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Marcel Labrume: Micheluzzi tra letterarietà e arte grafica

NPE apre in grande stile la collana dedicata a Attilio Micheluzzi con “Marcel Labrume”, esempio stilistico dell'architetto prestato al fumetto.

«Chi è

Caro Alter, sono rimasto molto impressionato dalla prima puntata di Marcel Labrume di Attilio Micheluzzi. Si tratta certo di conoscere il seguito […] ma già da ora mi pare ottimo. È, infatti, un vero romanzo, come solo un altro autore italiano sa farlo, ovvero Hugo Pratt. E in più ha un bel disegno, da grande storia. Chi è Attilio Micheluzzi?. (1)

Questa lettera, pubblicata su Alter Alter #11 (novembre 1980) presenta spunti interessanti per introdurre Attilio Micheluzzi e la sua opera. Partiamo dalla domanda finale: «Chi è Attilio Micheluzzi?».

Evidentemente all’epoca non è ancora un auteur come il citato Hugo Pratt, o i vari Dino Battaglia, Sergio Toppi, Guido Crepax, ecc., altrimenti l’accorto lettore di riviste l’avrebbe immediatamente riconosciuto. Eppure qualcosa di particolare ce l’ha: la capacità di creare un romanzo grafico, una narrazione per immagini dal grande respiro. Perché, dunque, non è famoso nelle fila dell’allora definito “fumetto d’autore”? Il motivo non è poi così difficile da ritrovare.

L’ormai cinquantenne ex-architetto Micheluzzi ha esordito nel mondo del fumetto solo qualche anno prima e ha per lo più lavorato su testate per ragazzi, come Il Corriere dei ragazzi (Johnny Focus, 1974) e Il Giornalino (Captain Erik, 1976; Petra Chérie, 1977). Certo, in L’uomo del Tanganyka (ottobre 1978) e L’uomo del Khyber (febbraio 1980) ha già dimostrato le sue doti da auteur, ma non bisogna dimenticare che i raffinati cartonati “alla francese” di Un uomo un’avventura sono pur sempre un prodotto Bonelli.
Si tratta sì di albi deluxe dal prezzo elevato, destinati a un pubblico più esigente, amante delle storie d’avventura ma attirato dalla firma autoriale. Allo stesso tempo, tuttavia, fanno parte della grande famiglia Bonelli – allora Cepim – con tutto il carico di aspettative (pregiudizi, forse?) che l’editore popolare porta con sé. In Irripetibili Luca Boschi nota, infatti, che «il rapporto consuntivo su costi e guadagni di Un uomo un’avventura gli [a Bonelli] fa ritenere che il fumetto d’autore sia inevitabilmente in declino, e dubitare che forse, addirittura, un consistente riscontro di pubblico non l’abbia mai avuto». (2)

Cenni di stile

Marcel Labrume: Micheluzzi tra letterarietà e arte grafica
Fulvia Serra intervista Micheluzzi su «Alter Alter» nel 1982.

In ogni caso, le strategie di mercato e i loro risultati non inficiano le qualità tecniche raggiunte da Micheluzzi in poco meno di un decennio di attività. Il suo è uno stile riconoscibile, sia sul piano grafico che testuale. Matura è la gestione della pagina, divisa in tre o quattro strisce, con vignette dallo sviluppo orizzontale o verticale che, a loro volta, modificano il ritmo di lettura della tavola. Quanto al tratto, tipicamente le vignette presentano ampie aree di bianco racchiuse da piatte linee di contorno opposte a campiture di nero non modulato. Più rari sono gli esempi di chiaro-scuro, tendenzialmente ottenuto tramite ombreggiatura a tratteggio incrociato.

Ulteriore cifra stilistica è la visualizzazione delle onomatopee «che assumono il ruolo di protagoniste dell’immagine, in tutto e per tutto paritetiche rispetto ai personaggi in carne e ossa o ai mezzi meccanici (camion, aerei, navi…), o agli elementi del paesaggio e via discorrendo». (3)

Contenutisticamente, Micheluzzi predilige storie ambientate nel passato, quando a volare erano solo i militari (Marcel Labrume, L’uomo del Tanganyka), gli ufficiali della posta (Air Mail), i piloti commerciali (Mermoz), le belle spie (Petra Chérie). In modo forse più evidente che per altri autori, la biografia di Micheluzzi è fondamentale per inquadrarne le passioni grafiche e narrative.

