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Stefano Rapone: Marco Travaglio, uno Zombi contro tutti

Intervista a Stefano Rapone, autore di Marco Travaglio Zombi che racconta le storture della nostra società e quanto può essere divertente veder soffrire i personaggi TV
Articolo aggiornato il 22/09/2017

Stefano Rapone: Marco Travaglio, uno Zombi contro tuttiUno dei fumetti più corrosivi che mi è capitato di leggere l’anno scorso (e che ho anche recensito nelle pagine de Le 110 Pillole) è stato Marco Travaglio Zombi, opera nella quale il famoso giornalista e saggista,misteriosamente trasformato in morto vivente e a capo di un’orda di zombi violenti e sanguinari, semina il caos nei più famosi salotti televisivi facendo piazza pulita di tanti volti noti del nostro paese.
L’autore, Stefano Rapone (Roma 1986), laureato in lingua e traduzione giapponese, ha frequentato per un anno la Scuola Romana di Fumetti. Ha debuttato nel web con le strip umoristiche di Codibugnolo’s e con il fumetto Padre Pio Vampire Hunter. Ha portato al Lucca Comics & Games 2014 la sua prima autoproduzione cartacea, Marco Travaglio Zombi, assieme al collettivo Crossover Gangbang. Nel 2015 ha partecipato alla trasmissione di stand up comedy Natural Born Comedians su Comedy Central. Attualmente continua a fare stand up e, come dice lui stesso, “cerca di finire i fumetti che ha cominciato”. Nel frattempo, però, ha risposto a qualche domanda riguardo il suo lavoro.

Stefano Rapone: Marco Travaglio, uno Zombi contro tuttiLa domanda che faccio a tutti: quando e come hai iniziato a fare fumetti?
Ho iniziato da piccolissimo. Alle elementari riempivo quaderni e diari di personaggi e storie che inventavo. Sulla scia di Holly & Benji, avevo creato una serie di squadre di calcio con personaggi dai nomi del calibro di Elroy Cess, Rokbuk Pisellin, e Colin Bombacacca. La mia squadra del cuore si chiamava Proculo Puzzolente. Alle medie disegnavo la saga di Josef, un cartomante di Viareggio che andava in onda nelle tv private dell’epoca e a cui facevo vivere avventure straordinarie. Mentre al liceo facevo fumetti sui compagni di classe per dimenticare che mi prendessero in giro per via dell’acne.
Visto che da allora la situazione non è cambiata, continuo a fare fumetti anche in età adulta.

Quali fumetti leggi? E quali sono i tuoi autori di riferimento?
Ultimamente leggo fumetti che hanno in sé qualcosa di assurdo e che spesso hanno un tratto e un punto di vista poco convenzionali. In genere sono racconti horror/comici giapponesi o autoproduzioni italiane. Cito alcuni autori: Kazuo Umezu (consiglio Fourteen, che parla di un gallo ecoterrorista che minaccia l’umanità); Mangataro e il suo capolavoro Busu no hitomi ni koishiteiru (Mi sono innamorato di un cesso); e tutto ciò che esiste del Dr. Pira, a mio parere il miglior fumettista italiano contemporaneo.
Per quanto riguarda invece gli autori di riferimento, faccio una rapida divisione per stati: sul fronte giapponese senza dubbio Akira Toriyama, perché è uno di quelli che riescono a creare mondi che continuerebbero a esistere anche se non ci fosse nessuno a leggerli.
Su quello americano Doug TenNapel, un repubblicano che su Facebook condivide frasi di Sarah Palin come se fosse una cosa normale, ma che con due pennellate riesce a creare un immaginario pieno di quei mostri che vedevi solo da bambino. E sempre tra gli americani Nicholas Gurewitch, l’autore di PBFcomics, in grado di creare in 3 vignette vere e proprie poesie umoristiche.
Tra gli italiani invece senza dubbio Benito Jacovitti, anche lui per la capacità di creare universi surreali e immortali. Ma soprattutto l’Omino Bufo di Alfredo Castelli, che più che un fumetto era uno show in cui la bellezza non stava solo nelle vignette ma in tutto ciò che accadeva attorno a esse, nello spazio bianco: il ‘pitoré Di Santini si doleva di non avere più idee, l’editore sbraitava per la scarsa qualità delle immagini e il Cane Ciccio salutava suo cognato.
E poi vabbè, Alan Moore ma non vi devo spiegare perché.

