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Salvezza di Rizzo e Bonaccorso: testimoniare la migrazione

Salvezza di Rizzo e Bonaccorso: testimoniare la migrazione
Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso sono gli autori di Salvezza; i due autori hanno viaggiato sulla nave dell’Aquarius dell’ONG SOS mediterranée, percorrendo la SAR Zone ai confini con le acque libiche. Li abbiamo intervistati per ripercorrere con loro quei momenti.

e sono gli autori di Salvezza, giunto dopo poche settimane dall’uscita alla prima ristampa. Marco e Lelio hanno viaggiato sulla nave dell’Aquarius dell’ONG SOS mediterranée, percorrendo la SAR Zone ai confini con le acque libiche. Durante il viaggio l’Aquarius ha tratto in salvo numerosi migranti. Gli autori hanno raccolto le loro storie e le hanno raccontate in Salvezza.
Di
Salvezza abbiamo pubblicato la recensione, ospitato un articolo di Susanna Raule sul blog Telegrammi dalle retrovie e dato spazio a un intervento di Giuseppe Pollicelli.
Abbiamo intervistati i due autori per ripercorrere con loro quei momenti.

salvezza-graphic-novel-feltrinelli-05-670x987_Interviste Marco, non è la prima opera iscrivibile al filone del graphic journalism che tu e Lelio realizzate, ma sotto alcuni aspetti in Salvezza c’è qualcosa di diverso rispetto al passato.
MR:
Sì, rispetto ad altri titoli, eravamo sul posto.
L’indagine, l’inchiesta non è stata spalmata per settimane o mesi, studiando carte, incontrando testimoni, raccogliendo racconti, come con il volume su Peppino Impastato, per esempio.  Abbiamo concentrato la raccolta dati sul posto per un lasso di tempo sostanzialmente limitato, ma con contatti molto intensi, giornalieri.
Questo ha permesso per esempio di produrre molti ritratti, mentre di solito lavoravamo soprattutto con le foto. Proprio grazie a questi ritratti che Lelio realizzava, abbiamo abbattuto quel muro di paura di cui erano circondati molti dei profughi che venivano soccorsi, muro che si rompeva grazie al segno.
Questa raccolta dati ha costituito la prima parte del lavoro.
Nella seconda parte abbiamo proceduto come sempre, cioè abbiamo analizzato il materiale che abbiamo raccolto. Appena sbarcati ho scritto un soggetto, anche perché quando siamo partiti non sapevo esattamente come avremmo realizzato il libro, nel senso di quali meccanismi narrativi avremmo usato.
Per noi ha rappresentato un passo avanti rispetto a un certo tipo di giornalismo, un passo che volevamo compiere da sempre.

Possiamo parlare di instant book secondo te?

MR: Se è un instant book non è colpa nostra. Sicuramente ci siamo trovati una scadenza molto ravvicinata perché la partenza è stata posticipata molte volte, mentre la data di consegna è sempre rimasta la stessa. La casa editrice, giustamente secondo me, voleva presentare il titolo al Salone del libro di Torino. Grazie a Lelio, che ha mantenuto una velocità di realizzazione inumana non a discapito del segno, realizzando tavole molto dettagliate in tempi brevi, ce l’abbiamo fatta. Ci ha aiutato il fatto che parte della selezione dei materiali l’abbiamo fatta in loco. Devo dire che c’è un po’ il timore che questo libro resti un istant book, nel senso che racconti sempre vicende che continuano a ripetersi, tra un anno o tra sei mesi, anche se stando alle ultime notizie tutto potrebbe cambiare… in peggio.

Lelio, Marco ci ha detto prima che grazie al tuo segno si rompeva il muro del timore. Come è andata?
LB:
Noi dovevamo fare i conti con una serie di codici che sono previsti in una situazione come questa. Tieni conto che ti devi relazionare con persone che hanno subito traumi pesanti.
Ovviamente non puoi puntargli contro telecamera o macchina fotografica. Molti  di loro temevano di essere riportati in Libia. L’escamotage del disegno ci ha aiutato parecchio a raccogliere informazioni. Guardando i ritratti che realizzavo percepivano un allontanamento dalla dimensione inumana che avevano vissuto, e un riavvicinamento a una dimensione più identitaria.
Questo ci ha permesso di instaurare un dialogo, domanda dopo domanda: chi sei, dove vuoi andare…
Marco parlava con loro ed io li disegnavo. Così facendo abbiamo raccolto e realizzato un sacco di materiale.
Allo stesso tempo, nei primi giorni, abbiamo realizzato una serie di mini racconti di due tavole con in vari membri dell’equipaggio, attinenti alla loro esperienze e alle dinamiche pratiche della nave .

