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Vedi Marvel e poi muori

L’Uomo Ragno è morto, Capitan America è morto e anche Bruce Banner non se la passa troppo bene.

[attenzione di seguito SPOILER  Civil War II]

A scorrere il fiume di articoli dedicati all’ennesimo funerale allestito dalla Marvel comics per la saga “Civil War 2”, sembrerebbe che il trucchetto funzionerà anche stavolta.

Lo scrittore veterano Brian Michael Bendis ha imbastito una trama tanto drammatica da giustificare che, lì dove hanno fallito cinquant’anni di raggi gamma e nemici colossali, possa una freccia abilmente scoccata da Hawkeye: uccidere Hulk/Banner.

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Da grandi poteri… grandi sfighe

D’altronde ormai ci vuol poco a lusingare la passione “necrofila” del lettore fedele, promettendogli un nuovo albetto mortuario con la copertina lucida tirata a lutto, come già accaduto per Capitan Marvel, Fenice, Capitan America, Uomo Ragno, Nightcrawler (senza parlare in casa DC Comics di Superman, Robin & co….). E’ probabile che, come nei casi citati, anche il dottor Banner tra qualche tempo torni in circolazione più in forma che mai.

E qui dovrei tirare fuori un mio modesto cavallo di battaglia critico: la “Lazzarite”, ovvero la sindrome editoriale per cui gli eroi seriali (da Pinocchio a Sherlock Holmes) muoiono e poi resuscitano secondo clamore mediatico. Su “Lo Spazio Bianco” ne ho scritto con dovizia di particolari  quando, sempre in casa Marvel, spensero la fiamma della Torcia umana.

Nessuno snobismo: certi meccanismi sono connaturati alla narrativa seriale e, in fin dei conti, come ha scritto sempre da queste parti Simone Rastelli, nel fumetto di supereroi:

Quella che chiamiamo “morte”, è un evento di transizione, che può essere punto di accumulazione di una vita. E non deve distrarci dal fatto che a essere importante è la vita e non quell’evento particolare.

Il problema è che, pur riconoscendo anche valenze espressive ed estetiche alla modalità morte/resurrezione, ormai l’inflazione di lutti “a comando” ha trasformato quello che era un tempo un evento sensazionale e memorabile in uno stilema scontato.

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Marvel cronaca di una morte annunciata

Dimenticatevi della struggente dipartita della dolce Gwen Stacy, o del trapasso pieno di dignità di Capitan Marvel. Banner muore, ma non c’è nemmeno il tempo di cantarne l’ode funeraria che, voltata qualche pagina, dovremo piangere qualcun altro.

Ormai il puzzo di marketing narrativo di questi cadaveri grafici sovrasta qualsiasi originalità drammaturgica e mi chiedo quale futuro possa esserci per questi eroi all’infuori del becchinaggio fumettistico praticato ad ogni mega crossover. La Marvel da “casa delle idee” sembra diventata un cimitero degli elefanti con superpoteri.

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Chiariamolo: serie belle e interessanti se ne continuano a leggere,  ma al tempo stesso qualcosa sembra essersi smarrito.  Un’evoluzione (involuzione?) che spiegava molto bene, intervistato dalla rivista Wired qualche anno fa, un tizio che di supereroi un tantinello se ne intende. Il tizio si chiama Alan Moore.

Morto un Marvel …

…Quando furono creati negli anni 30, (questi eroi) erano meravigliosamente ingenui ed ottimisti. Furono la creazione di giovani autori e, in alcuni casi, adolescenti che abitavano nella “periferia” della fantascienza e che volevano creare idee meravigliosamente fresche e stravaganti.

…Questa era la versione della quale mi innamorai quando aveva 6 o 7 anni di età. Mi piacevano perché erano tesori incredibili dell’immaginazione. Ampliarono la mia  fantasia a dimensioni dove non era mai andata.

…Paragonato ai fumetti di supereroi attuali, che  se non sono morti certo non versano in buone condizioni, con giri di vendita terribili e che si rivolgono ad un pubblico tra i 30 e i 50 anni d’età che li comprano per motivi nostalgici… Sono il loro legame con l’infanzia perduta.

Sì, l’aspetto più malinconico di far spirare Steve Rogers o Bruce Banner al primo raffreddore editoriale è esattamente quello evidenziato da Moore.

Si sta raschiando il fondo del barile , anzi…  della bara, confidando nell’occhietto lucido di chi, come me, il dottor Banner se lo ricorda emaciato ed inquieto nella versione originale di Kirby, oppure dolorosamente tormentato nell’interpretazione televisiva di Bill Bixby.

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Peraltro chi può negare che lo stesso, geniale, Moore abbia le sue responsabilità (volute o meno) in questa escalation?

Lui, come altri maestri quali Frank Miller o Neil Gaiman, con la loro opera meritoria di rifondazione del genere, se da un lato ci hanno regalato racconti “adulti” meravigliosi, dall’altro hanno contribuito non poco a far perdere definitivamente alle storie Marvel e DC Comics ogni innocenza.

Magari quell’innocenza c’è ancora, a saperla cercare e raccontare. Non parlo solo degli autori ma anche dei lettori che, ovviamente, non sono – o non dovrebbero essere – i vecchi tromboni come il sottoscritto.

Uccidere gli eroi (come recitava il titolo di un bel saggio di Daniele Barbieri di qualche anno fa) è diventato fin troppo facile. Difficile semmai oggi è farli sopravvivere.

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