The Wicked+The Divine: “Wonderful in Young Life”

The Wicked+The Divine: “Wonderful in Young Life”
Dopo 45 numeri regolari e vari speciali si chiude l'epopea di Gillen e McKelvie: esploriamone tematiche, strutture e imperfezioni.

Due precisazioni preventive. La prima: questo approfondimento contiene spoiler sull’intreccio e il finale. La seconda: nell’analisi che segue, quando non diversamente indicato, i termini “racconto”, “narrazione”, “caratterizzazione” e correlati si riferiscono alla costruzione fumettistica nel suo complesso e non a sua semplice componente, quale i dialoghi, le matite, i colori, il lettering, eccetera.

The Wicked+The Divine

Il di e (d’ora in poi W+D) giunge a conclusione attraverso un percorso tortuoso, un saliscendi di emozioni e fasi ad alterna efficacia. Il cuore della vicenda è espresso nel manifesto, che accompagna tutti gli albi e i volumi della serie: “Every ninety years, twelve gods incarnate as humans. They are loved. They are hated. In two years, they are dead” (“Ogni novanta anni, dodici dei si incarnano in esseri umani. Sono amati. Sono odiati. Entro due anni saranno morti“)1.

wicked-divine-gillen-mckelvie-book-one-cover

A guidare questo gruppo di (neo? pseudo?) divinità, che formano il Pantheon, è Ananke, unica vecchia in un gruppo di adolescenti, che sembra conoscere tutti i retroscena di queste epifanie ricorrenti. Tratto comune nei ragazzi nella loro vita ordinaria è un senso di vuoto che sfiora la disperazione e che viene esacerbato dalla comparsa delle prime manifestazioni divine: tutti sperano di essere il prossimo prescelto e non hanno alcun problema nel barattare una vita che vedono senza senso con due anni di gloria divina.

La veglia funebre sulla quale cala il sipario – esplicito richiamo a quella messa in scena nel Sandman di Neil Gaiman, che Gillen cita in più di una delle sue note mensili a fine albo – chiude una frenetica corsa dipanatasi in 45 albi mensili, distribuiti in otto volumi più cinque racconti fuori serie. Il lungo intreccio è articolato in quattro archi narrativi, che possiamo suddividere in due fasi, separate dalla scomparsa di Ananke, il personaggio motore immobile della lunga vicenda. Il disvelamento dei misteri che hanno nutrito il racconto fin dall’inizio porta alla luce una lotta per la sopravvivenza attraverso i millenni, innescata dal caso e costruita attraverso le regole di un gioco narrativo ed esperienziale. Questa scoperta offre una chiave di lettura immediata alle vicende dei personaggi, che è la questione di fondo di tutta l’opera; se la costruzione di sé passa attraverso un racconto, la questione centrale è: chi è responsabile del racconto attraverso il quale definiamo la nostra identità?

Scar2

La prima parte della vicenda (voll. #1-4) culmina in uno scontro largamente fisico, dove i personaggi dispiegano i loro poteri: Ananke lascia il proscenio, i giovani conquistano la prima fila, ma girano a vuoto, perché incapaci di dare senso agli eventi, al loro stesso Potere. La successiva Imperial Phase (voll. #5-6, epp. #23-33) è frustrante: il gruppo di Nuovi Dei si impantana in discussioni che sono in realtà schermaglie dialettiche nelle quali ognuno cerca di tenere nascosti i propri obiettivi e le proprie conoscenze.

Fig. 1, Mary HK Choi, Kevin Wada, I saw you kissing Satan Claus in The Wicked + The Divine #23, .

La vittima principale dello scontro con Ananke è l’azzeramento della fiducia reciproca, mentre il disorientamento e la paranoia di ognuno crescono e si alimentano a vicenda in una risonanza che rischia di distruggere il Pantheon. Il tentativo di scegliere insieme un comportamento comune per affrontare il dopo Ananke si sgonfia in una discussione grottesca, che rivela l’incapacità empatica dei protagonisti e si risolve in un “ognun per sé”, che li lascia alla mercé del pericolo maggiore, in quel momento ancora ignoto, ma, ci renderemo conto a posteriori, già in azione. Su questo flusso a vuoto di parole l’intreccio si blocca e tutto resta di fatto immobile.

