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I supereroi indie di Jeff Lemire tra umanità e identità

I supereroi indie di Jeff Lemire tra umanità e identità
Bao Publishing porta in Italia il secondo volume dedicato a Black Hammer, la serie supereroistica indie di Jeff Lemire e Dean Ormston vincitrice del prestigioso Eisner Award nel 2017. La ricerca di identità e la fallace umanità dei protagonisti sono i tratti distintivi della saga L’Evento.

I supereroi indie di Jeff Lemire tra umanità e identitàCon lo scarto di appena un mese rispetto all’uscita statunitense, arriva nel nostro Paese L’Evento, secondo volume di Black Hammer. La serie di – edita in originale da – si conferma essere non solo un omaggio da parte del suo creatore alla narrativa a fumetti di stampo supereroistico, ma anche un importante contributo al suo attuale sviluppo.

Dopo Origini Segrete, questo nuovo volume raccoglie i numeri dal 7 al 13 della testata e chiude di fatto il primo grande arco narrativo della serie. Dalla raccolta resta fuori il capitolo 12, punto d’innesto dello spin off Sherlock Frankenstein & the Legion of Evil , miniserie in quattro numeri appena conclusasi in USA che ha tenuto compagnia ai lettori in attesa della ripresa di Black Hammer nella primavera 2018.

L’Evento si apre con il racconto delle origini dell’eroe eponimo della testata e prosegue continuando la narrazione delle gesta del gruppo di personaggi bloccati ormai da dieci anni in una indefinita cittadina rurale, in seguito all’esito di una battaglia campale per salvare la Terra da una malvagia entità cosmica chiamata l’Anti-Dio, di fatto la trasposizione lemiriana del Darkseid della DC Comics. Ai personaggi che già conosciamo si aggiunge Lucy Weber – figlia di Joseph a.k.a Black Hammer – che diventa elemento catalizzatore e protagonista della storia (nonché dello spin off cui accennavamo pocanzi).

Lo sceneggiatore canadese continua a strutturare l’intreccio con continui salti tra il presente narrativo e flashback ambientati nel passato, quando ancora i protagonisti erano tra i supereroi di Spiral City. Questo doppio registro temporale viene usato per proseguire il lavoro di approfondimento psicologico sui personaggi e mostrarne l’evoluzione caratteriale nel tempo. In tal modo, il lettore a mano a mano concatena i loro attuali comportamenti e idiosincrasie alle cause che li hanno generati, in un racconto non lineare che da una parte genera mistero aggiunto e dall’altra offre un progressivo disvelamento dello stesso.

“Il mio errore fu di errare, ma non ero un eroe…”

I due elementi fondamentali che contraddistinguono questo arco di storie sono l’umanità e l’identità.
Il primo era già evidente nel volume precedente, nel quale Lemire lo aveva associato alla riflessione suoi ruoli e le dinamiche che si sviluppano a livello familiare. In L’Evento invece lo sceneggiatore esplora i traumi, i dubbi e le insicurezze dei protagonisti nella loro carriera supereroistica: nessuno degli eroi è senza macchia, nessuno di loro reitera all’infinito un comportamento altruistico e generoso tipico dello stereotipo di genere. Ciascuno è prima di tutto un essere umano e non smette di esserlo nei momenti nei quali indossa i panni del supereroe: il coraggio, il fare la cosa giusta non è mai, o quasi, scisso da pensieri più egocentrici, di tornaconto personale.

La risultante di tutto questo è che i supereroi descritti da Lemire sono umani proprio nelle loro manchevolezze e meschinità, nella loro (legittima) ricerca di una felicità nella propria vita e i ruoli a cui sono assoggettati nel decennale confino che stanno vivendo, la loro rabbia, rassegnazione e depressione sono il naturale risultato delle loro azioni, una sorta di inferno personale per ognuno di loro.

