Mariapaola Pesce: raccontare “Angela Davis” a fumetti

Mariapaola Pesce: raccontare “Angela Davis” a fumetti
Mariapaola Pesce ha scritto "Angela Davis", fumetto incentrato su una figura chiave dell’attivismo afroamericano della seconda metà del ‘900, disegnata da Mel Zohar ed edita da Becco Giallo.

becco-giallo-presenta-angela-davisAngela Davis, figura chiave dell’attivismo afroamericano per i diritti civili nella seconda metà del ‘900, è la protagonista della prima graphic novel scritta da Mariapaola Pesce, disegnata da Mel Zohar ed edita da Becco Giallo. Genovese di nascita, la Pesce ha un passato da formatrice ed executive coach, mentre oggi è scrittrice e sceneggiatrice. In questo volume la Pesce si confronta con un personaggio della sua gioventù, “una donna e un pensiero che mi erano noti – racconta perché ricordo di aver letto in gioventù libri, interviste e articoli sulle sue attività”. Tuttavia, questa storia che racconta la formazione rivoluzionaria della Davis senza tralasciare il contesto storico e sociale – in situazione, alla Sartre insomma – è anche un attestato di stima per il legame inscindibile e forte che esiste in questa donna fra pensiero e azione, un binomio che domina tutta la narrazione. “Confesso che a un certo punto ero infervorata, presa e catturata completamente da questa storia. Mi domandavo continuamente cosa avrebbe detto Angela, che cosa avrebbe fatto. Mentre studiavo e scrivevo la sua storia questa donna mi ha colpito e ha contribuito a cambiare i miei pensieri. Questa storia ha messo alla prova la mia comprensione del suo pensiero”.

Partiamo dall’inizio. Perché avete deciso di recuperare proprio la Davis in questo momento storico?
Ti rispondo in modo buffo e poi con serietà. L’aspetto ridicolo nasce dal fatto che da bambina seguivo il personaggio. Tuttavia, quell’aspetto che oggi vedo importante, e cioè la fierezza dell’essere nero con tutti i suoi stilemi (dai capelli cotonati in su), mi faceva sorridere. Ero attratta dalla Davis e allo stesso tempo, con il passare degli anni, me ne allontanavo perché era qualcosa di legato comunque al mio passato. Le nostre vite erano distanti e differenti ed emergeva così solo questo aspetto comico.
Un giorno, parlando con Davide Calì di proposte editoriali, ho buttato sul piatto la storia della Davis pensando, all’inizio, solo alla ‘me’ bambina e al fatto di scrivere di qualcuno legato appunto a quei vissuti. Studiando e documentandomi, e tornando seria, mi sono resa conto che mi piaceva la sua storia e la sua vicenda. Le sue idee le trovavo ancora molto attuali. Volevo tracciare un percorso della sua esperienza di lotta perché ritengo che ancora non si sia conclusa e che stia continuando. C’è infatti ancora tanto bisogno di concepire una dimensione di collettività e di unione – non di divisione – al di là del colore della pelle. Riassumendo, ritengo importante che oggi si possa parlare di un buon personaggio, per di più vivente, in condizione anche di contestare il mio punto di vista su di lei, raccontando il più possibile la sua voce. Lo strumento della graphic mi ha permesso di far parlare in prima persona il personaggio, in questo caso Angela, ed è stato un lavoro molto interessante.

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Come ti sei documentata, su che materiali hai lavorato?
Sono partita dall’Autobiografia di una rivoluzionaria (Minimum Fax), perché è un testo necessario e non si può prescindere da quelle pagine. Ho poi cercato video e interviste; ho lavorato su tutto quello che ho potuto trovare on line, senza dimenticare le altre sue pubblicazioni. Oggi ci sono ristampe dei suoi libri, ma qualche anno fa non era così facile recuperare materiale. Nel mentre, dato che ancora frequenta molto l’Italia, la Davis è tornata spesso nel nostro Paese e c’era anche materiale attuale, come interviste e video. Ho lavorato su tutto quello che ho trovato senza dimenticare i frammenti di testimonianze di personaggi come Toni Morrison che per lungo tempo ha lavorato con la Davis. Una coppia di donne autonome, grintose e combattive. Alla fine ho provato anche a immaginarmi la stessa Davis intenta a spiegarmi il suo pensiero, i suoi scritti, le sue idee.
Con Mel poi, abbiamo studiato molto le immagini e le foto dell’epoca, ed è stato un lungo lavoro di ricerca. Quello che volevamo era trovare il mood della storia, l’ambientazione corretta per questa vicenda. Mel ha fatto un’operazione magnifica da questo punto di vista utilizzando al meglio le immagini che abbiamo recuperato – alcune con fatica – per creare le atmosfere di questa graphic.

