Ultima goccia: la ricerca dell’identità secondo Andrea de Franco

Ultima goccia: la ricerca dell’identità secondo Andrea de Franco
Ultima goccia racconta il viaggio lisergico di una tazzina di caffè alla ricerca di se stessa, tra metamorfosi, incontri con strane creature e rave party.

ultima-gocciaAd Andrea de Franco piace il caffè. Oltre che un assiduo consumatore, è un appassionato, un cultore. È uno di quelli che ne beve una tazzina prima di andare a dormire «perché mi rilassa». Non sorprende quindi che la protagonista della sua prima opera di ampio respiro sia proprio una tazzina di caffè: Ultima goccia viene pubblicato da a novembre del 2020 ed è il suo «primo fumetto con un codice ISBN».

L’autore, che è anche musicista con in nome di Fera, ha comunque alle spalle diverse pubblicazioni: con DE PRESS, realtà editoriale indipendente da lui fondata, ha pubblicato alcuni lavori tra cui Scusa, Piccolo Niente e Intonarumori. Ponendo al centro la tazzina di caffè (decisamente umana, con occhi, bocca, braccia e gambe), l’autore si muove da un argomento che conosce bene, che gli dà libertà di movimento e stimola la sua fantasia. È la certezza di cui si serve come punto fermo per esplorare l’ignoto, perché Ultima goccia non racconta (solo) di caffè, anzi: la protagonista si trova coinvolta in un viaggio lisergico alla ricerca della propria identità, in cui ogni sicurezza, persino quella più scontata, viene messa in discussione.ultima-goccia-de-franco-1

Non c’è un vero inizio, non una chiamata all’avventura, non una nascita del personaggio, nessun background. Ci troviamo davanti alla tazzina, vuota, che non riesce a contenere il caffè che le viene versato dentro: lo vomita, esplode nel tentativo di trattenerlo, esce dai bordi. Capiamo immediatamente che la protagonista è in difficoltà nel fare esattamente ciò per cui dovrebbe essere portata. Da qui, le prime sorprendenti trasformazioni: rinasce da un fiore, si rompe in mille pezzi, viene raccolta da un corpo senza testa e ridotta in polvere per diventare a sua volta caffè.

La penna di de Franco descrive queste metamorfosi con una linea sottile e costante, fragile, tremolante, pronta a cambiare tutto da un momento all’altro: dal caffè nascono alberi, dalle foglie i frammenti della tazzina, da personaggi nascono nuvole, da un cubo nel deserto si entra in un rave, dal pianto si genera il mare. Gli episodi e le trasformazioni che attraversa la protagonista sono numerosissime, in una storia che ricorda quella di Alice in un Paese delle Meraviglie spogliato di ogni colore, ridotto a un essenziale che ha tanto di simbolico. Sarebbe perciò sterile cercare una spiegazione a ogni tappa di questo viaggio, che lascia grande spazio di interpretazione (e quindi altrettanta fiducia) a lettori e lettrici.

 raveDe Franco si inserisce nel solco tracciato da artisti come , Michael DeForge, Mat Brinkman, Anna Haifisch e soprattutto : di quest’ultimo (anch’esso pubblicato da Eris) ritroviamo, oltre alla libertà della linea, anche l’ambientazione in un luogo senza punti di riferimento in cui domina il bianco1. Un paesaggio assente popolato da apparizioni surreali in cui non ci sono né un «dove», né un «quando», perché la domanda fondamentale che risuona nel deserto di queste pagine è sempre «chi?». In una realtà come questa è facile sentirsi spaesati, persino soli, rompersi in mille pezzi e perdere la bussola: anche per questo, Ultima goccia non è un fumetto di facile lettura.

Quando l’ho sfogliato per la prima volta, mi sono sentito sopraffatto, quasi respinto dalla quantità di linee dello stesso spessore che si alternano sulle pagine, facendo fatica a distinguere gli oggetti. Solo in un secondo momento ho realizzato che de Franco, da narratore capace, ha adottato una forma che riflette il contenuto: pretendere che ogni linea descriva una figura riconoscibile e aspettarsi delle certezze è proprio quel presupposto che bisogna abbandonare quando si è alla ricerca di se stessi. È una gran fatica, ma ne vale la pena, perché allora il racconto fluisce in un continuo germogliare di figure animate dalla grafomania dell’autore, che ci accompagna alternando momenti di tensione allucinatoria con altri in cui è possibile tirare un sospiro sollievo. Tra questi, a mio avviso sono più efficaci le tavole in cui l’autore riesce a essere essenziale, con pochi elementi sulla scena che danno al racconto un carattere plastico e metafisico: in questi passaggi de Franco dimostra tutta la densità che può trasmettere con pochi tratti controllati e che sembra perdersi in altri momenti in cui le linee sono ridondanti, lottano con lo spazio bianco con un’agitazione data forse dalla difficile impresa di raccontare una storia lunga, di trovare un equilibrio tra azione narrata e simbolismo.

Su tutto questo si mantiene un ritmo sempre ben calibrato: de Franco infittisce le linee sulla pagina eliminando lo spazio tra le vignette, espediente che aumenta lo scorrere fluido del racconto. Questo raggiunge il suo apice in tavole a tutta pagina, separate però dalla rete di vignette: l’immagine esce dai bordi, supera i limiti, si moltiplica e a volte si frantuma. L’autore sceglie una regola, uno schema (come quello iniziale delle nove vignette per tavola) per poi divertirsi a stravolgerlo nella pagina successiva.

