Silvia Ziche a Collezionando 2022: l’ansia e l’ironia

Silvia Ziche a Collezionando 2022: l’ansia e l’ironia
Ospite a Lucca Collezionando 2022, abbiamo intervistato Silvia Ziche, una delle più apprezzate fumettiste italiane.

Da Lucrezia e le sue incarnazioni, siano esse digitali o sul palco del teatro, ai personaggi femminili passando per Marco e Marta di “Quei due”, il rapporto di Silvia Ziche con gli interpreti dei suoi fumetti è sempre molto stretto e personale. Ne abbiamo parlato con lei durante Lucca 2022.

Lucrezia da un paio di anni vive anche sul palco dei teatri grazie all’interpretazione di Amanda Sandrelli e alla visione di Francesco Nicolini. Com’è stato affidare ad altri il tuo personaggio, vederlo nella visione di Nicolini e nell’interpretazione di Sandrelli? C’è stata un po’ di gelosia o di straniamento?
Gelosia? Assolutamente no. Però è sicuramente una sensazione strana. Da una parte è come se il personaggio fosse diventato grande, come un figlio che esce di casa  e lo guardi andare, sperando che riesca a cavarsela in qualche maniera. Dall’altra è invece una sensazione particolare: ho sempre considerato Lucrezia qualcosa che faceva parte di me, adesso invece l’ho vista come qualcosa al al di fuori di me: un’esperienza strana, ma anche molto bella. Ed è interessante vedere quello che altre persone colgono da quello che è il mio lavoro. In definitiva, è una cosa che mi è piaciuta molto.

20220305_191448
Ziche, Sandrelli e Nicolini alla conferenza stampa (Lucca, 2022)

Sia di Alice, nata nel 1992, che più recentemente quelle di Lucrezia parlano in modo ironico, divertente e arguto di problemi che affliggono non solo la realtà femminile ma tutta la società, anche se purtroppo c’è chi non si rende conto che il problema femminile è in realtà un problema anche maschile. Da Alice a a Lucrezia, come è cambiato il tuo approccio a questo argomento e il tuo modo di portarlo avanti?
Sia Alice che Lucrezia sono un mio modo di aprire una finestra sul mondo,  non solo di dire il mio punto di vista su quello che succede ma anche di mettermi nella condizione di approfondire questo punto di vista.
I due personaggi sono un po’ come una sorella minore e una sorella maggiore, nel senso che sono ovviamente delle specie di miei alter ego; anche se non sono personaggi autobiografici, vanno comunque a pescare per forza nella mia esperienza perché, checché se ne dica, quando un autore o un’attrice scrivono o interpretano un personaggio, è dal loro punto di vista che lo fanno, anche se raccontano storie lontanissime da loro.
Disegnavo Alice quando avevo intorno ai vent’anni, e rappresentava la mia difficoltà a trovare un posto nel mondo, a trovare appunto un po’ di spazio, quella crepa in cui ci si poteva infilare e cercare di fare qualcosa, di inventarsi una vita che, all’epoca, per me era il problema più grande. Questa cosa andava di pari passo a un idealismo abbastanza critico, forse anche abbastanza illogico, quello per cui le cose importanti sono quelle con la maiuscola davanti, l’amore con la A maiuscola, il progresso con la P maiuscola, tutto con la maiuscola.

20220402_145009Se non si è idealisti a venti anni d’altra parte…
Infatti, ed è una cosa legata anche alla mancanza di esperienza nella vita, per cui una la rende teorica con gli ideali perché non sa  come sono esattamente e come diventeranno le cose, come si riuscirà a viverle. E io ero in quella fase lì, ed è per quello che Alice a quel paese è proprio il punto di vista di una ragazzetta che cerca il suo posto in un mondo che lei ha idealizzato. Però il mondo tanto ideale non è. Quindi diciamo che il libro serviva per disidealizzarla completamente.
Quando sono cresciuta un po’ ho fatto le mie esperienze, ho preso delle belle batoste e ho capito, non solo guardando me ma guardando anche le persone che mi stavano intorno, come tendenzialmente si può evolvere la vita. Si passa da questa fase degli ideali alla fase della disillusione e della necessità non più di trovare il proprio posto nel mondo, ma di tirare su la propria palizzata e i propri confini, di trovare il proprio piccolo benessere personale. Che però, siccome siamo un po’ ipocriti, chiamiamo felicità o amore o qualcosa del genere. Con Lucrezia ho cercato di raccontare questo, il restringimento degli orizzonti che si ha quando si è cominciato a fare un po’ a pugni con la vita e quando gli ideali si smontano proprio perché si vede che è troppo difficile cercare di realizzarli o cercare di perseguirli sempre, finchè alla fine si viene veramente a patti con l’esistenza.
Quindi Lucrezia per me è un po’ naturale evoluzione di Alice: infatti questo personaggio comunque conserva sempre quel fondo di idealismo, nonostante ogni tanto venga represso, cacciato proprio in fondo a se stesso in fondo ed esca al suo posto la difficoltà a prendere per buone le cose come stanno.
Diciamo che anche Lucrezia non vuole pensare che le cose stiano per forza così, pensa sempre che però,  alla fine ce la faremo in qualche maniera. Insomma, Lucrezia è un’evoluzione, e rappresenta con Alice è un unico personaggio che si è palesato in due forme.

