Un “Lost” bonelliano quantomai attuale: Caravan

Un “Lost” bonelliano quantomai attuale: Caravan
Nel 2009 uscì per Sergio Bonelli Editore “Caravan”, un’atipica miniserie firmata da Michele Medda, di cui questa è un’analisi a dieci anni di distanza.

Caravan_1Lo scenario dell’edicola bonelliana, verso la fine del primo decennio degli anni 2000, era ben diverso da quello attuale.
si presenta oggi con una selva di proposte che spaziano su mille fronti: si toccano generi narrativi diversi tra loro, si sperimenta con formati editoriali inediti per la casa editrice milanese e con canali distributivi prima poco battuti (fumetteria e libreria), accogliendo stili di scrittura e di disegno ben poco affini a quello da molti definito l’approccio bonelliano classico.

Come già esposto da David Padovani sul nostro blog di redazione, la Bonelli è oggi più viva che mai e pronta a esplorare tanti tipi diversi di fumetto, pur mantenendo invariate le pubblicazioni mensili storiche: ha scoperto in sostanza di poter investire la propria professionalità e solidità economica incoraggiando i fumettisti a proporre e sviluppare progetti personali o che fino a pochi anni fa nessuno avrebbe associato alla realtà di via Buonarroti.
Attica, Il confine, Mister No Revolution, K11 sono solo i primi esempi che vengono in mente.

Nel 2009, invece, il parco testate Bonelli era più “inquadrato” in una tradizione, soprattutto formale, piuttosto marcata e fedele a sé stessa.
L’unica vera innovazione produttiva era stata l’introduzione del concetto di miniserie: inaugurato ufficialmente nel 2005 con Brad Barron di Tito Faraci, il formato delle mini da 12 o 18 numeri prese piede in un mercato che sembrava non poter più sostenere con le vendite una nuova serie a durata potenzialmente infinita, come invece continuava e continua tutt’oggi ad accadere per i capisaldi Tex, Dylan Dog, Zagor, Nathan Never, Julia e Martin Mystére, nati in un’altra epoca e forti di uno zoccolo duro di affezionati.
Una storia con una durata prestabilita permetteva invece di stipulare un “patto” con i lettori, proponendo loro un progetto che sarebbe stato portato a compimento indipendentemente dalle vendite, contribuendo ad attrarre nuove persone rassicurate dall’impegno a breve termine.
Un’idea che attecchì e prese piede velocemente, tanto da essere emulata presto anche da altre case editrici, in particolare Star Comics e Editoriale Aurea (al tempo Eura).

Per allettare il pubblico la Bonelli ingaggiò sceneggiatori già noti e affermati del proprio pantheon e fomentò approcci narrativi meno convenzionali, magari con un occhio più attento alla continuity interna rispetto alle classiche serie, nelle quali ogni singolo albo si regge sulle proprie gambe, pressoché indipendente dagli altri.
Dopo Brad Barron, Demian e Volto Nascosto, nel giugno del 2009 vide la luce Caravan, ideata e sceneggiata da , autore celebre in particolare per aver creato Nathan Never insieme a Bepi Vigna e Antonio Serra.

Coralità più o meno reale

Caravan_2Caravan racconta la vicenda che colpisce la fittizia cittadina americana di Nest Point: dopo aver osservato uno strano fenomeno atmosferico nel cielo, una formazione di “nuvole strane” come le definisce una bambina, giunge l’esercito e per ordine del governo statunitense tutti devono raccogliere l’indispensabile e prepararsi a mettersi in viaggio con le proprie automobili, camper o furgoncini, scortati dai militari verso ignota destinazione.

