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Niente da perdere: solitudine e alienazione canadesi

Bao Publishing porta in Italia il ritorno alla graphic novel di Jeff Lemire, in una storia toccante di solitudini, alienazioni, tragedie e riscatti.

«L’hockey è la mia unica via di fuga dai fumetti. Tutto quello che faccio, tutto il giorno, ogni giorno, sono i fumetti. L’hockey è l’unica cosa che fa spegnere quella parte del mio cervello e mi permette di fare qualcos’altro» (, The Globe and Mail – aprile 2017)

Niente da perdere: solitudine e alienazione canadesiTutti gli scrittori riscrivono sempre la stessa storia. Così come tutti i musicisti compongono sempre la stessa canzone, tutti i registi girano lo stesso film e via dicendo. Un’iperbole, un luogo comune che al suo interno cela tuttavia un fondo di verità.
Ci sono temi cari, sentiti da ogni autore che come un filo rosso percorrono le opere che crea. I generi e la produzione possono essere i più ampi e variegati possibile, ma non è difficile individuare quelle tematiche comuni nelle tappe della carriera professionale di ogni artista.

I paesaggi rurali canadesi, l’hockey, la neve, i rapporti familiari. Pensando a Jeff Lemire, sono questi alcuni degli elementi comuni che si possono rintracciare nella produzione dell’autore, sia in quella indipendente sia nelle storie supereroiche più mainstream scritte per Marvel e DC Comics.

Anzi, la capacità di declinare gli stessi temi tanto in opere più personali e intimistiche come Essex County, Il Saldatore subacqueo e Royal City, quanto in fumetti supereroici come Animal Man, Green Arrow, Thanos e Black Hammer, denotano quanto profondamente radicati siano gli stessi in Lemire tanto da poteri definire come “marcatori” della sua cifra autoriale.

Roughneck – diventato Niente da perdere in italiano – esce in Italia a sei mesi di distanza della sua pubblicazione originale per Simon & Shuster e segna il ritorno dell’autore canadese al formato graphic novel dopo un’assenza di cinque anni.
Il fumetto racconta la storia di un ex giocatore professionista di hockey, Derek Ouelette che dopo essere stato espulso dalla NHL (la lega professionistica di hockey nordamericana) per comportamenti violenti, trascorre un’esistenza solitaria nella cittadina (inventata) di Pimitamon nella regione canadese del Nord Ontario.

Derek divide le sue giornate tra il lavoro alla tavola calda locale e le quotidiane e violente ubriacature serali, fino a quando il ritorno della sorella minore drogata e in fuga da un fidanzato violento mette in moto una serie di eventi che in qualche modo costringono i due fratelli a ricomporre le fratture di un passato familiare tragico e a concludere la parabola di un presente che fino a quel momento non è stato meno fallimentare.

La componente autobiografica, altro aspetto caratteristico dello scrivere di Lemire, è presente anche in quest’opera in almeno due aspetti della storia. Il primo è il lavoro svolto dal protagonista – cuoco in una tavola calda – identico al lavoro svolto dall’autore all’inizio della carriera quando ancora lo scrivere fumetti non gli dava da vivere; il secondo, più importante, è la solitudine dei personaggi, retaggio dell’infanzia di Lemire, bambino introspettivo amante della lettura, dei fumetti e dell’arte, circondato da agricoltori del Canada rurale che niente avevano a che spartire con i suoi interessi.

Niente da perdere: solitudine e alienazione canadesiTutti i personaggi di Niente da perdere – chi più chi meno – sono vittime di una alienazione che si è impossessata delle loro esistenze, quotidianamente uguali e ripetitive, in una sorta di purgatorio terreno dove espiare colpe proprie ma anche dei propri familiari.
Questa alienazione si lega anche a un’esperienza personale di Lemire, come da lui stesso raccontato.

Anni fa, durante un viaggio nell’Ontario settentrionale, l’autore per la prima volta venne in contatto con la cultura indigena canadese e con le difficili condizioni di vita di queste popolazioni in un territorio duro e inospitale.
L’autore ne fu talmente colpito da introdurre un personaggio di origini Cree, Equinox, durante la sua gestione della Justice League e da decidere che Derek e sua sorella fossero a loro volta di discendenza in parte Cree, per riflettere sui fenomeni di violenza e abuso di droghe che coinvolgono da vicino oggigiorno vaste parti di queste popolazioni.

Il volume si presta a un paragone con Royal City per più di un motivo. Niente da perdere e la più recente serie Image di Lemire debuttano a distanza di un mese (aprile il primo, marzo la seconda) e – seppur in formati opposti – segnano il ritorno dell’autore a temi più intimi e personali.

In entrambi una tragedia del passato è motore degli avvenimenti della storia e in entrambi le solitudini e l’alienazione dei personaggi segnano i divari presenti tra loro, l’incapacità di comunicare.
L’intensità trasmessa dagli sguardi, sui quali Lemire si sofferma facendo largo uso di primi piani, è un altro elemento comune, ma proprio l’intensità subisce alcuni cali in Niente da perdere, laddove in Royal City è una costante narrativa.

Anche da un punto di vista grafico notiamo un divario tra le due opere. Niente da perdere è basata su ampie vignette e un uso massiccio di splash page singole e doppie, efficaci per evidenziare anche fisicamente la solitudine dei personaggi messi a confronti di ambienti naturali vasti e sconfinati.
Il tratto di Lemire è più nervoso e spigoloso del solito, pare quasi di percepire l’urgenza di fermare su carta le sequenze narrative prima che perdano l’intensità e la chiarezza che possono avere nella mente dell’autore. C’è da dire che alcune sequenze appaiono meno riuscite di altre, come quelle ambientate durante le partite di hockey, dove i giocatori sembrano quasi figurine ritagliate e incollate sullo sfondo, ma in generale le inquadrature, le scelte di ritmo e la scansione in vignette sono sempre efficaci.

Anche il colore acquerellato è dato con immediatezza, sì può quasi vedere il pennello muoversi sulla carta a gran velocità. E proprio sulla colorazione Lemire gioca una delle migliori carte della storia, impostando la narrazione del presente narrativo in toni di un azzurro acciaio freddo e ghiacciato a richiamare il clima quasi artico dell’ambientazione e l’incapacità del protagonista da uscire dal proprio stato di autodistruzione e anaffettività. In questa freddezza cromatica i flashback arrivano come squarci di colori caldi a rivelare un passato pieno di violenza, lacrime e tragedie ma comunque forse più sopportabile e da rimpiangere, per assurdo, rispetto a un presente senza nessuna apparente speranza.

Niente da perdere: solitudine e alienazione canadesi

La forza della storia però sta proprio nel finale. Nonostante la solitudine, la dipendenza, l’alcolismo, l’alienazione e l’autodistruzione; nonostante che il contesto familiare sia quello che ha dato il via alla serie di tragedie che hanno segnato i personaggi. Nonostante tutto questo, Derek trova proprio nell’amore verso la sorella la volontà di spezzare il proprio nichilistico circolo vizioso esistenziale e quest’ultima trova nel confronto con il padre – forse il momento più intenso della storia – la forza di trasformare la propria autodistruzione in un atto di vita.

Niente da perdere è forse un Lemire minore rispetto ad altre sue opere come Essex County e Black Hammer, ma resta l’ennesima prova della validità narrativa e grafica di uno dei più versatili e originali autori di fumetti del panorama mainstream nord americano.

Abbiamo parlato di:
Niente da perdere
Jeff Lemire
Traduzione di Leonardo Favia
, 2017
256 pagine, cartonato, colore – 23,00 €
ISBN: 9788865438459

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