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La fluidità è del resto la cifra caratteristica dell’indefinito, del divenire. Il liquido si adatta, prende la forma del contenitore ed è proprio questo che cerca la tazzina: «far coincidere i confini del mio corpo con i limiti del mondo». Questa è una frase chiave, in una sequenza carica di simboli e di poesia. Già è curiosa l’inversione dei termini: saremmo portati a parlare di «confini del mondo» e «limiti del corpo», ma evidentemente non è questo il messaggio di de Franco. E può essere solo una delle interpretazioni possibili, ma sembra che questo desiderio si realizzi: la tazzina diventa liquida, augura la buonanotte, prende la forma del contenitore e può finalmente riposare, scomparendo sullo sfondo. Il caffè viene versato in un corpo nuovo, in cui riconosciamo ancora una tazzina, ma completamente diversa, dalla quale il liquido nero non esonda. Solo qui la tazzina, nell’ultima sequenza, abbandona l’espressione malinconica e corrucciata che l’ha accompagnata per tutto il fumetto e la linea sottile che definisce la sua bocca si inarca in un sorriso.significato sul mondo

Il viaggio non è finito, ma la protagonista raggiunge una tappa importante. Sarebbe ingiusto, tuttavia, sostenere che sia arrivata a questa meta da sola. Se c’è una costante nel libro di de Franco, questa è la necessità dell’incontro con l’altro, di cui il caffè è metafora e manifestazione. La tazzina incrocia personaggi gentili e scontrosi, svitati e razionali, altruisti e approfittatori: tutti muovono l’azione e mettono in discussione l’identità del personaggio. La metafora si manifesta in un passaggio chiave; quando la tazzina si sveglia da un lungo sonno, scopre che è nato un vero e proprio culto attorno alla sua figura: «[…] le tazze rovesciarono significato sul mondo e da un momento all’altro le parole smisero di essere inutili pietre di suono e si trasformarono nel nostro canto». Per l’autore la ricerca dell’identità passa attraverso esperienze condivise (dal rave al ritorno tra le braccia di un’amica) che danno senso al linguaggio in quanto strumento di incontro. Questo pare comunque inadeguato, quasi in imbarazzo quando si tratta di descrivere il mondo interiore e viene superato dai gesti, dai passaggi di stato, dalla distruzione di «parole e cose che vanno in frantumi» e dalle cui macerie emergono corpi nuovi.

tavola dialogoRiguardo a questo, un’attenzione particolare meritano i dialoghi: questi sono carichi di interiezioni come «beh», «ehm», «uhm», «dai», «tié», «eh», «ah» (scritti in diverse varianti, spesso solo rappresentando il suono, come «em» o «um») che hanno il sapore di chiacchiere spontanee tra persone che si incontrano in cucina al mattino, ancora troppo assonnate per capire bene dove si trovano. E non solo: queste espressioni sono la rappresentazione di un gesto, un’esitazione, una reazione, parole prive di un referente che vanno ad arricchire un linguaggio altrimenti incapace di esprimere lo stato d’animo dei personaggi (addirittura l’autore, con una libertà che raggiunge l’ironia linguistica, inserisce nei dialoghi espressioni che siamo abituati a vedere nella messaggistica istantanea come «mi disp», «che succ», «ma che ca» ed emoticon come «:(», «<3»). Dialoghi di questo genere possono prendere qualsiasi direzione e lo si vede bene da come vengono rappresentati: i balloon sono piccolissimi, spesso contengono una sola parola e sono collegati tra loro, creando “alberi” che si diramano sulla pagina (una tecnica che troviamo in Paolo Cattaneo, ma anche in e risale fino ad ).

Senza dubbio de Franco si rifà a un disegno libero, sfrenato, underground e a uno stile che tende al metafisico, il che, lo abbiamo detto, non ne facilita la lettura; ma limitandoci a questi aspetti il rischio è quello di relegarlo a essere un esercizio di stile, come spesso accade a questo genere di opere. In Ultima goccia l’autore sperimenta moltissimo e a momenti di estrema sintesi ed efficacia se ne alternano altri in cui la grafomania del tratto sembra sfuggirgli di mano, ma ci sono messaggi carichi di significato tra le sue linee sottili, che vanno al di là dello stupore della prima lettura. Quest’opera, di cui purtroppo non si è parlato molto, complice anche l’impossibilità di presentarlo nelle librerie2, si inserisce in maniera originale in quel filone di fumetti che mettono al centro il corpo, l’identità e la sua rappresentazione (penso a Cheese di Zuzu o a La bugia e come l’abbiamo raccontata di Tommi Parrish, recentemente tradotto da ), questioni fondamentali in un momento storico in cui il contatto fisico è quanto mai lontano dal nostro orizzonte. Andrea de Franco disegna e scrive con uno stile coraggioso che ci regala tavole a un tempo semplici e dense e dimostra, cercando un equilibrio tra narrazione ed espressione artistica, di saper parlare di noi con realismo e poesia.

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Abbiamo parlato di:
Ultima Goccia
Andrea de Franco
Eris Edizioni, 2020
264 pagine, brossurato, bianco e nero – 18,00 €
ISBN: 9788898644865


  1. Non è un caso se i due autori sono protagonisti di una chiacchierata davanti a un caffè sui canali della casa editrice: https://www.facebook.com/500771236644488/videos/488262412148273

  2. A questo proposito, raccomando a chi vive a Bologna di visitare la mostra di disegni dell’autore presso il bar e la libreria Modo Infoshop

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