Quello che resta della Imperial Phase è la plateale incapacità del manipolo di Giovani Dei di avere una visione del mondo e di gestire il Potere in coerenza a quella. In tutti i sensi, è il punto più basso della saga, perché sembra che il racconto non abbia più nulla da dire, mentre i personaggi diventano stereotipi dei se stessi così vitali in The Faust Act e Fandemonium. La situazione di stallo è delineata con precisione attraverso poche scene distribuite lungo i due volumi e il resto si limita a ribadire relazioni e caratteri. Paradossalmente, siamo di fronte a un azzeramento narrativo, una ricapitolazione degli eventi pregressi e delle informazioni utili: non per niente, W+D #23 è in forma di rivista, con una raccolta di testi illustrati (interviste, commenti) sui protagonisti e le vicende (Fig. 1). Dal punto di vista (soggettivo) dell’esperienza di lettura, la tentazione di mollare si fa via via più forte.

Da questa impasse narrativa della Imperial Phase, inizia tuttavia a emergere quella riflessione sulla costruzione dell’identità individuale e della consapevolezza di sé attraverso la capacità di raccontarsi e immaginarsi, che diventa il cuore del racconto.

This Fear of Gods

W+D è focalizzato sugli individui e lascia il mondo sfocato sullo sfondo. La stessa preponderanza di volti e corpi, attraverso inquadrature ravvicinate che mettono in evidenza la loro iconicità, e la rara presenza di panoramiche comunicano visualmente che il cuore del racconto sono le vicende personali dei protagonisti. Questa focalizzazione è mantenuta lungo tutta la saga e lascia inevasa la questione del rapporto fra i giovani dei e il mondo circostante. La loro esistenza, le loro caratteristiche e il loro costante ritorno sono fatti di pubblica conoscenza, ma non abbiamo indicazioni sul se e come le società e la cultura si confrontino con essi.

Fig. 2. Kieron Gillen, Aud Kock, And then there was One, The Wicked + The Divine 1923 One Shot, Image Comics.

In realtà ci sono alcuni accenni, che tuttavia restano senza sviluppo nell’esplorazione di questo aspetto. Il primo è la figura di Cassandra, che compare già nel primo episodio (Once Again): Cassandra indaga sui giovani dei e sulle loro comparse, cercando di dimostrare come tutta la faccenda sia una complicata montatura; il secondo è David Blake, lo studioso delle apparizioni del Pantheon, che appare in W+D #7 (Abandon all Hope) e anche è l’unico adulto fra i protagonisti, oltre naturalmente ad Ananke.

La loro attività dimostra che le apparizioni del Pantheon sono oggetto di ricerca giornalistica e storica: durante la sua conferenza, Blake pronuncia una frase che fa riferimento a un campo di studi strutturato: “This generation is fundamentally lazy and entitled. I’m not sure there’s any chance of this being a vintage Pantheon like in the 1920s or 1640s. There’s the Chine or Middle East option of course , but in terms of Western culture, I’ll almost be hoping this is one of the missing Patheons” (“In sostanza, questa generazione è pigra e piena di pretese. Non sono sicuro che ci sia una qualche possibilità che questo sia un vintage Pantheon, come negli anni 1920 o 1640. C’è l’opzione cinese o medio orientale, naturalmente, ma, in termini di cultura occidentale, io quasi spero che questo sia uno dei Pantheon perduti“). In questa frase, Blake richiama dei Pantheon “perduti” o “vintage”, segno che se ne indagano le ricorrenze e ne esiste una qualche categorizzazione: quella disciplina ha insomma il uso linguaggio (“vintage“: che cosa significa, riferito a un Pantheon? Che è speciale, prestigioso, che è intervenuto nelle vicende politiche e culturali?) e le sue linee di ricerca. E che le ricorrenze sono anche diventate una figura retorica del discorso (sociologico o semplicemente quotidiano), poiché Blake di fatto lega la propria valutazione negativa della generazione contemporanea all’idea di Pantheon perduto.

Difficile credere che questi dei temporanei non abbiano interagito con la Storia: dal racconto libero And then there was One, con protagonista il Pantheon degli anni 1920 citato da Blake (Fig. 2), sembra che i suoi membri partecipino alle vicende politiche, sociali e culturali del tempo, ma le allusioni restano tali e non sono mai sviluppate nella saga. Né è chiaro, in particolare, come i governi interagiscano con li Pantheon: sappiamo che esistono dei rapporti, poiché Ananke scambia messaggi con vari governi nazionali, ma, di nuovo, la profondità e complessità di queste relazioni non diventa tema narrativo.

Today I died again

Fig. 3. Kieron Gillen, Jamie McKelvie, The Wicked + The Divine #36, p. 3, Image Comics.