90Parlando delle ambientazioni, concordo con te sul fatto che la Zohar abbia dato vita ad un clima che ci fa calare negli anni ’70. Questo lavoro, che definirei ‘per sottrazione’, ha dato ottimi frutti: soluzioni grafiche efficaci, come la palla di capelli della Davis, e grande attenzione ai dettagli essenziali, dagli occhialoni a goccia ai grandi baffi, passando per gli stivali in pelle, le sigarette, i telefoni pubblici e le gonne alle ginocchia. Si tratta di scelte davvero efficaci per farci vivere quel clima. Non sembra una graphic degli anni ’70 ma di certo, leggendola, si percepisce e si vede che siamo negli anni ’70 (grazie anche alla rielaborazione di alcune soluzioni grafiche di quegli anni), proprio come accade quando si guardano le recenti produzioni hollywoodiane sul periodo o si ascoltano le compilation della Tamla-Motown. Insomma, questo è un’ottima sintesi di parola-pensiero-immagine, l’essenza stessa della graphic, che non nasconde il lavoro iconografico che c’è alle spalle
Mel è stata una sanguisuga, in senso positivo. E’ una disegnatrice che vuole andare a fondo, non si accontenta mai. Se non ha le risposte che le servono non lascia andare la presa. E’ una bravissima fotografa e lavora tantissimo con l’immagine, con l’osservazione, con i campi e con le inquadrature. Credo che questo personaggio le sia piaciuto e questo aspetto ha contribuito a far crescere la ‘nostra’ Angela. Per fare degli esempi: Mel ha lavorato parecchio sugli abiti, sulle divise, sui colori, sugli ambienti dei carceri femminili in cui la Davis è stata rinchiusa. Ha saputo cogliere e sintetizzare il tutto con soluzioni grafiche che definisco geniali. Il già citato ‘pallone di capelli’, ad esempio, è stata un’intuizione incredibile, figlia però di tutta questa ricerca che abbiamo realizzato. Mel ha saputo togliere tutto quello che era eccessivo e ridondante arrivando all’essenziale. In questo modo ha dato corpo all’atmosfera generale della storia e ha saputo valorizzare, con molti primi piani, il viso della protagonista. Da qui, infatti, passa tutta la forza dei suoi pensieri.

Hai ragione. I primi piani vincono, mi si passi il termine alla Leo Ortolani, sugli ‘spiegoni’, e cioè le lunghe lenzuolate di parole che, tutto sommato, ci potevano stare in un’opera dedicata a una donna d’azione e di pensiero. Entriamo ora nel cuore pulsante di questa storia e di questo personaggio. Pensiero-azione appunto. Da questo punto di vista la struttura che avete scelto funziona e la Davis non appare mai, men che meno all’inizio, una sprovveduta che, con il passare degli anni, acquista consapevolezza. Siete riuscite a far capire come questo personaggio avesse già idee e strategie ben chiare in mente. Quello che mancava era la messa in pratica in un contesto restio, all’inizio, a cogliere tali aspetti.
Quello che serviva era che emergesse la crescita di Angela. Doveva esser chiaro il divenire del suo pensiero di pari passo con la sua coerenza e con l’azione. La Davis è sempre stata una donna autonoma e incapace di concepire dei limiti. Aveva cioè in mente di fare delle cose e le ha sempre fatte senza mai porsi il problema, in quanto donna, se le fosse concesso di poterle fare. Semplicemente, è animata – oggi come allora – dalla convinzione che il superamento della lotta fra persone di vari colori sia necessaria per evitare la continua divisione fra i proletari. Da soli, infatti, è impossibile combattere il sistema economico. Allo stesso tempo è necessario il riconoscimento della dignità di ogni essere umano. Non serve la violenza. Serve il rispetto e il riconoscimento. Non serve la rabbia. Servono soluzioni concrete, azioni. Mi ha colpito un fatto, piccolo e banale, ma che la dice lunga su questi aspetti. Le ho scritto una mail per informarla del nostro lavoro. Non mi aspettavo nessuna risposta. Mi sbagliavo. Una mail è arrivata, scritta da un suo collaboratore, e questo fa capire come davvero ci sia alla base un’idea di rispetto e di dignità che riguarda tutti gli essere umani, anche se sei una sconosciuta autrice che scrivi da un piccolo comune al di là dell’oceano.

