Quando dicevo di volere Ariel Pink alla Casa Bianca

Quando dicevo di volere Ariel Pink alla Casa Bianca

Credo di averlo detto più di una volta. Certo, non lo intendevo né in senso letterale, né collegato ad un assalto fisico ai palazzi della democrazia americana. Credo di averlo anche detto in riferimento ad altri cento soggetti ma Ariel Pink ha così tanto intreccio di talento, coglioneria e capacità di condivisone (intendo la sua crew ma anche il modo in cui ha spesso unito “noialtri”) che me lo fa sentire uno dei “miei”. O perlomeno, uno di quelli che vorrei fossero dei miei un giorno che si mette male. Questo nonostante sia evidente da prima del 6 gennaio che uno come lui (e anche uno come John Maus che era con lui a Washington a pochi passi dal casino) sa essere (o sa fare il) controverso e il dissonante nelle dichiarazioni e nei posizionamenti. In odore di conservatorismo e misoginia in alcune occasioni ha sempre poi stemperato con quel fare trollatore e con l’espressività di quel faccione biondo tra lo schivo e il dolcissimo coglionatore.

Ecco, qui non voglio addentrarmi sulla cronaca dei giorni scorsi e sull’esatta ricostruzione della presenza di Rosenberg nella capitale.  Sui fatti in sé c’è poi poco da commentare. È successa una cosa drammatica,  grave su più livelli. E ogni forma di connessione con l’episodio (compreso il marginale collegamento che l’interessato dichiara) appare inesorabilmente di rilievo. Ed è una cosa che mi ha fatto male, ecco. Tra una posa cogliona ai confini del troll e della provocazione e l’ammissione della propria presenza nei paraggi di un contesto così violentemente acefalo e destabilizzatore come quello dell’altro giorno, ecco, c’è una bella differenza. Ma, dicevo, la parte su cui mi soffermerei è quella che viene dopo. Quella dei licenziamenti, dei ban indirizzati ai musicisti, del “dovere morale” di ignorarli e dell’esigenza di una presa di distanza dal loro mondo, integralmente. Che poi non sembra tanto la presa di distanza dal tizio che canta e suona ma finisce con l’essere più l’esigenza di buttare nel cesso quei giga di musica che fino a una settimana fa, detto con un pelo di enfasi, erano la nostra vita. Sì, perché se io metto insieme la roba di Ariel Pink più quella di John Maus più, diciamo, le cose di Elbrecht (che come immaginario è inscindibile), quelle di quest’ultimo come produttore più Weyes Blood e anche Tim Koh, ecco, il mio mondo musicale l’ho praticamente disossato. Ah, poi che fai? Non ce li metti pure R. Stevie Moore e Molly Nilsson? Sì, perché nessuno degli amici del nemico va più bene, arrivati a quel punto. E io qui sopra l’ho contenuta parecchio, la cerchia. Perché se penso ai giri di questa gente il contagio viaggia ad un RT altissimo. Quindi, ripeto, più che la scelta della Mexican Summer che taglia Ariel Pink dal suo roster (e probabilmente lo fa con cognizione legale e pure col pallottoliere in mano) mi colpisce chi lo banna dal proprio universo musicale. Universo del quale si presume che A. P.  facesse parte fino ai primi di gennaio. Quell’Ariel Pink di “Black Ballerina”, “Not Enough Violence” o “Symphony Of The Nymph”, eh, stiamo parlando di quel tizio lì, mica si parla di Sabino Cassese!

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Boh, che poi ci posso anche provare a buttar via tutta quella musica ma non conosco il modo. Cioè, per me sul “possesso” della musica c’è il piano sacrosanto dei diritti d’autore che non discuto e poi c’è quello dei diritti emotivi che fanno sì che una roba come “The Queen Is Dead”, penso mi appartenga all’incirca almeno quanto questo dito mignolo. Non so in che parte del corpo vadano gli ascolti, quelli ripetuti, infiniti, ossessivi, sudati e a volte lacrimosi ma penso si sedimentino da qualche parte, tipo cartilagine. Non credo vadano via come il piscio. Quindi chiedo: come fate a pisciare “Before Today” e “Pom Pom” un pomeriggio di gennaio? Freddo, per giunta. Certo, se gli artisti come lui o gli altri in discussione in questi tempi vogliono fare qualche mattata, è bene dirgli che queste cose tipo mettersi un cappellino M.A.G.A. o sparare sui vaccini non sono mattate, non fanno ridere, non sono punk e (in alcuni casi) nemmeno scioccanti. A volte credo che rischiamo di rinforzarne lo status di atto politico attraverso lo sdegno e aderendo così a quello stesso sistema di chi fa una linea per terra e dice che di qua c’è il bene e di là il male.

Comunque, a proposito di quella musica da buttare, ecco, magari qualcosa è più facile da espellere perché è tipo fra i denti, nelle unghie o comunque in superficie. Ma altre cose no. Tipo “We Must Become The Pitiless Censors Of Ourselves” di John Maus, disco che fai prima ad amarlo che a dirlo e che ogni tanto riprendo così, per capire se quella bellezza esiste davvero o se è una mia fantasia. E, per dire, in che parte del corpo sta oggi quel concerto di A.P. al Locomotiv di 6 anni fa? Con Harry Merry, “Lipstick”, Jorge Elbrecht e le 100 domande che avrei dovuto fargli. Non è in superficie, tipo fra i capelli, no. C’eravamo tutti, anche quelli che nel frattempo non ci sono più. Mi guardavo intorno e riuscivo a riconoscervi tutti. E il giorno dopo tutti a commentare e scrivere, ognuno con le proprie parole e i propri modi, un medesimo  semplicissimo contenuto: “si sta bene”. E poi Don Bolles, gente. Don Bolles conciato in quel modo.

(Marco Bachini)

foto di Anders Jensen Urstad dalla pagina wikipedia relativa ad Ariel Pink

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Kalporz scrive di musica, con una propria visione, dal 2000. E’ da sempre attenta alle novità, alle tendenze, alle scene emergenti, e gli piace raccontarle in modo originale, senza filtri e con cura. In particolare la sua curiosità musicale è alla ricerca delle “cose belle”, al di là dei generi.

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