Stefano Rapone: Marco Travaglio, uno Zombi contro tutti

Da dove nasce MTZ, e con quali obiettivi?
L’idea di MTZ nasce all’incirca nel 2009, quando l’Italia viveva uno dei suoi periodi più surreali: da un lato il picco raggiunto con gli scandali di Berlusconi, che si definiva “il miglior presidente degli ultimi 150 anni”; dall’altro la consacrazione definitiva di Travaglio come faro nella notte per tutti quelli che non accettavano la situazione politica di allora. Gli italiani erano divisi in due fazioni e la tensione era nell’aria: io ho immaginato che la situazione esplodesse sotto forma di apocalisse zombi.
Quando l’ho poi realizzato ho deciso di concentrarmi non solo sui singoli personaggi, quanto sull’insieme dei meccanismi su cui si basa l’informazione televisiva (e non solo), che è oggi uno dei campi principali in cui si combatte la sfida politica.
La finalità è in primo luogo uno sfogo personale verso un sistema d’informazione che in gran parte dei casi, tende più a banalizzare i problemi per fare ascolti o a sfruttarli per un tornaconto politico, anziché affrontarli con la dovuta professionalità che si dovrebbe all’intelligenza dello spettatore.
È quindi una critica e una documentazione sui punti per cui, secondo me, il suddetto metodo di informazione sia deleterio e non assolva il proprio compito. E ho cercato di renderlo con esempi disseminati in tutto il fumetto.
Ma soprattutto mi piaceva l’idea di Travaglio che entrava in studio e uccideva Santoro.

Nel tuo fumetto, Travaglio lancia un ultimo “attacco” ai più biechi personaggi televisivi, a politici e giornalisti, sbranandoli alla testa di una schiera di morti viventi. La sua, però, può considerarsi una vittoria o una sconfitta?
Questa è una domanda interessante, ma non posso dare una risposta esaustiva sia perché il fumetto è ancora in corso, sia perché penso sia un aspetto su cui chiunque possa trarre considerazioni diverse in base alla propria sensibilità.
Quel che posso limitarmi a far notare è che la “vittoria” degli zombi, cioè di mostri che letteralmente danno ascolto solo alla pancia, se seguirà il suo corso non potrà che avere come conseguenza una società di morti viventi.
Ed è stato divertente mettere il lettore in condizione di tifare per questo risultato o per gli umani, cioè il sistema attualmente vigente. O, in alternativa, per Belpietro.

Stefano Rapone: Marco Travaglio, uno Zombi contro tutti

Quali sono il ruolo e il senso della violenza – forte, atroce ed esibita – all’interno di MTZ?
La violenza ha principalmente due scopi. Il primo è di intrattenimento, perché c’è un piacere particolare nel veder soffrire personaggi che ci hanno imposto per anni la loro banalità e il loro pressappochismo. E visto che ucciderli nella vita reale è illegale, ho deciso di farlo nella finzione, dove non solo è legale ma è anche divertente.
Il secondo è che spesso l’azione violenta mette la vittima di turno alle strette facendo uscire il proprio vero carattere, rivelando così l’essenza di quello che è il suo personaggio, il suo ruolo effettivo nel panorama dell’informazione italiana e quindi il suo modo più o meno becero di trattare le notizie. Non a caso spesso le vittime muoiono in maniera consona al proprio ruolo, in una sorta di contrappasso.

In MTZ ti sei occupato di chi sta davanti alle telecamere. Ma riguardo chi invece sta “dietro”, cioè la gente comune, i destinatari dei messaggi di odio, qualunquismo e populismo lanciati dagli ambigui personaggi dei quali parli? Come reagirebbero all’invasione di zombi? Sarebbero migliori o peggiori dei vari Vespa, Brosio, Vanna Marchi etc?
Non sono sicuro che sarebbero effettivamente migliori. Nel settimo episodio, quello dell’Arena di Giletti, punto il dito anche verso il pubblico: se personaggi simili hanno tanta influenza, la colpa è anche della gente che applaude o annuisce da casa quasi come fosse un tic, un riflesso condizionato a  parole chiave dette durante discussioni tutte uguali che già venti minuti dopo sono state dimenticate.
Per quanto si possano criticare alcuni personaggi, rimango convinto che il pubblico non sia del tutto innocente, e che buona parte della responsabilità sia anche nostra, e che le cose cambierebbero se solo avessimo l’accortezza di capire che molto di ciò che ci propinano è spazzatura.
Per cui finché ci si comporta da zombi mentre si è vivi, non penso che le possibilità di miglioramento aumentino nel caso di un’invasione di morti viventi.

Pensi che il fumetto possa avere un valore in quanto strumento di critica?
In linea teorica sì, come può averlo qualunque mezzo di comunicazione. L’unico ostacolo che mi viene in mente è che in Italia quello fumettistico possa essere ancora considerato un ambiente di nicchia e quindi il messaggio possa avere una eco minore. Ma è anche vero che attualmente c’è più fermento rispetto al passato e poi c’è il web che può ampliare i confini, per cui potenzialmente non solo può avere una sua dignità, ma con i giusti accorgimenti potrebbe anche raggiungere un pubblico più ampio.

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La satira è presente in questa e in molte altre tue opere. Ad esempio, uno dei tuoi fumetti si intitola Padre Pio Vampire Hunter. Riguardo alla satira, pensi che debba porsi dei limiti, che ci siano confini che non vanno superati, oppure che essa possa (o debba) permettersi qualsiasi cosa?
La satira può e deve permettersi ciò che vuole. I problemi nascono quando ci si dimentica che si sta parlando di una forma di umorismo e si giudica una battuta come si giudicherebbe un articolo di giornale. Un racconto satirico può avere una funzione catartica, può darti il permesso di ridere di qualcosa che hai dentro di te e che hai bisogno di metabolizzare, può farti riflettere su qualcosa a cui non avevi pensato o può intrattenerti e basta. Ma c’è un contesto che implica che tutto ciò che viene detto all’interno di esso è solo un modo buffo di esprimere un’opinione e nulla più.
Purtroppo c’è sempre qualcuno che invoca la censura basandosi su un grande equivoco: la risata è qualcosa di così universale che spesso una persona che nella propria vita ha raccontato una o due barzellette si ritiene automaticamente esperta e in grado di stabilire quali siano i limiti dell’umorismo. Ma sarebbe come andare a spiegare a un meccanico il suo lavoro solo perché abbiamo cambiato una gomma nella nostra vita.
La satira ha una storia e una funzione sociale ben precisa che verrebbe negata se si iniziasse a fare compromessi. E per esercitarla e capirla è richiesta una consapevolezza dei propri mezzi che chi fa la battuta vecchia di 100 anni e fa ridere gente coi suoi stessi bassi parametri umoristici normalmente non ha.
Per cui tornando alla domanda: sì, è lecito non porsi dei limiti e prendere in giro tutti, persino personaggi scomodi come Maometto, che comunque io considero un grandissimo.

Qual è il tuo rapporto con l’autoproduzione e quali risultati ti sta dando?
Ammetto che non è un rapporto facile. Devi fare le due ogni notte per finire in tempo un capitolo, stare dietro alla tipografia con la preoccupazione che il fumetto non venga come vuoi tu e vedere cifre notevoli per i tuoi standard svanire dal tuo conto corrente, organizzarti col trasporto di scatoloni pieni delle tue copie, sperare che alle fiere ti concedano uno stand e augurarti che ne valga la pena. Uno stress che consiglio solo a chi è veramente motivato.
I risultati però sono stati positivi. Ho venduto parecchie copie a Lucca l’anno scorso assieme al mio collettivo Crossover Gangbang e stare a contatto col pubblico che arriva, sfoglia, si fa due risate e magari ti dà addirittura dei soldi per il fumetto che hai disegnato con tanta cura è un’esperienza bellissima.
Poi per una serie di motivi, principalmente lavorativi, non ho fatto quel che dovrebbe fare il perfetto fumettista che si autoproduce, e cioè trovarsi spazi in tutte le fiere per vendere e farsi conoscere. Ma è anche vero che il mio fumetto si può leggere gratuitamente online sul sito marcotravagliozombi.altervista.org, perché quel che mi interessava era comunicare ciò che avevo in mente. Poi mi sono accorto troppo tardi che così non ci avrei fatto i soldi (non sono bravo col marketing), ma potete sempre rimediare al mio errore ordinando la versione cartacea dal suddetto sito, in cui è presente un episodio speciale bellissimo.

Quale futuro attende Marco Travaglio ora che è diventato uno zombi?
Travaglio è non-morto e lotta insieme a noi. La sua saga continua su  marcotravagliozombi.altervista.org in cui ho pubblicato i primi due episodi della seconda stagione, ahimè quest’anno un po’ a rilento perché ho avuto la fortuna improvvisa di partecipare al programma di stand-up comedy Natural Born Comedians su Comedy Central e ciò mi ha portato via parecchio tempo da dedicare al fumetto. Che è anche il motivo per cui sto pensando di rivolgermi a un disegnatore per rendere il tutto più agevole, visto che la storia è già pronta.
Ma in ogni caso restate sintonizzati perché continuerà.