E il tuo scopo, quello che speri di ottenere con i tuoi fumetti, è cambiato nel tempo?
Il fine credo che sia più o meno sempre lo stesso. Più che essere cambiato si è definito ed è diventato più comprensibile a me per prima. Dico questo perché credo che non ci sia nessuno che faccia un lavoro creativo partendo gia’ con “l’idea” definitiva, con un obiettivo già chiaro e con la certezza di voler fare quella cosa che ha in mente. È una cosa che si chiarisce un po’ alla volta. Da giovani è molto più forte l’esigenza di raccontare un qualche disagio, una qualche cosa che si sente che è chiusa dentro sé, che del come lo si vuole raccontare. Questo è anche un bene, perché strade e storie, nuove o sorprendenti arrivano proprio da questa massa informe e indecifrabile che nemmeno l’autore è riuscito a spiegare a se stesso.
Poi subentrano altre cose, l’esperienza e la consapevolezza, e cambia il modo di raccontare. Adesso mi è chiaro qual è lo scopo dei miei fumetti, ovvero quello di rendere palesi i cortocircuiti delle relazioni tra le persone, raccontandolo con una certa leggerezza. Questo perché faccio comunque opere comiche, che servono a sorridere ma anche a pensare, sentendosi presi in castagna. Questo fa in modo che i miei lettori riescano a riconoscere questi cortocirtuiti relazionali nella loro vita, nella vita delle persone che hanno intorno.
Però questa cosa, come dicevo, per me è arrivata in maniera totalmente inconsapevole. Solo adesso posso cercare di spiegarla, di dare una forma a quello che però esisteva già prima e che si è solamente chiarito, nel tempo.

297-copia

Il fatto che Lucrezia abbia ottenuto sempre più visibilità e successo ti  provoca qualche forma di ansia da prestazione?
Sono affogata nell’ansia da quando sono nata, per cui mi è difficile dirti se c’è un’altra ansia che vi si aggiunge; la mia ansia è già totale, quindi cambia poco!

Parlando delle varie “vite” del personaggio: oltre che su carta, nei volumi e su Donna Moderna, e, appunto, a teatro, Lucrezia ha casa anche sulla tua pagina web. Queste sono vite complementari o in qualche modo separate?
Su internet credo di essere riuscita a mantenere una certa coerenza nelle cose che racconto. Non ho mai visto il web come una cosa altra o diversa, per me è solo uno dei modi in cui far conoscere le proprie storie. Quello che certo mi sorprende del web, e che ogni tanto mi mette un po’ in imbarazzo, é l’immediatezza con cui hai un riscontro. Per una ansiosa come me non è una cosa buona, perché ogni tanto mi metto in difficoltà da sola, dato che tendo a cercare il buono in qualsiasi tipo di commento, in qualsiasi tipo di interazione. Poi mi devo dire “no, un attimo fermati”: quello che racconto deve essere solo un’analisi mia, di quello quello che sento, di quello che voglio raccontare.
Per il resto, per me il web è solo uno dei tanti strumenti, è diventato parte della nostra vita. Come facciamo a evitarlo? Credo che sia un lusso oggi evitarlo, lo può fare solo chi non ha problemi. Se una parte notevole della nostra vita si è spostata in un universo virtuale, non esserci vuol dire non esserci in gran parte della vita reale. Quindi diciamo che ci prendiamo il buono che c’è. Forse la difficoltà fondamentale è che non ci siamo ancora abituati, perché è ancora una cosa piuttosto recente. Probabilmente dobbiamo in qualche maniera venire a patti anche con questo nuovo modo di vivere. Io, appunto, essendo una donna non solo dell’altro secolo, ma addirittura dell’altro millennio, non riuscirò mai a spostare tutta la mia vita in un mondo virtuale. Però devo fare i conti col fatto che parte del mondo si è spostato lì e quindi devo arrivarci anch’io.