Da questo punto di vista, anche questo fumetto di Lemire pare inscriversi a pieno titolo in quella tendenza umanista che sta caratterizzando parte del fumetto supereroistico statunitense evidenziata da Simone Rastelli nel suo approfondimento su Mister Miracle di Tom King e Mitch Gerards.

Con una differenza, però, che illustra quella più generale fra le poetiche dei due autori: King inserisce l’eroe all’interno di un contesto quotidiano, di un ordinary slice of life che si contrappone alla natura del protagonista e quindi la esalta attraverso un corto circuito che può aprire percorsi narrativi nuovi e inesplorati. Lemire si muove su un livello diverso: intende l’umanismo come incapacità intrinseca dell’eroe di assurgere a modello, cioè di restare sempre e comunque umano e dunque incapace di vincere le debolezze e le meschinità connaturate alla propria natura. Potremmo quasi parlare di un iper realismo kinghiano contrapposto a un neorealismo lemiriano.

I supereroi indie di Jeff Lemire tra umanità e identità

Avremo mai il coraggio di essere noi stessi?

All’elemento appena analizzato si associa quello non meno importante della riflessione sull’identità, una costante che attraversa molto dell’intero corpus a fumetti di Lemire.
Ogni eroe di Black Hammer è sempre stato alla ricerca di una propria identità, lungo l’intero arco della propria carriera. L’identità intesa come fattore dinamico, che muta nel corso del tempo e con l’accrescere dell’età, che impone a ogni personaggio una ricerca frustante e continua, che prosegue anche nel momento in cui nel presente narrativo gli sono imposti ruoli diversi dal supereroistico.
Identità intesa nella più ampia accezione del termine: personale – come quella ricercata da Golden Gail -, di ruolo – come per Abraham Slam -, nella responsabilità familiare – quella che ricerca Black Hammer -, di genere – come per Barbalien.

Nessun sfugge a questa esplorazione: Lucy Weber è ossessionata dalla ricerca della verità sull’identità supereroistica del padre (e sul suo destino) e, allo stesso tempo, non può fare a meno di ricercare la reale identità del luogo fisico in cui gli eroi sono costretti, fulcro dell’intera trama della serie finora.
Sono due soltanto i personaggi che sembrano per il momento esentati da questa ossessione: Madame Dragonfly e il Colonnello Weird, guarda caso coloro che sembrano detenere le chiavi del mistero che impregna e muove l’intreccio della serie.

E l’omaggio continua…

I supereroi indie di Jeff Lemire tra umanità e identitàFra i vari livelli di lettura che la serie offre, uno particolarmente interessante è quello di omaggio alle icone del fumetto supereroico statunitense. Oltre alle variant cover dei vari numeri realizzate dall’autore stesso e presenti nel volume, ispirate a copertine, personaggi e autori che hanno segnato il genere, nelle storie è possibile divertirsi a trovare citazioni e interpretazioni di tanti eroi conosciuti.

Quella che balza più agli occhi è senza dubbio il Nuovo Mondo, il suo reggente Starlock e i Cavalieri della Luce – di cui entra a far parte Black Hammer – una sorta di mix tra Quarto Mondo, Inumani e regno di Asgard di matrice kirbyana (1) .

L’omaggio voluto da Lemire non si concretizza solo a livello grafico ma anche di sceneggiatura. Lo sceneggiatore canadese utilizza di fatto due ambiti, ognuno con un suo proprio registro per ottenere una maggiore intensità attraverso la focalizzazione della lettura. Così, dal presente narrativo (primo ambito) ricava lo spazio per l’approfondimento psicologico dei personaggi e per le digressioni (primo registro): in queste fasi, la lettura rallenta.

Invece, nelle sequenze in flashback (secondo ambito) c’è un’impostazione del racconto molto simile a quella in voga nella Marvel degli anni ’60, con estrema compressione della vicenda, dello sviluppo della trama e dei dialoghi (secondo registro), che a prima vista può apparire – almeno in alcuni frangenti – quasi un approccio superficiale (si veda, come esempio, le origini di Black Hammer, racchiuse in sole cinque pagine), ma che a ben guardare invece dimostra l’estrema capacità e conoscenza dell’autore.

