Oscar<\/em> – oggi nessuno pi\u00f9 lo fa lavorare?<\/p>\nRispondere a questo interrogativo non \u00e8 facile, ci sono tante cose che noi non sappiamo, presumibilmente nemmeno Kaufman stesso ha la visione completa delle cause: bisognerebbe chiederlo agli stessi studios e produttori che non gli danno pi\u00f9 la fiducia di una volta.<\/p>\n
Io credo che il motivo del successo che gli ha arriso 10\/15 anni fa vada cercato non tanto nell’altissima qualit\u00e0 e raffinatezza della sua scrittura, quanto piuttosto nel tono pessimista ed esistenzialista delle sue storie, che in quel preciso momento costituivano una rottura rispetto a certi meccanismi ormai imbolsiti della produzione hollywoodiana. Produrre i suoi film\u00a0faceva alternativo\u00a0<\/em>in quel momento, ma oggi anche l’indie\u00a0<\/em>si \u00e8 attestato su schemi commerciali ben precisi e targettizati<\/em>. Oggi produrre film di Kaufman non fa pi\u00f9 figo, \u00e8 anzi\u00a0troppo<\/em> alternativo.<\/p>\nOltretutto negli ultimi anni l’industria dell’intrattenimento ha trovato un’altra strada per la scrittura di qualit\u00e0 seppur – volendo – di genere: quella delle serie tv<\/strong>. Dai Soprano a Mad Men, da The Wire
a Dexter, da True Detective a In Treatment, da Black Mirror a The Office, nell’ambito seriale incredibilmente (e finalmente) le case di produzione hanno dato fiducia agli sceneggiatori, che sono stati in grado di generare veri capolavori di narrazione, e seppur caratterizzati da una scrittura raffinata, meno criptici e pessimisti della poetica di Kaufman, quindi accessibili a tutti.<\/p>\nMa non \u00e8 solo questo: col tempo l’esistenzialismo e la profondit\u00e0 della scrittura di CK si sono intensificati fino a raggiungere forse un livello parossistico, un\u00a0punto di non ritorno<\/em> che lo rendono ormai poco “palatabile” nei confronti del volubile e disattento spettatore cinematografico.<\/p>\nMolte delle sue storie sono dense di\u00a0metanarrazione<\/strong>, riflessioni stesse sul mestiere del narratore, sulla rappresentazione artistica, raggiungendo picchi di pura filosofia moderna. In questo senso accosterei il lavoro di Kaufman alle migliori opere teatrali di
Pirandello<\/strong>. Anche lo sceneggiatore newyorkese, cos\u00ec come il nostro conterraneo Premio Nobel, si interroga costantemente sull’esistenza e la vita interiore dei personaggi, sul loro ruolo all’interno della rappresentazione cinematografica, sulla somiglianza tra i meccanismi della finzione scenica e il “marketing relazionale” cui noi tutti siamo forzati in questo grande crudele palcoscenico che \u00e8 la vita quotidiana. In questa direzione vanno film come “Essere John Malkovich” (Com’\u00e8 la vita di un attore fuori dal set?<\/em>), “Il ladro di orchidee” (\u00c8 pi\u00f9 interessante la trasposizione di un romanzo o lo stesso processo creativo della trasposizione?<\/em>), “Synecdoche, New York” (di questo ne parlo pi\u00f9 sotto). Sia chiaro, i temi che ho indicato tra parentesi sono solo due tra i molti spunti di riflessione proposti dalla complessa scrittura di Kaufman.<\/p>\nPer questo, lo dico senza remore, se Pirandello ha giustamente ricevuto in passato il prestigioso premio, oggi\u00a0credo che Charlie Kaufman meriti il Nobel per la Letteratura<\/strong>, specialmente dopo Synecdoche<\/em>.<\/p>\nMa facciamo un passo indietro. L’articolista di TheVision sostiene che “Il ladro di orchidee<\/strong>“
