
Un primo motivo potrebbe essere una produzione quantitativamente non molto prolifica nei primi anni di attività, dovuta alla promozione nel 1974 a art director della redazione di Topolino, ruolo che lo occupava più nella realizzazione di copertine e nella supervisione grafica dei disegni altrui che nella produzione propria. Potrebbe aver influito anche il fatto di essersi allontanato dal giornale quando nel 1988 passò da Mondadori a Disney Italia, restando in seno alla prima.
Anche il fatto che una sua decisa maturità artistica del tratto si sia sviluppata con la realizzazione di storie per il mercato danese, dopo aver iniziato nel 1992 una lunga e proficua collaborazione con il gruppo editoriale nordeuropeo Egmont, detentore dei diritti per i fumetti Disney nei paesi scandinavi, potrebbe essere una spiegazione per la fama ristretta ai soli appassionati “duri e puri”.
Eppure Rota, grazie ad una carriera particolare e alla moltitudine di esperienze attraverso cui è passato, è un autore disneyano interessante da analizzare.
Gli anni italiani

In breve passa al fumetto, disegnando tra il 1963 e il 1966 alcune storie di Superman (all’epoca noto in Italia come Nembo Kid, del quale in quegli anni la casa editrice milanese possedeva i diritti per il nostro Paese, così come delle altre proprietà DC Comics) per arrivare infine ai personaggi Disney: nel 1970 esordisce con Eta Beta e la montagna Pippo, storiella educativa realizzata per un opuscoletto speciale; nel 1973 arriva a Topolino, sul n. 900 del settimanale, con Paperino e l’arma a ripetizione su sceneggiatura di Gian Giacomo Dalmasso.
Se nella breve avventura con Eta Beta il tratto appare fortemente influenzato da quello di Giovan Battista Carpi – che non a caso aveva illustrato il primo episodio del ciclo educativo di cui faceva parte quella storia – senza riuscire però ad eguagliarne i risultati, nel tratteggiare Paperino e i nipotini si nota già una certa propensione personale: i personaggi sono contraddistinti da linee guizzanti e morbide, specialmente Donald Duck, e il tratto appare già fresco e vivace, per quanto non ancora completamente formato. Ad un approccio convenzionale per quanto riguarda sfondi e costruzione della tavola risponde con un’attenzione notevole per i comprimari d’occasione, in particolare per la figura di un paperopolese arrogante con cui Paperino si scontra nel corso della vicenda.

In generale, però, l’artista ottiene i suoi migliori risultati con la metà “beccuta” del cielo disneyano: il suo modo di disegnare Topolino, specialmente nei primi anni di attività, non raggiunge mai risultati di particolare rilievo, apparendo gommoso e poco naturale. Fanno eccezione le illustrazioni di copertina, forse perché il contesto giustifica maggiormente una certa fissità del soggetto. Bisogna aspettare i tardi anni Ottanta per avere un buon Mickey Mouse rotariano, nella saga Mundial Story sceneggiata da Massimo Marconi in occasione dei Mondiali di calcio del 1986.
È con i Paperi che il disegnatore eccelle fin da subito, migliorando ulteriormente di storia in storia. Il tratto si fa ricercato ma non manierista, elegante e sottile, con un approccio classico allo stile disneyano senza rinunciare a un tocco personale evidente.
Con Zio Paperone e il deposito oceanico del 1974 inizia il suo percorso da autore completo, dimostrando di essere anche un valido sceneggiatore: la storia mostra gli interni del deposito di Paperon de’ Paperoni divenuti smisurati a seguito di una nuova impostazione della dimora monetaria ed è caratterizzata da vignette incantevoli e visionarie, specie quando illustrano la tempesta di monete che affrontano i Paperi quando qualcosa va – ovviamente – storto. Già da questo si intuisce la sua capacità di creare una trama avvincente, non originale a tutti i costi ma decisamente suggestiva.
Occupandosi sia dei testi che dei disegni, Marco Rota realizza storie di forte impatto, unendo il fascino dell’avventura a una profonda conoscenza dei personaggi e a un disegno raffinato, che riprende con convinzione gli echi barksiani ma che li sa rielaborare in una visione personale e convincente.
Nascono così, tra il 1977 e il 1984, ottime prove come Paperino pendolare, Paperino e la palla misteriosa, Paperino e la notte del saraceno e Buon compleanno, Paperino!