In queste sequenze, l’azione è l’elemento caratterizzante e Lemire offre al lettore la possibilità di una lettura più veloce, essenziale; il linguaggio usato – anche a livello di dialoghi – è ridotto all’osso, racchiuso in scambi sintetici che, pur fornendo tutti i dettagli necessari alla comprensione della vicenda, non si perdono in digressioni e approfondimenti che non appartenevano al modo di raccontare di quelle storie di supereroi qui celebrate.

A fronte di una narrazione rarefatta, che contraddistingue molto supereroico seriale e che diluisce intreccio ed emozioni, Lemire in quelle sequenze ci riporta alla densità tipica di un modo di raccontare reso famoso da nomi come Stan Lee e Jack Kirby.

Due pennelli europei

Tutto l’interessante e approfondito lavoro svolto da Lemire nella scrittura, viene supportato ottimamente da una apparato grafico gestito a quattro mani da due autori di matrice europea. A fianco del disegnatore regolare della serie Dean Ormston, nel numero nove troviamo , l’artista spagnolo (che si sta occupando dei disegni della miniserie Sherlock Frankenstein & the Legion of Evil e che è anche autore del numero 12 di Black Hammer) dotato di una personalità decisa e di uno stile personalissimo.

Di Ormston continuiamo ad apprezzare l’attento lavoro sul dettaglio, tanto degli ambienti, quanto delle espressioni e della recitazione dei personaggi, nelle tavole come nelle copertine. Nel capire quanto sia attento e preciso il lavoro del disegnatore britannico ci viene in aiuto l’appendice del volume dove sono raccolti gli schizzi preparatori, i layout, le matite e le chine sia di tavole che di cover.

I supereroi indie di Jeff Lemire tra umanità e identità

Di Rubin si può apprezzare la particolare costruzione della pagina, l’interazione tra disegno, colore, onomatopee, forma dei baloon e lettering (in originale curato dallo stesso disegnatore), tutti mirati a una narrazione per immagini che valorizzi e arricchisca quanto stabilito dalla sceneggiatura.
A questo si aggiunga l’estrema capacità di immaginazione dell’autore spagnolo, in grado di trasporre su carta creature, macchinari e scenari fantastici con un’immediatezza e un impatto visivo quasi fanciulleschi, nella più alta e migliore accezione del termine, quella legata al potere dell’immaginazione così tanto sviluppato e attivo  in quell’età dell’esistenza.

Leggendo questo secondo volume di Black Hammer, serie meritatamente insignita ai premi Eisner del 2017, diventa ancora più evidente tanto la capacità di scrittura di Lemire quanto il suo amore spassionato per il supereroistico, la cui declinazione in un mood indie regala ai lettori qualcosa di fresco e nuovo.
Da esperto narratore quale egli è, Lemire maneggia con maestria i meccanismi di genere e chiude questo primo arco narrativo con un colpo di scena che aumenta la posta e amplia lo scenario, lasciando i lettori in fremente attesa degli sviluppi. Per gli appassionati americani è ormai questione di pochi mesi; per quelli italiani, speriamo il prima possibile.

Abbiamo parlato di:
Black Hammer Vol #2 – L’Evento
Jeff Lemire, Dean Ormston, David Rubin, Dave Stewart
Traduzione di Leonardo Favia
Bao Pub., 2018
176 pagine, cartonato, colori – 19,00 €
ISBN: 9788865439791


Note:
  1. In questo caso, oltre all’omaggio, Lemire si dimostra esperto conoscitore del lavoro di Kirby poiché la saga del Quarto Mondo fu originariamente pensata come sequel di Thor, nel quale il dio del tuono e gli asgardiani dovevano morire nel Ragnarok e dalle loro ceneri dovevano nascere i Nuovi Dei. La proposta non fu accettata dalla Marvel Comics e Il Re sviluppò poi la sua idea alla DC

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