{"id":1110,"date":"2018-06-06T19:00:18","date_gmt":"2018-06-06T17:00:18","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/sonofumetti\/?p=1110"},"modified":"2018-06-07T01:31:27","modified_gmt":"2018-06-06T23:31:27","slug":"storia-di-cani-storia-di-rabbia-disegnata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/sonofumetti\/storia-di-cani-storia-di-rabbia-disegnata\/","title":{"rendered":"Storia di cani, storia di rabbia disegnata"},"content":{"rendered":"
La prima volta che lessi Storia di cani<\/em><\/strong> di Giuseppe Ferrandino<\/strong> e Giancarlo Caracuzzo<\/strong> avevo 18 anni e non avevo idea che si potessero fare fumetti a quel modo. Ricordo ancora lo stato di “spaesamento” in cui mi lasci\u00f2 la lettura dei primi capitoli su Nero<\/strong>, <\/em>la rivista di Granata Press<\/strong> dove il racconto, che oggi Editoriale Cosmo ha riportato in edicola, fu pubblicato (a puntate) la prima volta.<\/p>\n Sarebbe facile attribuire l\u2019effetto disturbante dell\u2019opera alla violenza<\/strong> rappresentata ed esibita nel racconto, ma quelli erano gli anni di riviste fumettistiche sanguinolente come Splatter <\/em><\/strong>\u00a0e Mostri<\/em><\/strong> \u2013 per non citare i vari \u201cbonellidi\u201d nati per imitare il successo di Dylan Dog<\/em> –\u00a0 e certo non si pu\u00f2 dire che Storia di cani <\/em>proponesse in confronto chiss\u00e0 quali eccessi “ematici”.<\/p>\n Semmai quello\u00a0 che trovai davvero sconvolgente delle tavole di Ferrandino e Caracuzzo era la loro\u00a0potenza espressiva<\/strong>. I gangster<\/strong> guappi di Napoli<\/strong>, truci e tronfi protagonisti della storia, maltrattavano il dialetto esattamente come maltrattavano i loro simili nella vicenda. Masticavano il linguaggio parlato cos\u00ec come quello fumettistico e lo risputavano addosso a noi lettori con malcelata disinvoltura, con una rabbia drammaturgica<\/strong> che non avevo mai percepito cos\u00ec forte, fino ad allora, in un fumetto di casa nostra.<\/p>\n Il problema non era (tanto) capire le parole pronunciate, quanto intuire quelle non dette<\/strong>. Le battute sospese nei balloon<\/em>, le espressioni troncate dagli sguardi, i pensieri appesi alle labbra dei personaggi, sembravano altrettanto importanti degli enunciati e, al tempo stesso, molto pi\u00f9 difficili da cogliere.<\/p>\n Oggi ne sono pi\u00f9 consapevole da lettore: lo straniamento<\/strong> che Storia di cani <\/em>\u00a0produce<\/strong> \u2013 o almeno produce su di me, tutt\u2019ora, dopo oltre vent\u2019anni – \u00e8 figlio della scrittura fumettistica di Giuseppe Ferrandino<\/strong>. Una sceneggiatura<\/strong> particolare, quasi jazzistica,<\/strong> capace attraverso i dialoghi e la regia scenica, di dare un ritmo sincopato all\u2019azione<\/strong>. Caracuzzo,<\/strong> da nitido artigiano della matita, sa che rispetto a una scrittura cos\u00ec debordante<\/strong> e dissonante,<\/strong> il disegno <\/strong>ha l\u2019onere e l\u2019onore della misura.<\/strong> E lui la trova: nella caratterizzazione sintetica di volti e ambienti,<\/strong> nel bilanciamento dei bianchi e dei neri, nella scansione serrata dei layout<\/em>\u00a0con sequenze stipate di vignette alternate ad ariose splash page<\/em>.<\/p>\n
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