Sei riuscita a raccontare bene e in modo chiaro le idee di comunione e di unità che sono alla base di questa vicenda umana e di pensiero…
.. e lei è consapevole fin da giovane di questi aspetti, già chiari ad esempio nella sua Autobiografia. Fin da piccolina sente le diseguaglianze e si pone delle domande sulle differenze che vive e vede con i suoi occhi. Perché non si agisce? La sua determinazione cresce nel tempo e quello che lei promette alle persone lo attiene sempre. Pensiero e azione appunto. Allo stesso tempo, non viene mai meno l’idea di collettivo che è sempre superiore al benessere del singolo individuo.

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Ecco un altro tema che avete reso bene, soprattutto nella seconda metà del volume. L’azione e, allo stesso tempo, l’ordine e l’organizzazione. La struttura delle pagine, la pulizia delle tavole, la scelta dei primi piani, sono funzionali e servono a far capire che abbiamo a che fare con una donna di pensiero che non ama il caos e che fa dell’organizzazione uno dei suoi punti di forza.
Fin da piccola Angela mette in atto dei comportamenti e delle strategie mostrando da subito una grande capacità organizzativa. La sua è sempre stata una spinta a far pensare o a dimostrare che, agendo in modo organizzato, le cose possono cambiare. Tutto questo non si fa con la sopraffazione ma tirandosi su le maniche. E’ una donna che ha lavorato, studiato, incontrato personaggi del calibro di Marcuse, insegnato (attività che la vede tutt’ora impegnata) e fatto la rivoluzione. La Davis è portatrice di un pensiero determinato e pacifico. La sua riflessione non è mai una questione individuale, ma diventa strumento per amplificare la voce di chi non ce l’ha. Come accade con le esperienze in carcere vissute sempre con questa impostazione.

26Andrei verso la conclusione con il tema del punto di vista femminile. Questa narrazione, diciamola così, è fatta dal punto del vista del matriarcato?
La Davis ha vissuto il carcere e, in particolar mondo, quello femminile. Qui ha dato vita a biblioteche; ha contribuito a far nascere coscienze e a costruire rapporti con donne, senza snobbare quelli con gli uomini. Lei è capace di cogliere le differenze fra uomini e donne, fra uomini ricchi e donne ricche e, allo stesso tempo, fa queste categorie e quelle del contro altare, e cioè uomini poveri e donne povere. La Davis esprime un punto di vista femminile e ha tanta esperienza da questo lato. La sua storia mostra chiaramente come sia stata chiamata più volte a superare i pregiudizi. Se voleva davvero arrivare alla meta prefissata era obbligata ad andare oltre, ad ignorare i confini. Questo insegna il punto di vista femminile: serve superare il confine imposto dal dualismo tradizionale fra uomo e donna. Anche se, sia chiaro, non smette mai di vedere e di denunciare tutti i punti di crisi e lo sbilanciamento che esiste nel rapporto fra uomo – donna.

Oltre al dualismo uomini e donne, nella graphic ci sono altri due poli dialettici che emergono: bianchi e neri e, soprattutto, ordine e disordine. Come mai?
Angela Davis è una grande organizzatrice e riesce a far funzionare le cose. Questo doveva emergere e mi fa piacere che tu l’abbia colto. Il disordine non è funzionale al suo pensiero e al risultato. Per questo non ama il caos e lei è capace di eliminarlo. Sul fronte bianchi e neri, la sua posizione – come si legge anche nell’Autobiografia – è quella di sbilanciare questo dualismo per far irritare. Devo dire che all’inizio anche io sono caduta nel tranello e questo modo di fare, che si è trasformato in un modo di scrivere, e cioè “Neri” con la N maiuscola e “bianchi” con la b minuscola, mi dava fastidio. Ho capito però, dopo attenta riflessione, che era parte sempre di una precisa strategia e di un’organizzazione dell’azione necessarie per dare dignità a chi non l’ha mai avuta. Il senso di irritazione, dunque, diventa anch’esso strumento di lotta. Ovviamente, non violenta.

Intervista condotta ad aprile 2020.

 

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