\u00a0costituisca il\u00a0manifesto programmatico\u00a0<\/em> di Kaufman, il suo\u00a08 1\/2<\/em>. Non sono d’accordo sulla seconda affermazione. Non ci si faccia confondere dal fatto che in entrambi i film il protagonista \u00e8 un cineasta in crisi creativa.<\/p>\n“8 1\/2<\/strong>” non era il manifesto programmatico di Fellini<\/strong>, una sua dichiarazione d’intenti, quanto piuttosto una sorta di testamento artistico, una riflessione di un autore maturo sulla propria carriera, su ci\u00f2 che \u00e8 in grado di creare, sui propri limiti, sui limiti stessi del mezzo cinematografico, su quanto il suo mestiere di “affabulatore” abbia permeato la sua vita e su quanto al contrario le sue vicende private siano sconfinate nella sua produzione, su quanto – in sostanza – i due piani si confondano fino a rendere difficile distinguerli. La mia esistenza \u00e8 fare cinema, ma nel momento in cui non sto facendo cinema, continuo a esistere? Come posso ritrovare l’innocenza, la\u00a0verginit\u00e0<\/em> spirituale di quando ancora non sapevo fare cinema e avevo\u00a0le idee<\/em>, non finalizzate alla fredda industria dell’intrattenimento ma guidate dalla pura urgenza dell’immaginazione?<\/p>\nPer questo, l’8 1\/2<\/em> di Kaufman, il suo\u00a0testamento artistico<\/em>, forse appunto il\u00a0punto di non ritorno<\/em> non \u00e8 “Il ladro di orchidee” ma “Synecdoche, New York<\/strong>“.<\/p>\nNon per niente l’autore dell’articolo su TheVision afferma di non aver capito nulla di\u00a0S, NY<\/em>
\u00a0e non si pu\u00f2 fargliene una colpa: molti di noi (me compreso) hanno faticato a comprenderlo fino in fondo.<\/p>\nDifficile riassumerne la vicenda per chi non l’ha visto (e se non l’avete fatto ve lo consiglio molto caldamente), anche perch\u00e9 la mia visione \u00e8 di diversi anni fa e per essere preciso dovrei riguardarlo, ma a grandi linee il film racconta di Caden Cotard, un regista teatrale che ottenuto un premio per un precedente lavoro decide di investirne i soldi per lo spettacolo della vita, lo Spettacolo con la S maiuscola, in cui condensare la vita di New York e la sua stessa esistenza. Un lavoro grandioso che lo consacrer\u00e0 per sempre come il genio del teatro quale \u00e8. Chiaramente si tratta di una metafora di Kaufman stesso, che incredulo per aver ottenuto dei grossi finanziamenti per mettere su pellicola le proprie visioni cos\u00ec poco “commerciali”, vuole farne l’uso pi\u00f9 virtuoso che riesce a immaginare, donando al pubblico il capolavoro definitivo. Ma c’\u00e8 un ma.<\/p>\n
Pi\u00f9 Cotard\/Kaufman lavora a questo progetto, pi\u00f9 cerca di rappresentare la vita stessa sul palco, pi\u00f9 la sintesi\u00a0della vita diventa impalpabile, e pi\u00f9 lo vede sfuggirgli di mano. Perci\u00f2 lo fa crescere, aggiungendo particolari. La scenografia aumenta. Una persona prende costantemente appunti sulla vita del regista. Cotard interpreta se stesso nella vita reale o nella finzione scenica? Colui che lo interpreta nella finzione scenica diventa lui stesso il Cotard della vita reale? La scenografia cresce a dismisura: non basta pi\u00f9 che rappresenti una strada o un muro di una casa di New York, deve rappresentare un intero quartiere.\u00a0La sineddoche \u00e8 sempre meno sineddoche, sempre meno parte per il tutto, le parti <\/em>sono sempre pi\u00f9 numerose e il\u00a0tutto<\/em> non viene mai raggiunto, in maniera forse accostabile a certi racconti di\u00a0Borges<\/strong>. Il progetto cresce, cresce, e non \u00e8 mai pronto. Cotard \u00e8 sempre pi\u00f9 insoddisfatto, pi\u00f9 ossessionato. La rappresentazione scenica non \u00e8 mai abbastanza aderente alla realt\u00e0. Come la sabbia dalle mani di una poesia dannunziana,\u00a0 la trasposizione narrativa della realt\u00e0 sfugge e perde di senso. Come una fragranza in una scatola: tolto il coperchio si lascia apprezzare per pochi istanti e poi evapora inesorabilmente. Intanto i piani di realt\u00e0 e finzione si confondono sempre di pi\u00f9, la rappresentazione diventa la vita stessa del regista\/personaggio.<\/p>\n\u00c8 possibile rappresentare materialmente le vicende di una vita, di una citt\u00e0, ma \u00e8 materialmente possibile rappresentare con la narrazione il senso profondo, l’essenza stessa della vita?<\/strong><\/p>\nQuesto mi riporta alla memoria che Grenouille ne\u00a0Il profumo\u00a0<\/em>di Suskind