Lo spunto misterioso e pseudo-fantascientifico è la molla iniziale e principale motivo di interesse verso la trama, solleticando la curiosità di chi vuole sapere di cosa si tratta.
La mini peraltro si attesta come il primo progetto di casa Bonelli ad avere un approccio corale, veicolato anche dal fatto che per la prima volta il titolo della testata non equivale al nome del protagonista. Infatti l’attenzione è rivolta alla popolazione di Nest Point nel complesso più che a un singolo personaggio, o almeno così sembrava inizialmente.
Sarebbe più corretto dire che in Caravan si rileva l’assenza di un eroe (o di un anti-eroe) propriamente detto, perché in realtà, nonostante la pretesa coralità, ci si sbilancia quasi subito verso la famiglia Donati, per la precisione verso l’adolescente Davide che fa da voce narrante tramite il diario che scrive sul suo portatile e diventa di fatto una sorta di “protagonista” della miniserie.
È attraverso gli occhi di Davide Donati che il lettore segue la vicenda ed è innegabile che il suo nucleo famigliare è quello attorno a cui si concentra l’attenzione di Medda.

La pluralità di personaggi primari viene preservata in un’altra maniera, in parte convenzionale e molto più facile da gestire.
Ogni numero è infatti incentrato su un personaggio specifico, con cui il protagonista interagisce per diversi motivi. Il secondo numero racconta la storia del “cane sciolto” Starker, il terzo presenta la figura del sindaco Banks, il quarto narra il passato di Carrie, un’ex cantante folk di successo ora sulla cinquantina, e così via.
Albo dopo albo Medda fa sfilare un campionario di varia umanità, con il merito di raccontare tante storie diverse – in alcuni casi davvero solide e ben scritte – cambiando anche scenari, visto che a dispetto della “diaspora” ci sono spesso flashback lunghi tutto un episodio per approfondire la vita dei singoli personaggi.
Il problema è che così la messa in scena risulta piuttosto frastagliata: ci sono alcuni numeri che sono completamente scollegati dalla vicenda perché incentrati sul singolo personaggio che racconta a qualcun altro il modo in cui ha conosciuto la moglie o il periodo in cui gli è capitato qualcosa che gli ha cambiato l’esistenza.

Trama orizzontale e verticale

Caravan_6Da quanto detto si deduce che la trama orizzontale, che avrebbe dovuto costituire uno degli elementi cardine di Caravan, è blanda e relegata spesso sullo sfondo, quasi un pretesto per offrire una cornice inusuale sulla quale impostare racconti brevi di vario stampo.

Un approccio simile a quello attuato nel 2004 dalla serie TV Lost, creata da J. J. Abrams per il canale americano ABC, in particolare nelle prime due stagioni.
Anche in quel caso il titolo si poneva in parte come “rottura” rispetto al medium di riferimento: laddove i serial americani erano spesso formati da trame perlopiù verticali, Lost introdusse una trama unitaria che si snodava nel corso dell’intera serie e che penalizzava lo spettatore casuale, il quale contrariamente al solito non avrebbe potuto godersi una puntata a caso senza conoscere le precedenti, perché tutte strettamente interconnesse. E, anche in quel caso, una delle mosse studiate era quella di una pluralità di protagonisti che venivano presentati al pubblico con episodi dedicati di volta in volta a ciascuno, tramite flashback pensati per svelarne caratteristiche e vissuto.

Medda non riesce però a replicare esattamente tale formula: in Lost, infatti, questo approccio era sempre al servizio della storia generale e del mistero che avvolgeva la trama: quanto si scopriva sul passato dei personaggi era funzionale allo svolgimento complessivo.
In Caravan invece lo sceneggiatore non usa queste storie “personaggio-centriche” per gettare nuovi lampi di luce sul mistero iniziale, piuttosto opera l’esatto contrario: usa quello spunto come cornice per raccontare tanti racconti slegati gli uni dagli altri, nei quali può delineare figure umane e affrontare particolari tematiche ogni volta diverse, ben individuate da Gianmaria Contro nell’editoriale introduttivo, sempre ricco di riferimenti letterari e cinematografici.
Un meccanismo che Bonelli avrebbe poi avallato senza bisogno di alcun filtro del genere, anni dopo, nel contenitore Le Storie.

Questi episodi non servono alla trama orizzontale, sono flash estemporanei che, tra l’altro, permettono di ritrovare quell’elemento di verticalità che consentirebbe anche al lettore casuale di prendere un numero qualunque e poter fruire di un’avventura autoconclusiva trattata come una parentesi slegata dal resto, in una sorta di compromesso tra il “vecchio” modo di intendere il fumetto popolare da edicola e quello che si sarebbe poi sviluppato con maggior libertà e coraggio nel decennio successivo.