Mentre La palla misteriosa si configura come una simpatica gag-story tutta corse ed equivoci, dove la fantasia dell’autore può sbizzarrirsi in trovate comiche e grafiche decisamente riuscite, in La notte del saraceno abbiamo atmosfere decisamente avventurose: un’incursione dei Paperi in Liguria, sulle tracce di un tesoro che i pirati saraceni avrebbero nascosto secoli prima nella località di Varigotti offre richiami alla miglior letteratura per ragazzi, che si fondono con una classica caccia al tesoro guidata da Paperone. Le vedute liguri che fanno da sfondo attivo alla vicenda appaiono fedeli a quelle originali, a dimostrazione della cura profusa verso l’ambientazione.

Molto buoni i disegni, soprattutto per quanto attiene le inquadrature usate, immedesimando l’occhio del lettore con quello della telecamera che riprende Paperino, Paperone e Qui Quo Qua mentre si raccontano al reporter.
Mac Paperin: l’Asterix disneyano

In questa avventura del 1975 viene infatti creato Mac Paperin, comandante del castello di Malcot nell’ottavo secolo d.C. a difesa dei confini dell’antica Caledonia dalle incursioni vichinghe.
La storia, graziata da un tratteggio che restituisce ottimamente l’atmosfera brumosa delle terre scozzesi, è molto divertente: la verve comica di Rota si esemplifica nel classico espediente della truppa impreparata e inadatta allo scopo, ma si arricchisce con l’ideazione del Piccolo Crack del titolo – un energumeno che di piccolo ha ben poco, e che in realtà è un bonaccione sensibile – e nella caratterizzazione del protagonista, ironicamente rassegnato al proprio compito ingrato ma pur sempre devoto alla causa, e vagamente sbruffone negli atteggiamenti.

Dopodiché passano diversi anni prima che venga riproposto questo setting: l’autore approfitta infatti della sua collaborazione con la casa editrice nordeuropea Egmont per proporre nuovi soggetti a partire dal 1994, impostando un mini-ciclo dalla continuity blanda ma comunque sempre presente sullo sfondo.
I singoli episodi si accorciano rispetto ai primi due, nati per il mercato italiano, ma la lunghezza media si presta bene al tenore della narrazione scelta, che da un certo punto in poi guarda in parte alle avventure di Asterix e Obelix, anche per via delle strutture fisiche di Mac Paperin e Piccolo Crack del tutto simili a quelle dei due galli creati da René Goscinny e Albert Uderzo. Non solo: i combattimenti tra caledoni e vichinghi ricordano evidentemente le zuffe tra galli e romani del bédé francese, specialmente quando Piccolo Crack mostra di divertirsi un mondo a pestare i propri avversari, in maniera non dissimile da quanto prova Obelix in situazioni analoghe.
Le similitudini dirette si fermano qui, e la forza della saga di Rota sta proprio nell’aver ottenuto una sua identità precisa e indipendente, smarcandosi dal rischio di essere definita una semplice parodia di Asterix, dal quale attinge appunto solo per sommi capi e per l’atmosfera generale.
Gli anni danesi

Questa casa editrice costituisce, allora come oggi, il secondo polo di produzione disneyana inedita in Europa dopo l’Italia e si caratterizza per un approccio narrativo e grafico fortemente fedele ai modelli classici, guardando in particolare a Carl Barks: il ritmo delle storie, la loro “filosofia” e lo stile di disegno aderiscono a quei canoni discostandosene il minimo necessario, ottenendo risultati interessanti e degni di nota più sul fronte estetico che su quello delle sceneggiature, che spesso non brillano per inventiva o peccano di ripetitività.
Artisti come Daniel Branca, Vicar e Daan Jippes mostrano come, partendo da una fedeltà appassionata a quello stile, si possano ottenere risultati eleganti e in grado di distinguersi dal modello originario con esiti più che felici.

