Qualcosa s’è mosso: fuga e ritorno dalle proprie radici

Qualcosa s’è mosso: fuga e ritorno dalle proprie radici
Paolo Lo Galbo racconta, con stile solido e sicuro, la fuga, la maturazione e il ritorno di un ragazzo che deve far pace con le proprie radici.

Qualcosa_mosso_coverSaro La Bianca vuole andarsene da Bagheria. Gli sta stretto il paese, la sua cultura, le sue usanze, la mancanza di prospettive. Vuole andare a Bologna, per studiare ed emanciparsi. Ma soprattutto per andarsene dalla causa di tutti i suoi problemi: suo padre, summa di tutti questi veleni e con cui ha un rapporto burrascoso. Eppure nelle sue disavventure torinesi così come nella realizzazione dei suoi sogni, il rapporto mai risanato con il padre lo segue come uno spettro, tra sentimenti contrastanti di affetto e rancore.

Qualcosa s’è mosso, opera d’esordio del palermitano Paolo Lo Galbo, già attivo come operatore grafico presso lo studio Ram di Bologna, racconta al tempo stesso una storia personale e di un’intera generazione del sud Italia. La storia di Saro e delle sue contraddizioni è quella di tanti giovani che emigrano, a volte fuggono, dal sud per realizzarsi al nord e che mantengono con le proprie radici un rapporto di amore e odio. Questo sentimento è qui amplificato dal rapporto tra Saro e il padre, il motore di tutta la vicenda, che allontana e attrae il giovane alla sua terra.

La scansione del racconto, che si muove avanti e indietro nel tempo, permette a Lo Galbo di distillare la costruzione di questo rapporto nel corso dell’intero volume, rendendolo reale e tridimensionale, fino a raggiungere il picco emotivo delle ultime tavole, che lasciano il lettore segnato da una storia fatta di sentimenti forti e polarizzanti. Tra l’inizio e la fine che chiude un cerchio pur lasciando molte questioni irrisolte, il viaggio difficoltoso e a tratti pericoloso di Saro definisce il personaggio nei suoi aspetti sia positivi che negativi, coinvolgendo chi legge nelle sue disavventure con grande trasporto.

Oltre alla sua storia, il protagonista colpisce per la sua caratterizzazione fisica molto marcata, forse la cosa più interessante dell’intero volume: occhi scuri nerissimi, assenza di mento e un naso lungo, adunco e appuntito, una sorta di incrocio tra un rapace e lo Zanardi di , un controcanto che ben si sposa con la sua personalità. Lo Galbo sceglie di definire tutti i personaggi con una linea spessa e pesante, quasi scultorea, che indugia sui particolari dei volti, non solo quelli di Saro, ma anche quelli del padre e della madre, rappresentati nel loro sfiorire.

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A contrapporsi a queste figure solide e ben definite ci sono gli ambienti urbani che, pur rappresentati con dovizia di particolari e con correttezza prospettica, appaiono ben più rarefatti degli esseri umani: sebbene presenti in ogni scena, appaiono come spettatori muti e immutabili, che osservano con indifferenza le peripezie, i dolori e i drammi del personaggio principale.
Anche l’uso dei colori, che caratterizza tempi diversi della vita di Saro, servono a definire più gli spazi che le persone, i cui volumi sono realizzati con toni di grigio e qualche tratteggio, e su cui i colori sembrano quasi riflettersi dal mondo circostante. Quasi a dimostrare che a volte il grigiore definisce più il nostro mondo interiore che non quello circostante, e che solo facendo muovere qualcosa in noi si può illuminare questo buio per dipingere la nostra esistenza di colori nuovi.

Pur battendo su sentieri abbastanza tipici della narrativa italiana –  in particolare quello del dramma familiare -, senza sbavature ma anche senza eccessive deviazioni da una struttura classica, l’opera prima di Paolo Lo Galbo è un debutto solido, molto ben disegnato e che raggiunge momenti di grande intensità, grazie soprattutto un protagonista ben caratterizzato sia dal lato emotivo che da quello grafico, capace di imprimersi con il suo tormento e le sue contraddizioni nella mente del lettore.

Abbiamo parlato di:
Qualcosa s’è mosso
Paolo Lo Galbo
BeccoGiallo, 2021
160 pagine, brossurato, colore – 19,00 €
ISBN: 9788833141886

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