno Peter Pan e quindi meno guascone, più affaticato, non meno simpatico ma decisamente più umano, che comunque attira quell’empatia che gli underdog creati da Stan Lee han sempre reclamato. La revisione cronologia intrapresa intreccia racconto e rapporto tanto coi villains quanto con le persone vicine – da Zia May a MJ passando per Gwen – ricordano Marvels, la storica miniserie realizzata da Kurt Busieke Alex Ross, ma riportando il racconto, allora filtrato dalla macchina fotografica del narratore, al vissuto dei protagonisti.

Questo gioco funziona bene in alcuni passaggi, ma mostra anche alcune fragilità.

Tra tutte, la saga nella quale si avverte una certa fatica è quella del clone. L’intuizione di trasformare il gioco delle parti tra Peter e Ben Reilly in una macro trama che si contamina con altre è interessante, ma la resa è la stessa di quando si pulisce una stanza nascondendo la polvere sotto un bel tappeto. La bellezza del tappeto non agisce in alcun modo sulla polvere; il gioco per cui si assiste a continui scambi di persona tra cloni e originali, che già nella saga di origine diventa grottesco, non migliora neppure grazie alla revisione fatta da Zdarsky, tanto che a un certo punto si ha la sensazione che persino i protagonisti rinuncino a voler ricostruire, e correggere, il cervellotico piano di Goblin.

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Va detto comunque che lo schema seguito dallo sceneggiatore funziona bene con altri incastri, tra i quali si impone la rielaborazione de L’ultima caccia di Kraven sovrapposta al ciclo di Venom, e che viene replicato nella carrellata dedicata al nuovo millennio. Gli anni 2000 infatti mostrano un Peter ormai ultra cinquantenne che affronta, con la sua famiglia, le sfide rappresentate da Morlun il vampiro, la Guerra Civile e il suo rapporto, anche su un piano imprenditoriale, con Tony Stark. Il tema dell’eredità è il cuore dell’ultima parte che è una corsa serrata nella quale si chiudono le fila per poi arrivare al coinvolgente, commovente, epilogo.

Tutta la vita di Peter sembra consumata alla ricerca di una collocazione adatta, come fosse spesa a costruire il giusto equilibrio tra poteri e responsabilità, un equilibrio che l’eroe del Queens vede solo nel momento, da anziano, in cui dubbi e progetti si trasformano in inevitabili bilanci.

Il volume scorre piacevole e il senso di familiarità, regalato dai rimandi alle storie classiche, si compensa in modo omogeneo con la loro riscrittura, al punto che si accettano anche alcuni cambi di rotta che in altri contesti avrebbero fatto storcere il naso ai lettori più manichei della tradizione. La cura con cui lo ha confezionato conferma un formato piacevole da maneggiare e leggere.

Abbiamo parlato di:
Spider-Man, La storia della mia vita
Chip Zdarsky, Mark Bagley
Traduzione di Pier Paolo Ronchetti
Panini Comics, 2020
200 pagine, cartonato, colori – 23,00 €
ISBN: 9788891273758

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