Dal padre generale dell’aeronautica, infatti, prende la passione per il volo e per gli aerei, che in un modo o nell’altro entrano a far parte di tutti i suoi fumetti. I protagonisti cittadini del mondo e le ambientazioni extra-nazionali, invece, derivano dal suo essere giuliano di confine, italiano prima e istriano poi (seguendo le sorti di Umago, la sua città natale) e dall’aver svolto la professione di architetto urbanista in Africa Settentrionale – sarebbe anche stato nominato “Architetto della Casa Reale di Tripoli” se Gheddafi non fosse salito al potere nel 1969. (4)

Insomma, l’avventura per Micheluzzi è esperienza professionale e di vita, e gli anni “arabi” sono diventati grande fonte di ispirazione. Come afferma in una famosa intervista a Fulvia Serra nel 1982: «Ho aspirato, assorbito tutto di quegli ambienti, anche gli odori; se si potessero disegnare gli odori, anche quelli metterei nelle tavole». (5)
Non possiamo sentire gli odori, ma di sicuro le pagine di Micheluzzi riescono a trasmettere un profondo senso di realtà, e spesso una sorta di nostalgia per il passato, per quell’epoca ancora priva del “folle progresso tecnologico (6) degli ultimi decenni.

[..] è avventura tutto ciò che mi coinvolge emotivamente al di là del lecito. […] io vivo la realtà di settant’anni prima. Con odori, rumori, colori, urla, caldo, freddo. Una specie di macchina del tempo per uso personale.

Eppure quelli che racconta non sono certo tempi facili, e molti dei personaggi di Micheluzzi vivono spesso in un equilibrio precario tra la vita e la morte. Marcel Labrume non fa eccezione, ed è anzi un’opera esemplarmente “micheluzziana” per l’organicità in cui combina ognuno degli elementi qui descritti.

Marcel Labrume: nebulosità grafiche e testuali

Marcel Labrume viene pubblicato su Alter Alter da ottobre 1980 a gennaio 1981, e di nuovo da ottobre 1982 a giugno 1983. La storia si svolge nell’arco di due anni, dal 1940 al 1942 in Libano e in Africa settentrionale, mentre la terza storia mai realizzata avrebbe dovuto aver luogo in Indocina nel 1947. Lo sfondo è quello della Seconda Guerra Mondiale nel suo teatro bellico del Mediterraneo, dove alleanze e tradimenti, imboscate e cambi di casacca sono all’ordine del giorno.

Marcel Labrume: Micheluzzi tra letterarietà e arte grafica
“Ritratti…dal vero…”, in Attilio Micheluzzi, op. cit., p. 48.

Per Marcel Labrume, giornalista francese radiato dall’ordine e testa calda che “ha agganci dappertutto” (p. 30), questo territorio inconoscibile è il luogo ideale in cui muoversi, e in cui ritrovarsi. Infatti, quello di Marcel è un percorso di maturazione, politica e personale, che da mercenario al servizio del miglior offerente – la Gestapo, in questo caso – lo avvicina alle posizioni gaulliste e anti-nazifasciste di France Libre.

Quanto ci sia d’intenzionale e quanto di fortuito nel “ravvedimento” di Labrume non è facile saperlo, ma è certo che Carole Gibson, americana affascinante e ingenua (ma solo per finta), c’entra qualcosa. Dopotutto, come dice il proverbio, in amore e in guerra tutto è lecito, e il nostro protagonista non è uno che va troppo per il sottile. Micheluzzi stesso afferma che “Labrume èil vivente simbolo delle mie contraddizioni. L’uomo che mi attrae per la carica di seduzione un po’ perversa, per quel suo ambiguo stato di persona poco chiara, senza ideali, totalmente perduta nell’orrore del suo egoismo di creatura lucida e pensosa solo di sé. E che, beninteso, per tutti questi motivi, mi respinge… (7)

L’ambiguità non è solo pertinente al protagonista, il cui cognome significa letteralmente “la foschia”, ma anche ai personaggi che egli si trova di fronte. Ci sono francesi e inglesi con cognomi tedeschi, tedeschi con cognomi francesi, “puttane” che fanno le spie, e prigioniere di guerra che si fingono “puttane”. «Non va tutto a rovescio in questa parte di mondo?», si chiede un colonnello dell’Afrika Korps dopo aver aiutato il redivivo Labrume, ora legionario di brigata della France Libre. Marcel Labrume è dunque un fumetto complesso e nebbioso, la cui indecifrabilità contenutistica è sorretta da un’altrettanta indecifrabilità grafico-narrativa.

Micheluzzi come Proust: memorie perdute e voce narrante

Nell’introduzione Brunoro sostiene che quella di Marcel Labrume è «una narrazione nervosa, […] “a scatti”», (8) nella quale lo spazio bianco tra le vignette racchiude spesso elementi importanti per la comprensione della vicenda.