W+D racconta lo scioglimento di una vicenda, i cui retroscena sono svelati nel settimo arco narrativo (Mothering Invention), nata millenni fa dalla brama di vivere di una persona, che diventa sfida, imbrigliata in un gioco, “the game of stories“, del quale possiamo considerare ogni Pantheon come una partita. L’origine di questa vicenda è raccontata tramite flashback in W+D #34 e #39 che rivelano le regole che guidano le mosse di Ananke e che sono tutto ciò che serve per capire le dinamiche della saga (Fig. 3). W+D #36, invece ricapitola quasi 6000 anni di storia di quella sfida spietata. È un racconto che si dipana lungo 12 tavole costruite con una griglia 2×3, nella quale ogni vignetta, marcata con una data, mostra la resa dei conti che chiude una singola partita. In W+D #37, infine, il buio attraversato e l’orrore patito da Ananke dopo una sconfitta sono mostrati attraverso una sequenza di dieci tavole a griglia 3×3, dove ogni vignetta è nera e il tempo scandito da una data in ciascuna immagine.

Nella loro similitudine, le due soluzioni ottengono un effetto opposto: in W+D #36 abbiamo un vero e proprio racconto stroboscopico, la visualizzazione del momento culminante della vicenda di ogni Pantheon (Fig. 5), mentre la sequenza di W+D #37 mostra l’uniformità logorante dell’attesa nel nulla che intercorre per Ananke fra due incarnazioni: sebbene ogni vignetta rappresenti un anno distinto, la loro uniformità comunica un effetto di stasi e l’orrore di essere rinchiusi vivi in una bara ad aspettare a occhi aperti il risveglio in un nuovo (giovane) corpo.

Surviving these changes / in paces and faces3

Fig. 4. Kieron GIllen, James McKelvie, The Wicked + The Divine #45, Image Comics.

Okay è il titolo dell’ultimo volume e Life quello dell’ultimo capitolo, W+D #45, ambientato il 16 luglio 2055, oltre 40 anni dopo gli eventi del presente narrativo della saga. Il Valhalla, l’edificio che aveva ospitato il Pantheon, con i suoi eccessi e i suoi misteri, è un museo, “chiuso per una cerimonia privata“. I volti dei personaggi sono segnati dal tempo, i loro corpi, che furono agili e sensuali, sono appesantiti; gli occhi, quegli occhi che hanno sempre parlato dei loro spiriti, hanno scambiato sfrontatezza e arroganza con una malinconia che sembra sfumata da una domanda sospesa. Non vestono più abiti sgargianti, non sono più né star delle folle né ingranaggi temporanei di una complicata strategia di sopravvivenza. Soprattutto, non sono più figuranti di una storia altrui.

Nei quaranta anni non raccontati, hanno vissuto le loro vite, percorso i loro cammini, dei quali abbiamo solo vaghi accenni nei dialoghi. Vite ordinarie, si direbbe, dopo due anni di sovraesposizione. E anche questa cerimonia di chiusura è privata: “This one is just for us” (“Questa volta è solo per noi“). Ancora, lo sguardo indugia in primi piani sui volti: commozione, tristezza, un po’ di nostalgia, un miscuglio di sentimenti morbidi che emerge da pochi tratti, qualche riga di espressione attorno agli occhi, una certa inclinazione della testa, sguardi laterali che sembrano cercare qualcosa fuori dall’immagine, qualcosa lasciato indietro, perduto o non ancora definito, dopo così tanti anni. Coda (ovviamente un richiamo al linguaggio musicale) è il titolo dell’ultima sequenza (Fig. 4): c’è un discorso, i personaggi si congedano fra loro e infine da noi, con una riflessione finale rivolta al lettore e due tavole che indicano visivamente l’idea di ciò che dovrebbe essere la visione di ciascuno del proprio futuro: una pagina bianca sulla quale far vivere la propria unica e irriducibile esistenza.

Whatever the weather / the climate is perfect / for so young in life4

W+D è largamente imperfetto: l’impasse della Imperial Phase è frustrante e la discontinuità fra prima e seconda metà della saga talmente forte da far pensare quasi a un’espansione narrativa per prolungare la vicenda. Eppure non si può semplicemente saltare o condensare, come fosse una digressione estemporanea, perché proprio in quegli episodi emergono in maniera netta la fragilità e inadeguatezza dei personaggi. È anche la fase nella quale si sente maggiormente la mancanza di approfondimento delle relazioni fra Pantheon e mondo esterno, perché abbiamo accenni a iniziative del Governo che tuttavia non hanno sviluppo particolare: certo, è il filo che fa sì che l’irruzione dell’esercito nel Valhalla nel sottofinale sia un evento consequenziale nell’intreccio generale, ma tutto sommato il “mondo fuori” resta un fondale senza dettagli.

Fig. 5. Kieron Gillen, Jamie McKelvie, The Wicked + The Divine, #36, p. 3, Image Comics.

