
Eppure penso che tutti concordebbero nel dire che Ales Kot sia un autore coerente e fedele a sé stesso, con un ben preciso leitmotiv che guida la sua carriera, l’analisi attenta e sfaccetata che coinvolge temi fondamentali per l’essere umano e tra loro profondamente legati: il trauma, la violenza e l’amore. Temi che ritroviamo nella sua opera più recente, Soldati Perduti, pubblicato in Italia da Saldapress e realizzato con Luca Casalanguida ai disegni, Heater Marie Lawrence Moore ai colori e Tom Muller al design.
Un viaggio senza ritorno, un viaggio che è un nuovo inizio
Con Soldati Perduti, Ales Kot si confronta con uno dei grandi filoni della narrativa statunitense, quella che affronta il grande, irrisolto trauma della guerra in Vietnam: un filone tanto battuto e difficile da affrontare per creare cose nuove, quanto ideale per approfondire ancora quelle tematiche di cui parlavamo sopra. Per farlo, l’autore si muove tra passato e presente, usando tre personaggi che incarnano i cardini di questa riflessione e che si riflettono l’uno nell’altro. Nel ‘68, Kowalski, Hawkins e Burke sono commilitoni dai modi e dalle idee molto diverse, con i primi due in inevitabile rotta di collisione col brutale Burke. Nel presente, una missione segreta della CIA oltre il confine messicano porta Hawkins e Kowalski, nuovamente insieme, a scontrarsi con Burke. Una trama che non appare particolarmente sorprendente, ma che Kot costruisce con sapienza, andando a condensare e distillare tutto il meglio visto in Zero, la cui recente pubblicazione permette di apprezzare ancora meglio l’evoluzione dell’autore.
La scelta di ridurre il cast a pochi personaggi permette all’autore di concentrarsi su analisi più concrete e meno cervellotiche della psiche dell’essere umano: non tanto il confronto con Burke, quanto quello tra Kowalski e Hawkins permette a Kot di riflettere sul trauma della guerra, su su come la violenza trasformi gli esseri umani in mostri dominati dalle proprie pulsioni più basse, dai loro lati più oscuri. L’incapacità di lasciarsi alle spalle il passato e di trovare il proprio posto, che si manifesta in Kowalski (tema usato, e abusato, da Rambo in poi), si confronta con la speranza di una vita nuova che spinge Hawkins a diventare migliore grazie all’amore e alla cura instancabile dei propri cari. Le tavole finali, in cui i destini dei due personaggi vengono presentati in vignette orizzontali alternate, colpisce per la sua durezza ma anche per la sua tenerezza: mentre un uomo si spezza e perde definitivamente sé stesso, un altro trova per l’ennesima volta la strada per affrontare i propri demoni, pronto a ripartire nuovamente, faticosamente, conscio che il passato non se ne andrà forse mai.
La forma della guerra, la forma dell’anima
Riprendiamo il confronto] con Zero: in quel caso il cambiamento continuo di disegnatore rendeva affascinante ma anche discontinua l’opera, tenuta visivamente insieme solo dall’operato di Tom Muller, capace di racchiudere con i suoi layout una serie molto complessa. E se anche in questo caso l’eleganza e l’essenzialità del design di Muller danno una veste coesa all’opera e creano un legame forte con tutto il corpus di Kot, l’apporto di Luca 
E quando il testo e i dialoghi devono avere il loro spazio, l’artista rallenta e si concentra sui volti solcati dalle rughe e dalla stanchezza, segnati dalla rabbia o pian piano carezzati dalla pietà che li riporta ad essere umani. L’intensità del confronto tra Hawkins e Kowalski del capitolo tre è un esempio chiave: Hawkins cerca di salvare il suo amico, ma l’ombra ne copre gli occhi incupiti, l’espressione sconsolata, mentre la luce illumina il volto spigoloso di Kowalski, ormai assorbito completamente nella sua missione suicida. Il finale di questo scambio, con Hawkins che si avvia verso la luce e Kowalski che è solo una silhoutte scura, sancisce di fatto la fine (prematura, inevitabile) della storia. Il finale, con l’alternanza di cene tra Kowalski e Hawkins, vede i colori di Heater Marie Lawrence Moore (sempre attenta a usare la propria arte per sottolineare le esplosioni di violenza, o gli abissi della solitudine) diventare sempre più chiari, mentre le linee si fanno sempre meno definite, più distese per Hawkins, più fratturate per Kowalski: la guerra non ha fatto prigionieri, ma solo vittime.
E mentre tutto si dissolve, mentre qualcuno si perde per sempre restando immobile nel, Hawkins prosegue quel percorso (senza fine, forse) di guarigione dell’anima, mandando a fanculo John Wayne e chiudendo un ciclo iniziato nel primo numero: nel segno dell’essenzialità di Soldati Perduti, ad Ales Kot basta una frase per condannare un sistema culturale oggetto di studio costante, da analizzare a colpi di piccone. Parole come proiettili roventi di un autore che, nel bene o nel male, sa sempre quali scegliere.
Abbiamo parlato di:
Soldati perduti
Ales Kot, Luca Casalanguida, Heater Marie Lawrence Moore, Tom Muller
Traduzione di Michele Innocenti
Saldapress, 2021
168 pagine, cartonato, colore – 19,90 €
ISBN: 9788869198946