Tratteggiare la carovana

I disegnatori che si sono alternati sulla serie sono Roberto De Angelis, Stefano Raffaele, Fabio Valdambrini, Werner Maresta, Andrea Cuneo, Maurizio Gradin, Michele Benevento, Gianfranco Olivares e Emiliano Mammucari, quest’ultimo autore anche di tutte le copertine insieme a Lorenzo De Felici che ne ha curato i colori.
Proprio dalle cover si può cominciare una riflessione sullo stile dei disegni di Caravan: gli albi si presentavano infatti con illustrazioni molto d’effetto, grazie al tratto fluido e guizzante di Mammucari e alla colorazione accattivante, in grado di dosare bene ombre, effetti di luce ed elementi messi in scena dalle iconiche raffigurazioni. Pur scegliendo quasi sempre di avere semplicemente un personaggio in mezzo all’inquadratura, le pose e la gestualità erano efficaci e significative, fino ad arrivare a disegni come quello per gli albi #6 e #8 capaci di smarcarsi anche dalla presenza di una figura centrale privilegiando la comunicatività di scene meno convenzionali.

Caravan_BA questo tipo di presentazione non corrispose un analogo approccio estetico per gli interni. Il lavoro degli artisti coinvolti è quasi sempre tecnicamente lodevole, ma estremamente convenzionale nel segno e nella costruzione delle tavole.
Sotto questo aspetto anche i disegni rappresentano quindi uno dei compromessi a cui il progetto andò incontro, volutamente o necessariamente che fosse: a un’impostazione nuova della narrazione e dell’idea di base non seguì un “salto in avanti” a livello grafico, presentando pagine nel puro stile realistico rintracciabile come “linea editoriale” in tutti gli altri prodotti Bonelli.
Occorre ribadire che lo scenario di allora era ben diverso, anche a livello di aspettative dei lettori, e in quest’ottica il lavoro dei disegnatori rientrava perfettamente nella norma e nel canone produttivo dell’editore, che probabilmente allora preferiva concentrare la ricerca di innovazione su formato e struttura narrativa invece che sui disegni.
Cosa che non sarebbe avvenuta anni dopo, quando sui progetti meno usuali la casa editrice non avrebbe avuto remore nell’ospitare segni che esulano dall’impostazione più classica, a partire da Orfani fino ai tanti esempi attualmente disponibili sugli scaffali di librerie e fumetterie.

Sfogliando gli albi di Caravan si possono osservare generalmente buone tavole, alcune vignette particolarmente azzeccate, ma nel complesso nulla che salti all’occhio e nulla che trasmetta l’impatto innovativo che la serie vorrebbe portare con sé: il fumetto è un medium che vive in perfetta sintesi tra sceneggiatura e disegni e in tal senso una maggiore unitarietà di intenti tra le sue due anime avrebbe forse reso maggior giustizia alla miniserie, perlomeno osservandola con gli occhi di oggi.

Lo sfondo sociologico e la sua attualità

Caravan_10La serie si configura anche come un piccolo esperimento socio-fumettistico di stampo metanarrativo: è possibile farsi seguire dai lettori in una lunga storia di cui viene celata fino alla fine la soluzione del mistero e che nel mentre spazia verso mille altre strade? Analogamente ci si può chiedere nei confronti dei cittadini di Nest Point: fino a quando saranno disposti a seguire l’esercito senza chiedere il motivo di tale trasferimento coatto, la natura delle “nuvole strane” e la destinazione a cui li stanno conducendo?

Se alla prima domanda si potrebbe provare a rispondere solo con dati di vendita alla mano, limitandosi al massimo a cercare commenti critici ai tempi delle uscite, sulla seconda ci si può soffermare maggiormente.
Già nel terzo numero, in effetti, Medda visualizza una ribellione guidata dal sindaco Banks volta a ottenere informazioni dal generale alla testa della carovana: l’elemento non viene quindi trascurato, anzi viene sviscerato piuttosto bene, soprattutto negli ultimi tre numeri. Avvicinandosi al finale, infatti, la struttura che abbiamo delineato viene parzialmente modificata e l’attenzione si concentra maggiormente sul tema alla base della storia.