Un’altra debolezza consiste nel fatto che l’idea dell’epifania divina resta al livello di suggestione, risultando, per così dire, un innesco sovrapotenziato rispetto al suo effettivo sfruttamento. La sensazione è che il suo utilizzo sia stato a un certo punto abbandonato: in W+D #4 abbiamo infatti una discussione sulla natura di Baal con riferimento alle varie manifestazioni della divinità fenicia (Baal Hadat vs Baal Hammon), che è al tempo stesso anticipatrice del destino del personaggio e un unicum in tutta la vicenda.

Questi difetti, tuttavia, emergono dalla struttura della saga e non tradiscono anzi chiariscono il suo centro di interesse, che è e resta sempre l’animo dei singoli personaggi: W+D non parla di dei, miti e della loro relazione con la cultura e la società; parla bensì di ragazzi che cercano la propria strada nel mondo, che si confrontano con i propri desideri e con il conflitto fra questi e il resto della propria personalità, del prezzo da pagare per il loro esaudimento (altro riferimento al Sandman di Gaiman). Quel girare su se stessi senza riuscire a trovare un accordo su una linea di azione comune segnala la diversità e rigidità delle varie personalità, ognuna concentrata sulla propria agenda, disposta a manipolare ma non a cedere, per timore di essere manipolata. Sono tutte personalità fortemente caratterizzate, sempre o quasi sopra le righe: la specificità di ognuna è evidente nelle parole e nelle azioni e marcata dall’aspetto, che, come per i supereroi, segnala visivamente, in maniera enfatica, il loro essere più profondo.

Fig. 5. Kieron Gillen, Jamie McKelvie, The Wicked + The Divine, #44, p. 6, Image Comics.

Sono personaggi che, cercando se stessi, spingono le proprie scelte all’estremo, spesso sbagliando, alcune volte con cattiveria, in un miscuglio di ingenuità e malizia che è misura della complessità del loro travaglio. L’idea del Pantheon celebra la potenza della giovinezza e il suo senso di onnipotenza, trasmessa anche dalla loro “bellezza” patinata, sfrontata, di immediata percezione, perché in fondo stereotipata, e per questo iconica nella nostra cultura e nel nostro immaginario visuale, nel quale l’associazione fra bellezza e virtù mantiene la sua valenza retorica (quella sfruttata da tanta narrativa supereroica, fra l’altro).

Eppure questa plateale potenza è minata alla base dalla scelta di tenere il mondo fuori dal racconto, lascia l’impressione che questi giovani dèi non abbiano alcuna influenza su di esso, sulle sue dinamiche politiche, culturali e sociali (ancora un aggancio con il supereroico). Che siano, questi giovani dèi ricorrenti, un fenomeno di costume, che illumina la scena per un paio di anni e poi cade nell’oblio? In merito, il racconto ci lascia con un’ultima allusione: “We did what we could. People changed, starting with ourselves. […] We made a difference. From the Stone Age onwards, all the gods could have done so much“(“Facemmo quanto potemmo. Le persone cambiarono, a partire da noi stessi. […] Noi marcammo una differenza. Dall’età della pietra in avanti, tutti gli dei [se avessero fatto come noi] avrebbero potuto fare così tanto“) , ma non ci è dato sapere che cosa sia, realmente, quel “so much“.

In questo approfondimento abbiamo considerato W+D come opera a sé stante, ma sicuramente merita considerarla come parte di una esplorazione su larga scala sui temi correlati alla costruzione del sé, che Gillen e MacKelvie hanno promosso nei loro lavori, da Phonogram a Die, passando per Suburban Glamour e Young Avengers. Contiamo di affrontare questa prospettiva in un prossimo articolo.


  1. Rimandiamo anche al nostro approfondimento sui primi volumi e alle recensione di Lorenzo Barberis dell’edizione italiana curata da BAO Publishing dei voll. #2 e #3: Fandemonio e Suicidio commerciale

  2. Il titolo dell’articolo e quello dei paragrafi sono citazioni da canzoni dei Simple Minds. Scar è apparsa in Real to Real Cacophony, 1979; Wonderful in Young Lives in Sister Feeling Call, 1981 – da questo brano sono tratti anche i titoli degli due paragrafi finali -, This Fear of Gods e Today I Died Again in Empires and Dances, 1980 

  3. Sopravvivere a quest cambiamenti, attraverso percorsi e volti“, Simple Minds, Wonderful in Young Life, cit.. 

  4. Qualunque sia il tempo, il momento è perfetto per chi è giovane“, Simple Minds, Wonderful in Young Life, cit.. 

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su