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Marco, qual è per voi il target di Salvezza? Per chi è scritto?
MR:
Stan Lee dice che quando prendi un numero di Spider-Man devi poterlo leggerlo anche se non hai letto i precedenti, per questo nei fumetti Marvel erano sempre ripetuti i poteri dei personaggi. Questo permetteva a tutti di avvicinarsi ad un mondo complesso.  Ora, il nostro mondo era ancora più complesso.
Volevamo mettere nell’opera tante informazioni, perché volevamo che queste arrivassero a tutti coloro che non conoscono la situazione.
Mi piacerebbe dire che il target è formato da coloro che sono completamente all’oscuro della situazione che vivono i migranti, ma questo è vero fino ad un certo punto, perché è difficile non conoscere, almeno per sommi capi, la situazione. Siamo immersi nelle immagini dei migranti, siamo saturi, ma non conosciamo il fenomeno, non conosciamo ciò che succede in Eritrea, in Libia, i numeri totali e non quelli del servizio televisivo della settimana, a cui il programma di turno dedica tre minuti.
In realtà non pensiamo a un target: noi pensiamo che alcune storie possano avere un valore sociale, che possano fornire consapevolezza.  Se dovessimo pensare a un target forse ci rivolgeremmo a chi vuole avere una testimonianza diretta, la nostra:  fornisci più informazione possibile,  più onesta e documentata (Documentata perché stiamo sempre parlando di giornalismo) in modo che chiunque possa avere una visione chiara della situazione che va oltre gli slogan.
LB: Noi crediamo, quando facciamo libri di questo tipo, che non si debba pensare ad un target, ma si debba pensare di fare la cosa giusta. Noi crediamo che i fare un libro del genere, di parlare della sofferenza della persone, sia la cosa giusta. Le persone intorno a noi muoiono nella totale indifferenza e questo non va bene. Tieni conto che si tratta della prima operazione del genere, eppure sono anni che si parla di questo. Sull’Acquarius ci sono stati circa 150 giornalisti, ma nessun fumettista.  Nessuno.

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C’è una particolarità narrativa in questa storia: tra i protagonisti ci siete anche voi, che diventate personaggi del vostro racconto.
LB:
Era una cosa necessaria alla narrazione, trattandosi di una testimonianza diretta. Poi, lascia perdere che  avevo la tensione addosso di Marco che voleva essere disegnato bene!
In passato, in alcune mie opere, mi ero disegnato io e tutti mi dicevano che mi ero fatto brutto.
È stato strano rivedersi poi da fuori, anche in relazione ai  momenti in cui ci siamo trovati in difficoltà. Quando ho iniziato a lavorare a questo libro non avevamo idea di come l’avremmo realizzato.
Vivere la situazione è stato fondamentale, altrimenti non avremmo potuto raccontare quello che abbiamo raccontato.
MR: Era inevitabile. Prima di partire, come detto, non avevamo le idee chiare su come avremmo narrato questa storia. Poteva capitare che trovassimo LA STORIA del singolo da raccontare, oppure potevamo decidere di fare un vero e proprio reportage. Poi le nostre azioni sono diventate parti integranti del racconto e la nostra narrazione parte delle vicende. Tutto ciò fa parte anche dell’onestà che cerchiamo di avere nel raccontare una storia. L’esperienza dei migranti soccorsi si è fusa con la nostra e l’abbiamo voluto raccontare.
Poi non essendo Zerocalcare (nel senso di un’unica persona) ci serviva un narratore esterno, e abbiamo scelto l’uccellino che chi ha letto il volume ha già conosciuto. Uccellino che esisteva davvero, che abbiamo incrociato su un ponte della nave.

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Lelio, hai adoperato uno stile di disegno nuovo. Come mai?
LB: Storia pesante, tratto leggero. Io cerco di cambiare sempre, da volume  a volume, ma da adesso li farò tutti così. Mi stanco di meno e mi vengono meglio!

