Narrazione moderna e sindrome di Peter Pan
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Narrazione moderna e sindrome di Peter Pan

Preparando le lezioni per il corso di sceneggiatura che da ottobre terrò insieme ad Alberto Ostini presso la Scuola Internazionale di Comics di MilanoMilano, ho ripreso in mano libri che avevo studiato qualcosa come diciotto anni fa.

Al di là della mera tecnica di sceneggiatura – che dopo aver acquisito le basi si impara soprattutto tramite la pratica – ciò che mi affascina sempre molto sono le radici profonde della narrazione, comuni a ogni epoca e cultura umana. La storia della narrazione è la storia stessa dell’umanità.

Molti studiosi hanno esplorato questo argomento, dagli antropologi agli sceneggiatori di Hollywood.

Gli schemi più celebri della narrazione universale elaborati dagli studiosi sono probabilmente le 12 stazioni del “Viaggio dell’Eroe” di Chris Vogler e le 31 funzioni narrative della fiaba di Vladimir Propp. Non mi soffermo su ogni singola funzione perché altrimenti non avrei più niente da dire nel mio corso!

Quello che mi interessa rilevare in questo post è un aspetto, in particolare.

Vogler era uno sceneggiatore e story editor hollywoodiano, e partendo dagli studi di Joseph Campbell sulla mitologia aveva elaborato il suo schema delle dodici stazioni. La teoria di partenza (simile anche al discorso di Propp) è che bene o male tutte le storie inventate dagli esseri umani, dai racconti intorno al fuoco fino al blockbuster cinematografico, presentino degli schemi ricorrenti perché in sostanza ripercorrono i passaggi della stessa avventura della vita, comune a ogni essere umano: la nascita, l’infanzia, l’adolescenza, il distacco dai genitori, il passaggio alla vita adulta, eccetera.

Propp era un antropologo culturale e aveva concentrato i suoi studi soprattutto sulla fiaba russa, trovando parallelismi con consuetudini arcaiche, ad esempio i riti tribali.

La parte centrale e più importante degli schemi sia di Vogler che di Propp mostrano infatti che moltissime narrazioni ricordano strutturalmente i riti di iniziazione, del passaggio alla vita adulta, e (per Campbell/Vogler) anche della soluzione del complesso edipico come analizzato da Freud . La parte centrale, sia in Vogler che in Propp, mette infatti in scena l’eroe che lascia la propria famiglia, intraprende un cammino che lo porta fino nella “caverna più recondita” o “nella pancia della balena” dove vive un’esperienza di pseudo-morte per poi rinascere a nuova vita come persona più completa, in sostanza adulta (ciò che Jung chiama meccanismo di Individuazione).

In entrambi gli schemi di Vogler e di Propp naturalmente c’è sia un “prima” che un “dopo”: il prima riguarda il cosiddetto “mondo ordinario” in cui il conflitto non si è ancora presentato e l’eroe non è ancora un eroe. Il dopo invece riguarda il ritorno dell’eroe al suo mondo originario e le insidie sulla via di casa. Vogler sottolinea che in tante storie moderne la parte del ritorno a casa è molto esigua, perché il centro della storia, la “pancia della balena” spesso diventa anche il climax stesso della storia, in cui si decide il tutto per tutto, dopodiché l’eroe torna rapidamente al suo mondo iniziale senza ulteriori conflitti.

Ma ci sono alcune differenze tra i due schemi. Lo schema di Vogler è più moderno e recente e cerca di adattarsi non solo alle teorie di Campbell basate sulla mitologia, ma anche alla moderna narrazione cinematografica. Quello di Propp invece analizza principalmente le (centinaia) di fiabe russe e le mette in relazione ai miti classici e tribali, disinteressandosi delle attuali forme d’intrattenimento.

Ed è analizzando le differenze tra i due schemi che mi sorgono alcune considerazioni circa le contemporanee modalità di narrazione e ciò che ci dicono di cosa siamo o siamo diventati.

