Prison Pit: sbudello dunque sono

Prison Pit: sbudello dunque sono
L'opera di Johnny Ryan propone più di 700 pagine di botte, sangue e violenza fisica e verbale, in un mix folle e distruttivo che sconquassa e conquista.

Prison Pit, fumetto scritto e disegnato da Johnny Ryan e pubblicato da , è la semplicissima storia di un detenuto gettato da un’astronave su un pianeta privo di risorse, che si trova ad affrontare un nemico dopo l’altro per sopravvivere e, forse, cercare una vendetta personale.

Tutta la forza dell’opera sta nel come viene raccontata e nei disegni apparentemente banali.
Il protagonista senza nome, corpulento e vestito solo di mutande e ginocchiere da wrestler, si muove in lande desolate ammazzando chi cerca di sbarrargli la strada: ovvero tutti. Ryan popola l’ambiente di creature mostruose, fondendo umano, bestiale e immaginario fantasy e sci-fi per creare un character design quasi unico, che ha il suo concept teorico nell’immaginazione infantile e la sua realizzazione pratica nell’underground più marcio. Ovviamente questa combinazione non può che generare combattimenti nei quali braccia e teste vengono strappate a mani nude, e che diventano folli e grotteschi soprattutto per l’utilizzo di armi anticonvenzionali, sperma e budella su tutte.

La forza dei disegni sta anche nel contrasto tra una costruzione rigida della pagina, per la maggior parte composta da quattro vignette, e il modo in cui viene mostrata l’azione, che prende un taglio semi-documentaristico che ne fa risaltare l’intrinseca assurdità, come se questa impostazione volesse illustrare quanto i corpi siano materici, quanto la corporeità sia volumetrica e quanto la violenza alienante. Sembra di vedere combattere dei pupazzi, con movenze meccaniche e movimenti legnosi, ma quando si colpiscono di riflesso è il lettore a rimanere colpito, soprattutto per una certa resa grafica che Ryan riesce a conferire sapientemente agli oggetti e ai corpi. Tornando poi alla costruzione delle tavole, vista la rigidità, spiccano per potenza visiva le splash page, in particolare nei momenti più intensi e decisivi, che rimarcano spesso la differenza di grandezza tra il protagonista e i nemici (andando così a esaltare la sua impresa) o si concentrano su figure intere dilaniate dalla brutalità dei colpi.

In un mondo quasi post-atomico in cui il morbo della violenza è diffuso ovunque, il solo modo che ha il protagonista per riuscire ad affermarsi a livello personale consiste nell’annichilimento altrui: esistere significa quindi non solo banalmente uccidere, ma ammazzare con le proprie mani (l’assenza quasi totale di armi da fuoco non è un caso, ovviamente), inondandosi di fluidi corporei appartenenti a chiunque provi a fare altrettanto con lui, per potersi sentire finalmente vivo, per realizzarsi al di fuori della sua condizione di reietto e raggiungere oggetti magico-mistici che possano legare il caos della vita con il caos primordiale dell’universo.

Il tema del cannibalismo si inserisce perfettamente in questo filone. Vediamo spesso il protagonista, dopo aver ucciso i suoi nemici, mangiarne le interiora o alcune parti del corpo: questi atti non solo rinforzano la sua immagine carismatica agli occhi del lettore, ma assumono anche un valore rituale, in particolar modo se si tengono a mente gli ultimi studi sul cannibalismo stesso, che riguardano spesso i concetti di incorporazione e incarnazione1. In sostanza, mangiando i suoi nemici, il nostro wrestler ne assume la forza residua, ingloba le loro qualità espellendo autonomamente le debolezze, incarnandosi in qualcosa di altro, di ulteriore, per poter superare ogni difficoltà ma soprattutto se stesso.

Il sesso è un altro elemento fondamentale nella meccanica della violenza insita nell’opera. Se da un lato l’atto sessuale è il “motore del mondo”, che muove enormi mezzi meccanici e porta alla nascita di divinità maligne oltremondane, dall’altro, rendendo ancora una volta più manifesto il contesto brutale in cui si ritrova, viene svuotato di ogni sovrastruttura per diventare mera carnalità. Il desiderio viene oltrepassato e ridotto a morbosità pura, l’erotismo non è nemmeno accennato per un secondo e il sesso diventa così solamente un mezzo per raggiungere uno scopo, una modalità di conseguimento di un fine a volte inconsapevole.

Inoltre sono notevoli i dialoghi, resi in traduzione in maniera impeccabile (a volte anche meglio dell’originale, dove i “fuck” abbondano, mentre la lingua italiana permette una più ampia gamma di improperi, anche dialettali: in questo senso non viene tradita l’uniformità del linguaggio, perché la stolidità dei personaggi risulta comunque palese, in particolare per il modo in cui articolano le frasi a livello espressivo e grammaticale), che strappano più di una risata ed enfatizzano frequentemente lo squilibrio mentale dei personaggi, rendendo ancora una volta più efficace il concetto di violenza, che si diffonde pure attraverso il linguaggio.

Prison Pit è quindi un’opera della quale il panorama fumettistico ha bisogno, che forse può tenere a distanza una certa fetta di lettori e potenziali tali, ma che trova il suo nucleo proprio in questo perché è ciò a cui mira: turbare e sbigottire, senza secondi fini o scorciatoie, ma solo con le botte. Semplici, crude botte.

Abbiamo parlato di:
Prison Pit
Johnny Ryan
Traduzione di Valerio Stivè
Eris Edizioni, 2019
764 pagine, brossurato, bianco e nero – 35,00 €
ISBN: 9788898644797


  1. In merito consiglio il saggio di Maggie Kilgour From Communion to Cannibalism. An anatomy of Metaphors of Incorporations

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