Peter Kuper, un viaggio a colori da New York al Messico

Peter Kuper, un viaggio a colori da New York al Messico
A Lucca Comics & Games 2017 abbiamo intervistato Peter Kuper, premio Eisner 2016 per il romanzo grafico "Rovine".

Lucca Comics & Games è l’occasione perfetta per intervistare autori internazionali. Allo stand Tunué abbiamo la possibilità di conoscere da vicino , premio Eisner 2016 come Miglior albo grafico con Rovine (qui la recensione), recentemente pubblicato in Italia. Statunitense, classe 1958, comincia la sua carriera come fumettista negli anni Novanta, le sue strisce sono apparse in diverse prestigiose testate quali Time, The New York Times e Mad Magazine, in cui scrive e illustra SPY VS SPY in ogni numero, dal 1997. I suoi principali lavori, oltre a Rovine, sono i romanzi grafici The System e The Metamorphosis, adattamento a fumetti del capolavoro di Franz Kafka.

Buongiorno Peter, e grazie di aver trovato un po’ di tempo da dedicarci. Cosa  ti interessava raccontare maggiormente in questo libro? Partiamo subito dalla genesi di Rovine: qual è stata l’idea iniziale? Un rapporto di coppia in crisi o la crisi di un paese?
In realtà ciò che mi interessava raccontare è la crisi di un pianeta, il nostro. Tutto sta succedendo nello stesso istante: io ho parlato di tutte queste cose raccontando della coppia, della farfalla Monarca e del suo difficile viaggio di trasformazione, degli antichi imperi che crollano, di rovine che sono piene di significato.  Le rovine del titolo hanno molti significati e tutti contribuiscono a creare le storie che compongono il libro.

Ci sono voluti tre anni per completarlo. Sei soddisfatto o ripenseresti qualcosa?
Oh, se fosse possibile cambierei un pochino di tutto, in ogni pagina. È uno dei principali problemi di questo tipo di lavoro: vorresti sempre averlo fatto meglio. Guardo i disegni e penso che potrei migliorarli ancora.  Per questo, piuttosto che soffermarmi a osservare troppo  un lavoro che avrei voluto fare meglio preferisco cominciare un nuovo lavoro . Mentre stavo lavorando su Rovine pensavo che per ogni due righe scritte ne avrei tolto almeno una, ma credo che questo faccia parte del processo creativo.

Quanto sono importanti i colori in una storia ambientata in Messico?
Ho voluto utilizzare il bianco e il nero nelle prime pagine ambientate a New York perché ho percepito chiaramente, una volta arrivato in Messico, di aver sempre vissuto in un mondo in bianco e nero. Il Messico è invece pieno di colori: ognuno dipinge la sua casa di un colore diverso, blu, giallo o arancione, come gli pare, eppure tutto si abbina alla perfezione. La temperatura e il clima in sé è ideale per la nascita e la crescita di meravigliosi insetti, per colorate farfalle e altri animali che non ho mai più visto dai tempi dell’infanzia. In Messico credono tantissimo nel Colore.

Quanto contano i dettagli nelle tue storie? In questa, il viaggio della farfalla, è essenziale a completare l’opera, così come i simboli aztechi presenti.
Credo fortemente nei simboli e sono molto interessato anche a come li interpretiamo. Per me sono  il primo – primitivo, penso – linguaggio che rappresenta l’umanità, gli animali, la vita. In quest’ottica allora, anche lo sfondo nel quale si muovono i personaggi è una parte importante del lavoro, così come lo è il processo mentale  che ci porta a interpretare le immagini, ovvero la comprensione del linguaggio per immagini.  Penso che sia parte del nostro DNA, del nostro sangue.

I tuoi fumetti più noti sono quasi privi di dialoghi, cosa cambia nella caratterizzazione dei personaggi in questa tipologia di lavoro/sceneggiatura?
Più che muti si possono definire sicuramente kafkiani. Fra i lavori di questo tipo c’è anche la serie di strisce SPY VS SPY che pubblico per Mad Magazine. È stimolante consegnare delle storie ai lettori senza utilizzare, o utilizzando solo per lo stretto necessario, il linguaggio. Per questo devo fare attenzione a inserire delle immagini che possano essere comprese da te che stai in Italia, così come dal lettore che vive in Giappone o parla inglese,  e questo processo di condensazione del senso nell’immagine è davvero interessante per me. Ciò che conta è individuare il simbolo universale, o in alternativa ciò che io posso trasformare in simbolo universale in base al contesto.

Peter Kuper, un viaggio a colori da New York al Messico

Cosa hai amato di più dei tuoi due anni passati in Messico? Hai nostalgia di qualcosa?
Mi manca qualsiasi cosa, per questo io e la mia famiglia ci trasferiremo di nuovo l’anno prossimo a gennaio. Quando sono stato là la prima volta non stavo attento alle notizie del Messico come invece faccio ora, la prima volta è stata più che altro una pausa dalle news. Un modo per godermi tutto ciò che avevo intorno, l’ambiente così come le persone, o i sapori del cibo. Il mio stile di vita è diventato d’un tratto molto più lento di quello che avevo a New York, sicuramente più vicino a quello italiano. A me piace lo stile di vita veloce, e la prima volta che sono andato in Messico ho temuto che il cambio da “troppo veloce” a “troppo lento”, così mi sono fermato esattamente a metà fra l’uno e l’altro, trovando il mio equilibrio fra la velocità newyorkese e la lentezza messicana. Disegnavo tutto il tempo perché adoro il mio lavoro: credo che sia proprio la dedizione al lavoro e all’arte a mantenermi (mentalmente) sano. Disegno anche per allontanare pensieri negativi e depressione. La pressione da lavoro in realtà è un desiderio ma il Messico mi ha portato a dedicarmi di più all’esplorazione, senza necessariamente avere delle scadenze o dei lavori da consegnare, senza troppe pressioni dal punto di vista economico, mangiando del cibo locale e non importato da luoghi lontani come accade a New York e così ho riscoperto un mondo fatto di sapori differenti. Per tutti questi motivi il Messico mi manca.

Il fumetto può essere una forma di resistenza al potere? Nel tuo caso lo è?
Spero che per chi abbia letto il mio romanzo grafico, penso soprattutto a statunitensi o altri che non conoscono il Messico, si sia aperto uno spiraglio di comprensione su questa terra, almeno un po’. Mi piacerebbe che la gente pensasse: Ah, okay,  c’è qualcos’altro oltre a quello che dice Trump. C’è molta paura dei migranti, come credo anche qua da voi in Italia. Per questo motivo ho preso il diverso e l’ho reso un po’ più familiare. Questa sì, è la mia azione contro deriva autoritaria che crede ci possano essere confini fra le nazioni e muri; come se l’aria non possa muoversi da spazio a spazio, o l’acqua non possa scorrere e fluire dove vuole. Uno dei miei intenti è stato mostrare il mio entusiasmo verso il Messico, verso questa nazione, sperando che il mio amore possa essere colto da altre persone in maniera attiva.

Intervista realizzata dal vivo il 2 novembre 2017.

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su