quei-due-bonelliL’ultimo fumetto della collaborazione ormai decennale con Tito Faraci è la miniserie Quei due per Bonelli. Evidentemente oltre che essere colleghi vi lega anche un rapporto di amicizia: come avete dato vita a questa serie?
L’ideazione della storia è stata proprio un lavoro a due teste e quattro mani, sai quelle cose che iniziano davanti a un bel bicchiere di bianco quando si cominciano a sparare cavolate. Un po’ come nella vita, alcune storie vengono ideate un po’ per caso”. Abbiamo pensato di raccontare proprio questo, un pezzo qualsiasi di due vite qualsiasi, anzi di più vite qualsiasi, perché nella storia ci sono altri personaggi. Nella vita di tutti c’è una parte divertente ed è quello che abbiamo cercato di tirar fuori al meglio dalle vite di Marco e Marta. Ci è venuto spontaneo scegliere l’ambientazione sui navigli, perché sia io che Tito li conosciamo bene e quindi è più facile costruire una storia più credibile; anche se non abbiamo utilizzato un locale esistente, abbiamo cercato di mantenere una veridicità degli ambienti. Questo è il lavoro che abbiamo fatto insieme, dopodiché si sono un po’ separate le competenze, nel senso che Tito ha cominciato a scrivere e da lì si è trattato solo di scambio di messaggi, di passaggi di immagini, di confronti sulle scene, ovviamente siamo rimasti in contatto e ci siamo scambiati consigli, però non c’era più quel lavoro fatto insieme che si è fatto prima.

E’ previsto che tornino?
A me  piacerebbe molto. Però al momento sia io che Tito siamo abbastanza impegnati in molte altre cose, quindi no, non nell’immediato. Magari capiterà, come poi mi piacerebbe riprendere anche quel Diabolik delirante che abbiamo fatto. Vediamo cosa succederà.

L’ultima domanda è sul mondo : sono curioso in particolare del tuo rapporto con i personaggi femminili e come le interpreta?
A me piace molto lavorare con i personaggi femminili Disney, però lasciando fuori tutti gli stereotipi che purtroppo sono ancora abbastanza presente: non è così facile toglierglieli di dosso, perché nascono in un periodo in cui questi clichè erano molto forti, però è quello che almeno io sto provando a fare, più o meno da sempre. Anche perché, essendo il mio un punto di vista femminile ed essendo io una donna molto pratica, assolutamente poco frivola, mi era completamente impossibile raccontare cose frivole come quelle attribuite magari a Minnie o Paperina. Diciamo quindi che senza pensarci troppo ma naturalmente mi sono ritrovata a togliere questi queste incrostazioni che non che non mi piacevano ed è una cosa che ho portato avanti e continua a portare avanti. Mi piacciono molto i personaggi femminili che hanno un carattere forte; recentemente ho fatto una storia con Brigitte e Amelia,due personaggi ossessionati che farebbero qualsiasi cosa per raggiungere i loro obiettivi e questa cosa mi diverte molto in un personaggio, mi dà un sacco di possibilità sia di scrittura che anche di disegno. Far recitare Brigitte e  Amelia è stato molto divertente. Mi viene spontaneo lavorare con personaggi femminili Disney ma prendendoli proprio alla stregua di quelli maschili: stiamo facendo un fumetto comico, quindi per me quei personaggi devono fare delle cose divertenti e io gliele faccio fare.

Intervista condotta dal vivo il 2 aprile 2022 a Lucca .

Silvia Ziche

ZicheSilvia Ziche approda su Linus nel 1987, da lì in poi ha disegnato per Cuore, Smemoranda, Comix e Musica, inserto di Repubblica. Esordisce su Topolino nei primi anni Novanta, dove inizia a sviluppare il suo personale stile grafico, inizialmente debitore delle lezioni di .
Nel 1996 scrive e disegna la lunga storia Il mistero del papero del mistero, serializzata in tante brevi puntate per richiamare lo stile delle telenovelas, primo esperimento di una lunga serie di avventure simili che hanno affermato Ziche come sceneggiatrice particolarmente portata per l’ironia.
Tra le sue numerose pubblicazioni, i due volumi di Olimpo S.p.A. per i testi di Vincenzo Cerami, ¡Infierno! su testi di Tito Faraci, San Francisco e Santa Pazienza, È tutto sotto controllo, Prove tecniche di megalomania e, sempre in coppia con Faraci, la miniserie Quei Due per Editore. Da qualche anno del suo personaggio più noto, Lucrezia, sono pubblicate da e sulle pagine di Donna Moderna, oltre che sul suo sito www.silviaziche.com.

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna su