{"id":1218,"date":"2019-04-08T19:07:08","date_gmt":"2019-04-08T17:07:08","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/sonofumetti\/?p=1218"},"modified":"2019-04-08T17:20:16","modified_gmt":"2019-04-08T15:20:16","slug":"mercurio-loi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/sonofumetti\/mercurio-loi\/","title":{"rendered":"Mercurio Loi non abita pi\u00f9 qui"},"content":{"rendered":"
Come si pu\u00f2 presentare ai lettori un nuovo personaggio?\u00a0 Sedici mesi fa, Alessandro Bilotta<\/strong>, nell’introdurre le avventure del suo eroe\u00a0 seriale, Mercurio Loi<\/strong>, scelse di far passare il pubblico dalla porta principale<\/strong>, letteralmente: quella di casa del protagonista.<\/p>\n Nell’episodio Roma dei Pazzi <\/em>lo scrittore romano, coadiuvato dalle matite di Matteo Mosca<\/strong>,\u00a0 ci accompagn\u00f2 sull’uscio del professor Loi. Ci fece aprire dal suo domestico e ci invit\u00f2 ad accomodarci in casa.<\/p>\n Sedici mesi e sedici episodi dopo, Bilotta e Mosca scelgono di “finire” l\u00ec come avevano iniziato, con un racconto destinato a chiudere\u00a0 – per ora – la vita editoriale del personaggio dal titolo eloquente: La morte di Mercurio<\/em> Loi<\/em>.\u00a0 Almeno finch\u00e9 non si apre l’albo e non\u00a0 si arriva, con un senso di crescente d\u00e9j\u00e0 vu,\u00a0<\/em>di nuovo a casa del professore, con il (nuovo) maggiordomo che ci riapre la porta. Allora tutto diventa piacevolmente\u00a0 contraddittorio rispetto al titolo dell’episodio, nei termini d’una scomparsa dell’eroe dal racconto, un’assenza del protagonista dalle vignette che, pagina dopo pagina, assume il senso di un commiato giocoso <\/strong>pi\u00f9 che funebre\u00a0dai lettori<\/strong>.<\/p>\n C’\u00e8 nel gioco della ripetizione\/variazione<\/strong> dell’incipit<\/em> la cifra stilistica\u00a0\u00a0 – ma direi\u00a0 pure la poetica<\/strong> – che Bilotta ha conferito alla serie.<\/p>\n Il tema del doppio ritorna<\/strong> a pi\u00f9 livelli (montaggio, ritmo, figurazione, comunicazione) in tutte le storie<\/strong>.\u00a0 Non \u00e8 un caso che la prima e “l’ultima” avventura del personaggio condividano un esordio pressoch\u00e9 identico.\u00a0 In entrambe le occasioni, servono diverse vignette per rendersi conto che le parole di presentazione dei domestici – perfettamente pensate per allestire il mondo narrativo di Mercurio Loi –\u00a0 non sono rivolte in primis <\/em>a noi lettori ma a un personaggio dentro la\u00a0 storia.<\/p>\n Bilotta sfrutta\u00a0 con maestria la potenzialit\u00e0 del fumetto,<\/strong> cos\u00ec come del cinema,<\/strong> di sovrapporre, attraverso la cosiddetta\u00a0 soggettiva<\/strong>,\u00a0 lo sguardo del personaggio nel raccont<\/em>o<\/em>, allo sguardo del lettore\u00a0 sul racconto.\u00a0\u00a0<\/em>Il tacito accordo di complicit\u00e0<\/strong> che sottende\u00a0 questa soluzione espressiva \u00e8\u00a0 che il lettore\/spettatore<\/strong> – vestendo i panni\u00a0 del personaggio – ne assume s\u00ec il punto di vista<\/strong> parziale, ma anche il ruolo narrativo<\/strong>. A sua volta, l’autore\/narratore<\/strong> assegna al lettore\/attore dialoghi\u00a0 e gesti in linea<\/strong> con il mondo finzionale<\/strong>. Per dirla semplice:<\/p>\n “Facciamo che tu ora sei il Colonnello Belforte e stai entrando in casa di Mercurio Loi…”<\/p><\/blockquote>\n Autori e lettori non sono mai autorizzati, nel corso\u00a0 della narrazione, a mettere in discussione questo gioco delle parti. Come scrive Stephen King in On writing<\/em>:<\/p>\n \u00c8 una specie di patto con il lettore: \u00e8 una storia finta, ma deve sembrare vera, il trucco \u00e8 tutto qui.<\/p><\/blockquote>\n Almeno che non si voglia svelare il trucco<\/strong> ovvero creare, in maniera consapevole, racconti dissonanti<\/strong> che rompono il patto di complicit\u00e0 tra narratore e lettore<\/strong>, per puro divertimento o per\u00a0 riflessione intellettuale.