Perché Marco Travaglio? Perché nome noto e di “traino”, perché ti interessava la sua figura, perché lo trovavi adatto per esser zombizzato, o cosa?
Ho scelto Marco Travaglio per una questione iconoclastica: quando qualcuno diventa “sacro” agli occhi di gran parte dell’opinione pubblica, sento automaticamente la necessità di dissacrarlo. O, più precisamente, di dissacrare il potere che rappresenta più che la persona in sé e lui è uno di quelli la cui influenza mediatica viene raramente messa in discussione. Quindi l’ho fatto diventare uno zombi seguito da altri zombi.
E poi era anche il personaggio che meglio si prestava a farsi guida del malcontento nei confronti della situazione politica e mediatica attuale.
Fortunatamente è bilanciato da Belpietro, il vero eroe della mia storia verso cui però, per ragioni a me sconosciute, molti non riescono a provare empatia.

Stefano Rapone: Marco Travaglio, uno Zombi contro tutti

La politica ha subito un processo di abbassamento del livello a volte tanto da diventare satira di se stessa senza bisogno di vignette o battute. Il linguaggio si è fatto più greve, i contenuti sempre meno importanti. Non diventa più difficile approcciarsi oggi con la satira in questo contesto?
Non credo che questo rappresenti un problema. La satira non si limita alla presa in giro della sparata del politico, anzi andare a rimarcare su quegli aspetti, proprio per il fatto che il linguaggio si è fatto più greve, lo trovo controproducente.
Ad esempio un Crozza che imita Antonio Razzi che è già la parodia di se stesso corre solo il rischio di renderlo il simpatico tontolone che fa e dice cose inopportune, anziché l’insulto agli italiani che effettivamente è. E infatti adesso canta canzoncine che diventano virali su Youtube. Ma un personaggio del genere andrebbe disprezzato e condannato all’oblio affinché non se ne creino altri, non santificato come macchietta. Bisognerebbe rappresentarlo come uno che dopo aver fatto il buffone torna a casa, sudato, e stupra i suoi cani davanti ai nipoti. Questa è un’imitazione che mi piacerebbe vedere a DiMartedì.
Tornando alla domanda, dunque: la satira è contro il potere e il potere ha tante facce che vanno oltre al politico che dice la stupidaggine. Potrebbe essere il motivo per cui la dice, l’accettazione passiva di chi l’ascolta, e i milioni di motivi, uno su tutti il razzismo sempre più in crescita, per cui forse non siamo meglio della classe politica che tanto disprezziamo.

Gli zombi come metafora sociale e politica, una tradizione che da Romero in poi è stata usata e abusata, fino a perdere anche l’identità stessa. Credi abbia ancora senso recuperare questo immaginario dei non morti, o ha fatto definitivamente il suo tempo?
Non penso che usare i non-morti come metafora sociale abbia necessariamente fatto il suo tempo, nonostante ci sia stata una vera e propria invasione zombi nel campo dell’intrattenimento.
Dipende sempre da come lo si fa. Da un lato l’immaginario zombi ha parecchi elementi che se declinati in maniera originale possono essere molto efficaci: può rappresentare un conflitto di classe, cosa che ancora oggi risulta attuale; può fisicamente metterci faccia a faccia con il concetto di morte e con tutto ciò che le ruota attorno; e rimane comunque valido il principio su cui si basa The Walking Dead, e cioè che quel che risulta interessante è la reazione degli esseri umani messi alle strette e le riflessioni sul dove stiamo andando come società che ne conseguono.
Dall’altro lato è anche vero che, salvo che non si abbia in mente uno sviluppo particolarmente originale o si sappia creare qualcosa di veramente avvincente, esplorare altre strade rimane comunque un’opzione da non disdegnare.

In questi giorni si è parlato di una presunta fine delle vignette su Maometto all’interno della rivista satirica Charlie Hebdo. In realtà il direttore ha precisato che i suoi autori parleranno del tema solo quando ci sarà necessità e che non ne sono ossessionati come – a quanto pare – molta gente si aspetterebbe da loro, pressandoli perché pubblichino altro materiale. Cosa ne pensi?
Mi sembra una posizione sensata. Un autore satirico risponde a un’esigenza personale, non alle richieste del pubblico.
Continuare a battere su uno stesso tasto solo per opportunità alla lunga stanca sia l’artista che il lettore e rischia di far perdere l’efficacia del messaggio che si voleva comunicare.
L’esigenza di vedere Maometto messo alla berlina nasce dalla necessità di poter ridere di qualcosa che ci spaventa, come la minaccia dell’ISIS e la paura del diverso. Ed è chiaro che concentrarsi sul fondatore dell’Islam è solo uno dei tanti modi per raggiungere questo fine, ma non l’unico e non è detto che sia il più efficace.

Stefano Rapone: Marco Travaglio, uno Zombi contro tutti

Grazie a Stefano Rapone per la sua cortesia e disponibilità

Intervista realizzata via mail e morto vivente, con la collaborazione di Ettore Gabrielli, nel mese di agosto 2015

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