Le schema di Propp, pur condividendo con Vogler la parte centrale dell’iniziazione alla vita adulta, è molto più esteso, sia riguardo il prima che il dopo. È ovvio che quelle dello schema di Propp sono appunto solo delle funzioni, cioè ogni storia è composta da una combinazione di alcuni di questi passaggi e raramente da tutti i punti dello schema. Però è interessante dare un’occhiata a quelli che sono i meccanismi ricorrenti dell’antica narrazione, per accorgerci che nel corso dei secoli potremmo esserci persi qualcosa per strada.

Nella corposa prima parte dello schema fiabesco, all’eroe vengono imposti dei divieti. Questo ricorda la vita infantile in cui i nostri genitori limitano la nostra illusoria “onnipotenza” imponendoci norme comportamentali.

Nella parte successiva alla “rinascita” dal “ventre del serpente/balena/ecc.”, l’eroe torna a casa con l’elisir conquistato o con la prova dell’incantesimo spezzato o con la principessa liberata, e i passaggi seguenti narrano le sue difficoltà nel mantenere ciò che ha conquistato, e questo ci parla forse della vita adulta e di come non basti aver conquistato una determinata posizione per mantenerla senza ulteriore impegno.

Poi, un altro colpo di coda: un falso eroe cerca di prendere il posto di quello vero e toccherà al protagonista smascherare l’imbroglione. Questo forse ci parla del conflitto con la nuova generazione che cerca di prendere il posto della vecchia come “classe dirigente”, un po’ come il giovane leone che attacca il capobranco per prenderne il posto. Pensiamo anche all’Odissea e al ritorno di Ulisse a Itaca contro i Proci.


Intermezzo: Symphony X “Incantations of the Apprentice” (da The Odyssey)


Concludiamo lo schema di Propp in cui vi sono la trasfigurazione e l’incoronazione, che potrebbero simboleggiare la morte e il passaggio a uno stato di immortalità dell’eroe.

Ovviamente le mie sono poco più che congetture e potrei sbagliarmi. Forse un esperto psicanalista potrebbe meglio di me analizzare la questione.

Detto questo, se davvero nella fiaba antica vi erano tanti passaggi che simboleggiano ogni stagione della vita, mi viene da rilevare che oggi la maggior parte delle storie d’intrattenimento, quelle da blockbuster hollywoodiano, si concentrano sulla parte centrale, la simulazione dell’iniziazione alla vita adulta, e lì si fermano. Non tutte di certo, ma molte.

Mi chiedo quindi se nello zeitgeist degli ultimi decenni (o secoli?) non vi sia un’ossessione per la gioventù, una paura estrema della vecchiaia (e quindi della morte). È come se vivessimo in una costante Sindrome di Peter Pan. Sintomo di questo è il fatto che in molti, superati i quarant’anni, siamo ancora nostalgicamente attaccati ai nostri giochi e cartoni animati dell’infanzia, ai nostri dischi preferiti dell’adolescenza, e non riusciamo ad accettare che il mondo cambi: dovrebbe restare congelato al momento in cui abbiamo raggiunto la maggiore età.

La base di questa ossessione, questa “crepa” nell’inconscio collettivo potrebbe essere come rileva Jung la crisi della religione in Occidente nell’ultimo secolo, che per millenni ha avuto una funzione sociale di rassicurazione e coesione, funzione soppiantata a inizio ‘900 dalla comparsa delle ideologie, e in tempi più recenti da consumismo e globalizzazione, problematiche a fatica arginate dal pur irrinunciabile contributo della psicologia.

Siamo terrorizzati dalla vecchiaia e dalla morte e ossessionati dall’eterna giovinezza, lo sappiamo bene, e le storie che raccontiamo e che ci intrattengono di più dicono molto su di noi.

Già Oscar Wilde l’aveva compreso bene, nel suo Ritratto di Dorian Gray.

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