Una delle conseguenze è quella di riflettere proprio sulla particolarissima condizione umana in cui vengono poste queste persone: li si mette di fronte a una non meglio precisata minaccia e si pone loro una soluzione estrema, dai contorni poco chiari e che comporta tutta una serie di limitazioni alla propria libertà e di stravolgimenti alla propria esistenza quotidiana.
A seconda del carattere che viene assegnato ai vari comprimari che intervengono, abbiamo reazioni diverse: dai medici che accettano di aiutare attivamente i militari perché questo offre loro alcuni vantaggi, al motociclista allergico a qualunque tipo di regola o restrizione, dal tipo determinato a capire cosa gli stanno nascondendo a quello che si accontenta di sapere (o perlomeno di credere) di essere al sicuro grazie alle pronte misure del governo americano.
Indipendentemente da ciò e a prescindere dalla natura del pericolo che ha portato a questa situazione, la realtà dei fatti è che nel giro di poche ore si è potuto trasferire un intero centro abitato mettendolo su strada e facendolo viaggiare per settimane senza spiegargli il perché.

È surreale ragionare su uno scenario del genere in questi giorni, quando da quasi due mesi nel nostro Paese, a varie grandezze, si sta vivendo un’emergenza sanitaria che ha portato a ordinanze governative atte a contenere la diffusione di un nuovo virus, il Covid-19.
I due contesti non sono identici: in Caravan la minaccia è ignota mentre nella nostra realtà è individuabile, ma è anche vero che l’invisibilità propria di un agente patogeno e il fatto che la sua novità lo renda ancora in larga parte sconosciuto lo avvicinano concettualmente all’oscuro fenomeno atmosferico del fumetto.

Caravan_12Per quanto riguarda le misure messe in atto siamo invece su due fronti opposti, perlomeno a livello pratico: da una parte un trasloco forzato, dall’altro una “reclusione”, dapprima solo per una ristretta zona rossa individuata come focolaio, poi applicando misure restrittive a tutta Italia.
Un’escalation dovuta alla costante osservazione dell’andamento dei contagi operata dal Governo di concerto con le autorità sanitarie nazionali, ma che sembra quasi seguire un andamento “sperimentale” che parte dal piccolo per arrivare al grande, dopo aver avuto la possibilità di osservare il risultato di certe azioni – sia sul piano sociologico che su quello sanitario – in una comunità ristretta.
Se si presenta un motivo valido e grave, in sostanza, la macchina statale ha modo di limitare libertà che comunemente diamo per scontate. Da questa conclusione si è potuto applicare l’approccio di base, con determinate varianti, all’intero Stato, e il percorso è stato poi seguito anche dalla maggior parte dei Paesi del mondo.

Il discorso potrebbe apparire vagamente complottista, ma ci vogliamo smarcare subito da tale sospetto: è chiaro e lampante che misure tanto estreme e impensabili fino a poco tempo fa sono state applicate in seguito a un pericolo reale, molto grave e scientificamente evidente, che purtroppo ha impattato pesantemente a livello di strutture sanitarie e che ha portato e sta portando a diversi contagi e decessi. I tentativi di limitazione alla libera circolazione degli individui e dei contatti interpersonali sono indispensabili per frenare la diffusione del virus.
Ma ciò non cambia il fatto che, come in Caravan, questa emergenza ha dimostrato che un’azione del genere, per quanto assurda e distopica potesse apparire fino a poco tempo fa, per quanto nessuno ci avesse mai pensato sopra, è possibile.

Abbiamo parlato di:
Caravan: Omnibus voll. #1-2
Michele Medda, AA.VV.
Sergio Bonelli Editore, 2016
592 pagine cadauno, cartonati, bianco e nero – 25,00 € cadauno
ISBN: 9788869610202 – 9788869610806

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su
Exit Popup for Wordpress