Adah, o dell'inizio perfetto

Adah, o dell’inizio perfetto

Quali sono i rapporti tra la parola e l’immagine nel fumetto? I romantici parlano di un amore reciproco. I cinici malignano di un matrimonio d’interesse. Gli scienziati del linguaggio che, per anni, hanno spaccato la nuvoletta in quattro alla ricerca della particella del Dio Fumetto che rivelasse il senso del mistero, continuano a interrogarsi.

Nel frattempo, basta rileggere una vignetta d’esordio come quella di Adah di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo per dimenticarsi di ogni diatriba teorica e godersi l’emozione disegnata dell’incontro tra lettere e tratti grafici.

La prosa  ci catapulta in media res nella vita, appena cominciata, della piccola Adah, poi il disegno a mezza tinta raccoglie il testimone e rilancia, rafforzando il tono del racconto, il colore umano, l’afflato lirico. La forma diario, esaltata dal lettering in corsivo, diventa la cifra stilistica dell’intero racconto giocato sul contrappunto, ora ironico ora drammatico, tra ciò che il pennello di Ivo Milazzo mette via, via in scena  e ciò che la penna  di Giancarlo Berardi suggerisce.

Adah, nel segno di Ken

Quando nel 1982 la giovane coppia creativa genovese dà alle stampe questa doppia vignetta, incipit della storia  – 46° albo della saga di Ken Parker – ha ormai marcato, con precise scelte di stile, la distanza della serie dal canone bonelliano/texiano da cui pure prende le mosse in termini di  formato (la classica gabbia a 6 vignette per tavola) e genere (il Western).

Per esempio, dopo una manciata di episodi, i papà di Ken Parker hanno scelto di abolire le tradizionali didascalie utilizzate per dettagliare la vignetta con indicazioni temporali e spaziali. In sede di regia, è Berardi a renderne superflua la presenza, mutuando dal cinema, in maniera sistematica, la grammatica cinematografica dei campi e dei ritmi. Allo stesso modo, viene ridotto al minimo l’utilizzo di nuvolette/pensiero: l’unico modo per comprendere i sentimenti dei personaggi diventa leggerne le espressioni, abilmente rese dalla recitazione grafica di Milazzo.

E’ lui a completare “l’effetto cinema”, caratterizzando la messa in scena  con un segno tagliente, come l’ha definito Sergio Algozzino un tratto:

“sottile, modulato per espressione, incisivo, contorni spezzati, neri morbidi o sfumati”.

E’ un segno graffiato sul foglio che nel “non finito” trova la sua dimensione comunicativa.

Racconto illustrato VS Fumetto

Ma tutto quello che Berardi e Milazzo hanno scelto di togliere dalle vignette come zavorra verbale, sanno recuperarlo come afflato emotivo. Ecco, allora che le didascalie – liberate dall’incombenza informativa – diventano un nuovo spazio espressivo, efficace nell’ospitare il flusso interiore del personaggio.

Così, se abbracciate a un primo sguardo, le tavole  zeppe di parole di Adah danno – e vogliono dare in fondo –  la percezione di un romanzo illustrato, quando ci si immerge nella  lettura di ciascuna vignetta, (ri)scopriamo l’emozione e la dimensione specifica del fumetto. Nel romanzo illustrato, l’immagine commenta  il racconto facendoci vedere quello che nel testo verbale non è scritto, integrandolo, arricchendolo, etc. In un fumetto,  l’immagine è il racconto e l’elemento verbale, di volta in volta, si fa colonna sonora, effetto speciale, scelta poetica. Proprio perché hanno dimostrato di poter fare a meno della parola per illustrare l’azione,  Berardi e Milazzo ne recuperano la potenza in termini polifonici.

Come rileva Daniele Barbieri, questa impostazione si traduce in una scansione narrativa, densa e al tempo stesso intensa:

…un ritmo narrativo sempre giustamente cadenzato, di solito abbastanza lento da permettere al lettore di immergersi appieno nella situazione – con abbondanza di dettagli ed eventi marginali, che, anche quando non contribuiscono direttamente alla storia, interessano e divertono.

Nel caso particolare di Adah è proprio l’io narrante, a  rendere ancora più coinvolgente per il lettore la vicenda, fin da questa magistrale vignetta incipit. Nelle lettere che la protagonista verga – e scopriremo nel corso della storia con quanto dolore e fatica è arrivata a conquistarsi il diritto di scrivere e  raccontarsi in prima persona – oltre allo svolgersi degli eventi, c’è il senso di una intera vita. La forma diario eleva il lettore a interlocutore “privilegiato” dell’eroina, perché lo interpella direttamente a raccogliere le sue confidenze. Solo il lettore arriva a conoscere davvero Adah, rispetto a tutti gli altri personaggi della storia, e perfino all’eroe Ken Parker.

Adah senza Ken

C’è anche un altro livello di lettura, seriale, di cui tenere conto per cogliere la qualità espressiva dell’incipit di questa storia. Nella vignetta compare la protagonista della vicenda, Adah, ma non il protagonista della saga editoriale, Ken Parker. E, caso ancora più singolare, ci vorranno altre 74 pagine, oltre 430 vignette, per vedere l’eroe entrare in scena. Se, a livello di singola storia, insomma, la perfezione dell’inquadratura sta in quanto vi compare, in un contesto seriale il fascino risiede nella sua programmatica imperfezione, in ciò che rimane escluso e che, invece, ci aspetteremmo di trovare: l’eroe.

Non si tratta di una trovata espressiva fine a se stessa (anche la copertina dell’albo gioca sullo stesso principio): corrisponde ad una idea innovativa di serialità di Berardi e Milazzo, lontana anni luce da quella monumentale e iterativa della matrice Tex Willer. All’eroe, tutto d’un pezzo, artefice in ogni singola inquadratura del suo destino narrativo, si contrappone un personaggio “primus inter pares”, capace di ritrarsi dalla vignetta per far posto ad altri, voce tra le voci, storia tra le storie. Un testimone del suo tempo che, come ha scritto Moreno Burattini:

si sente parte del mondo e compagno di viaggio dell’umanità – di tutta l’umanità, anche la più derelitta.

 

Nota sul post

Questo post è la versione rivista di un articolo del 2013 della rubrica “La vignetta perfetta” che curavo per la rivista digitale “ComX Dome”. Lo ripubblico oggi, per celebrare nel mio piccolo il ritorno in edicola in una nuova edizione di  Ken Parker, fumetto a cui devo tanto, quasi tutto ciò che c’è di importante.