Qual è stato il momento più emozionante?
MR: Il momento in cui sono salito sul barcone è stato emozionante. Io sono salito lassù quando era già vuoto. Ci eravamo già imbattuti in alcuni gommoni, ma quel barcone era diverso. Affondarlo, per evitare che venisse riutilizzato, era più difficile rispetto a un semplice barcone. C’erano tutte una serie di procedure da mettere in atto per la sicurezza. Erano le sette di pomeriggio quando sono salito, l’operazione era iniziata la mattina. C’era a bordo di quel barcone un lerciume e una puzza insopportabili, io ero a bordo e vedevo all’orizzonte l’Aquarius e dietro l’Aquarius un tramonto di quelli incredibili.
È stato un momento sconvolgente, perché ho avuto in quell’istante la precisa percezione che la bellezza della natura va oltre l’orrore che noi uomini riusciamo a generare.
Altro momento è stata l’intervista sfogo della coppia dell’Eritrea. Un susseguirsi di pugni allo stomaco, uno dietro l’altro. Un grande segno di fiducia per noi, il loro gesto. Ci hanno detto “Raccontate quello che succede. Fatelo sapere”. Nella loro storia c’è tutto. Sono giovani, ragazzi che avevano studiato, che sono stati oggetto di violenza. La loro storia dovrebbe smontare tutti i luoghi comuni, quelli di chi racconta di come vengano in Italia per delinquere o per essere parassiti o a rubare il lavoro.
È stato un momento di grande responsabilizzazione per noi.
LB: Tieni conto che è gente che viene da mesi di torture, che ha visto amici e parenti o anche semplici compagni di viaggio morire. Sono convinti che se l’Europa venisse a sapere di queste situazioni, interverrebbe per interromperle. Ci hanno raccontato che vedevano da lontano navi o aerei e gridavano “Italiani venite a liberarci”. Sono convinti che il mondo vada in maniera diversa. Se sapessero davvero tutta la violenza a cui vanno incontro, forse non partirebbero neppure. L’unica fonte di informazione che hanno sono i racconti di chi lucra portandoli in viaggio.
Per me ci sono stati diversi momenti emozionanti. Quando abbiamo portato a bordo una ragazza che era deceduta. O quando vedevo i bambini piccoli, scampati al viaggio, che giocavano sul ponte o che arrivavano a bordo in condizione tragiche, come quello che hanno dovuto intubare e poi trasferire al reparto di rianimazione di Messina. Quando siamo sbarcati sono andato a trovarlo.

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Chi vi augurate che legga questo libro?
LB:
Io mi auguro che finisca nelle mani di Salvini.
C’è molta ignoranza da una parte e dall’altra.
La gente che parte dall’Eritrea, parte da situazioni disperate.  Parliamo di gente che ha studiato, laureati preparati, ma disperati. Questo lo sanno pochi.
Come sanno in pochi qual è la vera situazione in Libia, rispetto alla quale l’Europa deve prendere l’iniziativa. Invece di parlare di come interrompere i flussi perché non parliamo di come  migliorare le condizioni di vita dove vivono, almeno in Eritrea, non esportando la democrazia con le bombe.
MR: Aiutarli in casa loro”, se lo facciamo come l’abbiamo fatto in Libia meglio non farlo, idem se la nostra idea di aiutarli è sfruttare le ricchezze di “casa loro”. Ha sentito parlare di corridoi umanitari? Io no. I miliardi per aiutare Erdogan a costruire muri li troviamo ma per costruire i corridoi umanitari no.
rizzo-e-bonaccorso-a-lavoro-sulla-nave-maxw-644_Interviste Ora che il volume è uscito ed è stato anche ristampato, c’è qualcosa che vi rimproverate relativamente all’opera finale?
MR:
Di solito non sono mai contento del risultato finale e mi stupisco quando i miei libri piacciono.
Per Salvezza mi sono detto: questo funziona. C’è equilibrio tra narrazione, momenti.  Avremmo potuto mettere tante altre storie, sarebbe stato bello raccontarle, ma sarebbe venuto fuori un libro troppo lungo, un libro respingente, forse troppo doloroso. Ecco, un rimpianto è quello di non aver potuto mettere tutto quello che si sarebbe potuto inserire. Ma noi vogliamo che questo libro viaggi, altrimenti  rischia di essere una goccia nel mare. E questo libro può viaggiare, può testimoniare una realtà che pochi conoscono, perché alle nostre spalle abbiamo un grosso gruppo editoriale, che ci ha supportato in pieno, partendo dai grafici, passando per gli editor, l’ufficio stampa e, ovviamente, per il curatore della collana Tito Faraci. è un editore che si poggia su un grande distributore, che ha alle sua spalle una grande storia e noi contiamo su questo. Soprattutto vogliamo arrivare nelle scuole, infatti dall’anno prossimo lavoreremo a una serie di appuntamenti in questo senso, anche perché noi adulti siamo spacciati, ma forse con i ragazzi possiamo ancora lavorare, possiamo ancora farcela.
LB:  Per quando riguardo me, dal punto di vista dell’impegno abbiamo fatto il massimo,  abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare. Ci abbiamo messo molto del personale, alla fine del viaggio eravamo massacrati e non abbiamo potuto neppure fermarci, perché il libro dovevamo ancora chiuderlo. Io sono soddisfatto. Certo si può fare sempre meglio… ma manche peggio. E noi abbiamo fatto il nostro meglio.

L’intervista è stata raccolta via Skype a giugno 2018, pochi giorni prima delle vicende che hanno coinvolto la nave Aquarius.

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