Qui c’è tutto il mondo: l’infanzia nel Nord degli anni ‘80

Qui c’è tutto il mondo: l’infanzia nel Nord degli anni ‘80
“Qui c’è tutto il mondo” è la storia di un’amicizia tra tre bambine che, durante un’estate, progettano la fuga a bordo di una zattera.

qui tutto il mondo coverQui c’è tutto il mondo, la prima graphic novel nata dalla collaborazione tra Cristiana Alicata e Filippo Paris racconta di un’amicizia tra tre bambine, delle loro storie personali e familiari, della malattia mentale e del razzismo verso i meridionali. C’è veramente tutto il mondo in questo lavoro che tocca particolarmente da vicino molti di noi nati degli anni ‘80. Questo mondo in parte non c’è più, ma ha lasciato tracce indelebili sugli adulti di oggi.

Il libro è la terza uscita per la “Collana Ariel” di Tunuè, curata da , (dopo Nelly Bly e Per sempre); anche qui la narrazione parte dal punto di vita di bambine o adolescenti per rimandare a contenuti profondi e universali.

Anita è la protagonista del libro: frequenta le scuole elementari quando nel 1984 lascia il Sud Italia, il mare, i campi e tutto ciò che conosce per trasferirsi con la sua famiglia a Stezzano in provincia di Bergamo, dove suo padre ha ottenuto un posto come ingegnere. Anita ha un fratellino più piccolo, Filippo, forse troppo piccolo per ricordare la terra da cui proviene, e ha una mamma con dei disturbi mentali, che esplodono nell’inverno del 1985, ricordato come l’inverno più freddo del secolo in Italia.

Anita è vivace e intelligente, le piacciono le attività da “maschio”, invidia al fratello la sua libertà, la sua bici, le scarpe da calcio, e si sente invece costretta ad avere la Graziella rosa e le scarpe da bimba con la suola liscia, non adatte a giocare a calcio e a correre. In più viene improvvisamente catapultata in un ambiente ostile ai meridionali, dove le persone parlano una lingua incomprensibile e definiscono la sua famiglia come “terrona”.

cravattaIn questo contesto reazionario e poco attento ai bisogni delle bambine, Anita riesce comunque a fare amicizia con due coetanee: Tina ed Elena, diverse quanto complementari. Tina è un maschiaccio che gioca benissimo a calcio, mastica la gomma con la bocca aperta, fa la pipì in piedi. È figlia di un operaio che lavora nell’azienda in cui è ingegnere il padre di Anita e vive in una cascina. Elena è invece orfana, vive con la nonna, ha un piccolo soffio al cuore, veste in un modo femminile ma un po’ antiquato ed è dolce e pacata.

Il legame che si sviluppa tra le tre è molto profondo, ognuna di loro è vittima di una condizione di disagio, cosa che genera una comune voglia di fuggire, al punto che decidono di costruire una zattera per attraversare i fiumi e arrivare al mare, il più lontano possibile dal mondo soffocante in cui sono immerse. La zattera diventa l’obiettivo di un’estate, degli sforzi delle tre bambine, il frutto della loro unione, un’occasione per superare i propri limiti e conoscere la propria forza.

La sceneggiatura trae spunto dall’approfondimento delle vicende della prima parte del romanzo di Cristiana AlicataHo dormito con te tutta la notte” (Hacca edizioni, 2014), riproponendone la protagonista, indagata in un anno importante della sua crescita, in cui prova una sorta di attrazione per le sue amiche e indossa di nascosto le cravatte del suo papà, ma in cui non ha neanche gli strumenti e le parole per capire cosa le sta succedendo.

Contemporaneamente, mentre dentro di lei accadono queste cose incomprensibili, all’esterno accadono cose ancora più difficili da spiegarsi, come la malattia mentale della mamma. I segni della malattia vengono a galla un po’ alla volta, ma quello che emerge in modo preponderante è la profonda solitudine della donna, che è stata strappata alla sua vita, alle sue radici, al suo percorso universitario per seguire il marito e il suo lavoro, secondo una consuetudine molto diffusa in quel periodo.

zatteraIl disegno di Filippo Paris scandisce la trama usando il colore come veicolo nella lettura, sottolineandone le diverse fasi.  Con la bella stagione, ad esempio, i colori tornano a schiarirsi e i campi a inverdirsi, in contrapposizione col buio dell’inverno in cui scoppia la malattia della mamma di Anita, che Paris rappresenta come tentacoli di una testa di Medusa, che allarga la sua ombra sulla donna sola e smarrita.

Le fisionomie e le espressioni delle bambine, così come i vestiti di Elena e le acconciature, riprendono quelle dei cartoni animati giapponesi tanto in voga negli anni ‘80. Il disegnatore lascia molto spazio alla descrizione dei campi dei dintorni di Stezzano, un paesaggio lacustre caratterizzato dalla presenza del torrente Morletta, dei campi di spighe e dei canali d’irrigazione che rappresentano il teatro delle avventure estive delle bambine, nonché l’unica via di comunicazione verso il mare.

L’immersione nel paesaggio delle protagoniste rivela anche l’omaggio/influenza al Miyazaki di Kiki, Totoro,   nei quali il rapporto tra bambini e natura è un rapporto magico, privilegiato. In Qui c’è tutto il mondo un albero è l’oggetto della sfida delle tre amiche: riuscire a tagliarne i rami significa dare concretezza a sogni e fantasie.

Questo di Alicata e Paris è un libro in cui l’infanzia è raccontata in modo non edulcorato, in cui accadono cose dure e inspiegabili, ma che non trascura l’amicizia, la diversità, l’ironia. L’esperienza di un’estate diventa uno dei momenti più significativi della crescita della protagonista, qualunque cosa sia destinata ad accaderle, in un finale aperto che lascia spazio a un futuro sconosciuto.

 

Abbiamo parlato di:
Qui c’è tutto il mondo
Cristiana Alicata, Filippo Paris
Tunuè, “Collana Ariel”, 2020
199 pagine, cartonato, colore, 17,50
ISBN:978-88-6790-393-1

 

 

 

 

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