In questo modo l’aspetto complessivo dei Paperi è piuttosto tenero, apprezzabile nella sua morbidezza e rotondità, che si armonizza bene con le linee di occhi e becco che risultano invece più nette.
Da Barks mutua anche l’attenzione realistica per gli sfondi, che non sono mai abbozzati né mero scenario, ma godono di una certa cura e risultano funzionali all’azione, siano essi interni o panorami.
Oltre a ciò, come nota di colore, Rota infarcisce le sue vignette di tanti piccoli easter-egg, in realtà già presenti nelle sue storie italiane degli anni Settanta e Ottanta ma che in questa fase si moltiplicano: dalle proprie iniziali nascoste qua e là al Topolino in braghette rosse presente in varie fogge (giocattolo, sveglia, poster ecc), da oggetti che richiamano altre storie dell’autore ai copricapo dei personaggi principali – in particolare il berretto di Paperino – infilati sulla testolina di passerotti e uccellini vari che svolazzano in scena, sorta di simpatico marchio di fabbrica di Rota.

Diversi accorgimenti che diventano ricorrenti segnali di stile degni di nota.
In Egmont Marco Rota disegna molto su testi altrui, illustrando storie per esempio di Paul Halas e dei coniugi Pat e Carol McGreal, ma ha modo di continuare in maniera marcata anche la propria attività di sceneggiatore, sviluppando in alcuni casi il soggetto ideato da un altro storyteller.
Si tratta perlopiù di racconti in cui è la commedia a farla da padrona, ma non mancano anche esempi più avventurosi.

Nel secondo blocco possiamo citare L’ultima diligenza per Tucson, Zio Paperone: ma cosa succede?, L’isola del vecchio Jack e Il popolo talpa.
È il papero più ricco del mondo al centro di queste trame: nel primo caso racconta un episodio dalla sua rocambolesca giovinezza, nel secondo si ritrova faccia a faccia con la sua vecchia fiamma dei tempi della corsa all’oro in una situazione straniante, nel terzo cerca di impossessarsi di un tesoro piratesco e nell’ultimo incappa in una civiltà sotterranea.
Tutte storie efficaci pur nella loro semplicità, dotate quasi sempre di un guizzo che le contraddistingue permeandole di un certo fascino.
Rota sembra quindi aver trovato il miglior contesto in cui operare, sviluppando il suo disegno e contribuendo in diverse occasioni anche alle sceneggiature.
Parallelamente, tra il 1995 e il 2008 disegna tutte le copertine e le quarte di copertina del mensile italiano Zio Paperone (dal n. 70 al n. 216), rivolto principalmente al pubblico più esigente dei collezionisti e cultori di fumetto Disney: ognuna di queste illustrazioni – quasi tutte di grande gusto e qualità – è dedicata a una delle storie contenute nel numero relativo, e non di rado si tratta di un’opera dello stesso Rota, uno degli artisti maggiormente valorizzati dalla testata proponendo moltissime sue storie egmontiane in prima assoluta per l’Italia.
Ritorno a Topolino

Presentata, in anteprima a Lucca Comics, su Topolino #3337, Ingorgopoli – La città dell’ingorgo(ne parla qui e qui il blog Al caffè del Cappellaio Matto sul nostro blog-network) continuo ricalca un topos dell’autore: inserire Paperino in una situazione densa di potenziali contrattempi e vedere come se la cava nel subirli.
Con il protagonista bloccato tra le superstrade di una metropoli contraddistinta fin dal nome dal traffico perenne, il primo parallelo che viene in mente è con Paperino pendolare, ma anche con la storia per il mercato danese Moderno cavaliere, che presentava un Donald alle prese con la guida in mezzo a mille insidie stradali.
Ingorgopoli segue quel modello: a bordo della fedele 313, Paperino deve attraversare la città per recuperare un contratto di lavoro su incarico del ricco zio.
La prima tavola, con 7 strisce molto strette che si allargano man mano, e la seconda costituita da una splash-page con punto di vista in prima persona del mare di automobili che si staglia dinnanzi a Paperino, sono il simbolo di un estro grafico sempre attivo e mai pago, così come la cura per i dettagli nel visualizzare arterie stradali, palazzi e vari elementi che contraddistinguono l’ambientazione cittadina.

Dalle parole di Bertani intuiamo che Ingorgopoli non sarà un unicum, e infatti da novembre in poi sta pubblicando sul “Topo” diverse storie estere disegnate da Rota tra quelle ancora inedite in Italia, per riabituare il pubblico al suo stile in vista di nuovi progetti realizzati appositamente per il nostro Paese come accadeva quarant’anni fa.