<\/p>\n Mercurio Loi<\/em> appartiene alla schiera?\u00a0 Si e no verrebbe da dire. Al dunque, con una precisa scelta di costruzione narrativa,\u00a0 l’architetto Bilotta<\/strong> la quarta parete del racconto non l’abbatte mai davvero<\/strong>. Si limita ad assottigliarla e\u00a0 “mobilizzarla” all’interno delle vignette, secondo estro e necessit\u00e0 drammaturgica.<\/p>\n Avete presente i “fusuma”<\/em>, le pareti di legno e cartone mobili che contraddistinguono le tradizionali abitazioni giapponesi?\u00a0 Ecco, sguardi in camera, soggettive e monologhi funzionano allo stesso modo in Mercurio Loi, spostando di continuo i limiti\u00a0 della “casa narrativa” del personaggio bonelliano<\/strong>.\u00a0 Esattamente, come per la sequenza in soggettiva\u00a0 da cui siamo partiti: il domestico sembra <\/em> rivolgersi direttamente a noi lettori, ci interpella dalla pagina come se fosse consapevole della nostra presenza di “guardoni autorizzati”\u00a0 ma… Il paradosso dura appena una manciata di vignette, poi nell’inquadratura\u00a0 entra l’interlocutore diretto (il poliziotto) e tutto rientra nella norma.<\/p>\n La quarta parete narrativa che sembrava sul punto di cedere, svelando la finzione, e di nuovo l\u00ec al suo posto come se nulla fosse accaduto.\u00a0 Eppure\u00a0 qualcosa \u00e8 accaduto e lo spostamento costante del confine del racconto caratterizza, in modo particolare,\u00a0 il rapporto\u00a0 tra la serie e i lettori.<\/strong><\/p>\n Per dirla in modo narratologicamente forbito, le storie di Mercurio Loi oscillano tra diegesi e metadiegesi<\/strong>. Questo caracollante entrare e uscire dal racconto, trova una singolare consonanza dentro il mondo finzionale del personaggio nella ricorrente presenza della sua casa,\u00a0location chiave <\/em>dei sedici episodi e degli incipit che sanciscono l’inizio e la fine delle avventure del professore. Se le strade di Roma<\/strong> sono per il detective fl\u00e2neur<\/span><\/em> lo spazio dell’avventura<\/strong>,\u00a0 dell’imprevedibile e del meraviglioso, l’adorata magione sul Tevere<\/strong> ne rappresenta il doppio<\/strong> interiore<\/strong>, lo spazio della riflessione e dei sentimenti.<\/p>\n In questo senso, il rapporto strada\/casa delle storie funziona anche come interessante metafora del rapporto tra Alessandro Bilotta e il linguaggio fumettistico bonelliano delle storie. In Mercurio Loi, lo scrittore romano – coadiuvato da un manipolo di sountuosi complici grafici (da Catacchio a Ponchione, da Bacilieri a Gerasi…) – rispetta le canoniche leggi di “casa Bonelli”<\/strong> e, al tempo stesso, le trasforma in\u00a0 fantasiose<\/strong> eccezioni<\/strong>.\u00a0 Non che sia il suo primario obiettivo, ma \u00e8 indubbio che Bilotta dimostri come la cosiddetta “gabbia bonelliana”<\/strong> sia una prigione<\/strong> espressiva solo per quegli autori che non sanno amarla e che, al contrario, ci siano innumerevoli, produttivi, modi di evadere<\/strong> dai clich\u00e8 seriali.<\/p>\n All’autore di Mercurio Loi non interessa tanto abbattere pareti, quanto invece abitare con intelligenza e creativit\u00e0\u00a0 la casa del fumetto popolare<\/strong>.<\/p>\n
<\/a><\/p>\n
<\/a><\/p>\n\u00a0Con gli occhi di Mercurio Loi<\/h1>\n
<\/a>Non bisogna\u00a0 certo scomodare Bertold Brecht o Woody Allen, per individuare anche nel fumetto – cos\u00ec come nel teatro o nel cinema – una lunga pratica di “storie\/non storie” che abbattono la cosiddetta<\/strong> “quarta parete”<\/strong>, con personaggi che si rivolgono allo spettatore, riflettono sulla loro condizione narrativa, etc.
\n<\/strong><\/p>\nMercurio Loi gioca in casa<\/h1>\n
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