<\/strong> \u00e8 una delle metafore pi\u00f9 calzanti dell’incessante ricerca dell’artista nella sua rappresentazione. Come egli cerca costantemente di rendere in un profumo la cosa pi\u00f9 bella che esista – l’odore della pelle di una giovinetta dai capelli rossi, essenza stessa della felicit\u00e0 – cos\u00ec il\u00a0creativo<\/em> tenta di condensare sullo schermo\/pagina\/palcoscenico\/tela il senso profondo delle cose, della vita, delle relazioni umane, o quantomeno il suo punto di vista<\/strong> su di esse.<\/p>\nMolti autori prima di Kaufman hanno espresso questo maledetto enigma senza soluzione, questa riflessione sulla vita senza pace dell’artista. I primi che mi vengono in mente sono Herman Hesse<\/strong> (“Il lupo della steppa”) e Thomas Mann<\/strong> (“Tonio Kroger”, “Morte a Venezia”).<\/p>\nAltri due autori che adoro, che hanno secondo me dei punti in comune e su di cui volevo da tempo scrivere sono – non ridete – Jack Kerouac
<\/strong> e Pier Paolo Pasolini<\/strong>.<\/p>\nEntrambi hanno sempre cercato di raccontare la vita, la vitalit\u00e0 delle persone “vere”. Consapevoli del loro ruolo di “spettatori della vita” in quanto narratori, hanno vissuto la loro esistenza alla disperata ricerca di afferrare quella scintilla di vitalit\u00e0 che rende romanzeschi i personaggi della realt\u00e0 quotidiana, e una volta trasposti in narrazione, reali i personaggi fittizi.<\/p>\n
Kerouac ha passato anni ad attraversare gli Stati Uniti con lo zaino, facendo autostop, condividendo le feste pi\u00f9 folli con le persone pi\u00f9 eccentriche con cui riusciva a fare amicizia, facendo l’eremita in montagna, mangiando cibo in scatola sotto un ponte nel mezzo del nulla, dormendo nei cassoni di camion lanciati lungo le arterie del Paese, cercando in sostanza di cogliere l’essenza pi\u00f9 vera, la radice profonda di quell’America cos\u00ec cambiata e spiazzata dal benessere postbellico. E sempre con l’impressione di non riuscirci mai fino in fondo, tanto che l’autobiografismo che caratteriza la sua migliore produzione \u00e8 dettato non da un principio onanistico quanto dalla necessit\u00e0 di raccontare questa sua ricerca dell’essenza della vita pi\u00f9 che quella stessa essenza impossibile da raccontare.<\/p>\n
Allo stesso modo il grande intellettuale Pasolini ha trascorso la vita a interagire col popolo pi\u00f9 minuto delle borgate, pur sapendo di potervisi mescolare solo fisicamente (anche carnalmente, se vogliamo) ma non spiritualmente. Questa sua ricerca della suprema genuinit\u00e0 del popolo, dell’essenza primitiva dell’essere umano, risulta perennemente insoddisfatta. Posso solo osservarli ma non sar\u00f2 mai uno di loro. Posso solo desiderare di essere altrettanto innocente, avere la mente sgombra e i pensieri semplici, ma non accadr\u00e0 mai. Posso solo ammirarli, ma non sar\u00f2 mai in grado di accoglierne dentro di me lo spirito fino in fondo. Queste sono alcune riflessioni che mi hanno suscitato opere come “Accattone” o “Il Vangelo secondo Matteo”, per i quali Pasolini ha scelto attori “di strada”. Magari sono solo mie proiezioni, mie elucubrazioni (leggi: mie seghe mentali).<\/p>\n
In questo senso, forse il “manifesto programmatico” di Pasolini \u00e8 rappresentato da quello che per me \u00e8 il suo vero capolavoro cinematografico: “Che cosa sono le nuvole?<\/strong>“, episodio di “Capriccio all’italiana” (1968). In questa storia ispirata all’Otello, meravigliosamente recitata da Tot\u00f2, Ninetto Davoli, Franco & Ciccio, accompagnati da una bellissima canzone di Modugno, vi sono alcuni dialoghi illuminanti sul rapporto conflittuale tra l’autore e la rappresentazione dei sentimenti pi\u00f9 profondi celati nell’essere umano.<\/p>\n
\nIntermezzo: Domenico Modugno, “Cosa sono le nuvole”<\/em><\/p>\n