Di primo acchito questa forma di «ermetismo», per usare il termine del critico, può addirittura risultare frustrante, specie per il giovane lettore che si deve armare di pazienza e ripassare un po’ di storia del secolo scorso. La scelta stilistica di Micheluzzi è tuttavia coerente con il modello letterario a cui si rifà, la Recherche di Marcel Proust.
Se il nome del protagonista e il titolo del secondo episodio, “Alla ricerca del tempo perduto”, sono citazioni palesi, ritengo che le affinità con l’opera proustiana vadano oltre. (9) Chi non ricorda il famoso episodio della madeleine, il cui sapore permette al narratore di rivivere sensazioni passate e credute perse? La Recherche mostra vari episodi scaturiti dalla memoria involontaria, immagini che sorgono spontaneamente e se ne vanno con la stessa rapidità.

Allo stesso modo Micheluzzi mostra episodi apparentemente slegati, ma che in realtà scaturiscono gli uni dagli altri per associazione, come se i pensieri del narratore fluissero, per l’appunto, “a scatti”. E nonostante spesso ci siano riferimenti al giorno e all’ora precisa, gli eventi si susseguono senza preavviso, lasciando il lettore quasi spaesato.

Motore portante di questo tipo di narrazione è anche, similmente al modello proustiano, l’adozione della prima persona singolare. A questo punto, tuttavia, lo stile narrativo di Micheluzzi si fa più complesso. La voce che dice “io”, infatti, è alternativamente narratore onnisciente interno alla storia (Marcel) e narratore onnisciente anonimo, colui al quale Marcel ha raccontato la storia – il sottotitolo del secondo episodio recita, per l’appunto, «così come me l’ha raccontata». Ma il cortocircuito meta-narrativo non finisce qui, poiché la voce narrante nelle didascalie e i pensieri di Marcel nei baloon sono in costante rapporto dialogico.

Voce narrante: 7 settembre. Era cominciato il blitz di Londra… ma chi lo sapeva quella sera?

Marcel: Beh, chi se ne frega… adesso tocca a loro, e fra un mese quel signore con i baffetti passeggerà a Piccadilly Circus (p. 22).

Questo esempio, uno dei tanti che si potrebbero citare, mostra bene come Micheluzzi tenga insieme due linee temporali distinte, quella di Marcel-narratore che sa come si sono svolte le cose e le anticipa nelle didascalie, e quella di Marcel-personaggio che le vive in presa diretta, quasi in un flashback. Ma, a rileggere il passaggio, ci si accorge che Marcel-personaggio risponde a Marcel-narratore, facendo collassare le linee temporali una sull’altra. Le finezze narrative non si fermano, tuttavia, qui.

Voce narrante: Se non sei obiettivo, sei un cattivo cronista. Questo mi son sempre detto. Ma ora Labrume sta diventando crudele e io detesto la crudeltà. Io non posso essere obiettivo. Io detesto quest’uomo…

Marcel: Sono l’altra immagine di te stesso. Ma non l’hai capito ancora?

Voce narrante: Sei un cane, Labrume… Io sono la tua buona coscienza…

Marcel: Schifo… mi fai solo schifo… (p. 86)

Dunque il narratore, quello che giunto quasi alla conclusione del secondo libro dice: «Non c’è nessun secondo fine nelle cose che racconta [Labrume]. Io gli credo. / Ma credergli non significa sempre capirlo […]», non può essere Labrume. Oppure sì? Forse Labrume ha una personalità doppia. Forse il narratore è Micheluzzi stesso che, contemporaneamente attratto e respinto dal suo personaggio, mette in guardia i lettori? Ma poi, serve davvero saperlo?

La forza artistica di Marcel Labrume risiede proprio nella sua nebulosità, in quelle contraddizioni insolubili che non ci permettono di tifare fino in fondo per il protagonista. Tuttavia, se la maestria di Micheluzzi si mostrasse solo nella narrazione testuale avremmo un ottimo sceneggiatore, ma non un fumettista. Al contrario, come ho accennato in apertura, egli è anche un profondo conoscitore dell’arte, un architetto della pagina.

Pur senza scardinarne la griglia con soluzioni estreme, le sue tavole sono movimentate, variabili, e adattano quantità, misura e forma delle vignette al contenuto grafico in esse rappresentato. Grande cura si nota anche nel montaggio e nella strutturazione interna delle vignette:

[…] sto sempre attento a non ripetere immagini simili nella stessa pagina, mai due teste in primo piano col profilo dalla stessa parte, importantissimo uno a destra e l’altro a sinistra. Mai nel caso di una strada un errore di proporzione, un primo piano che sembri sovrastato da un secondo piano. (10)

Micheluzzi architetto della narrazione (grafica e testuale)

L’ingegnosità delle soluzioni narrative (grafiche e testuali) adottate da Micheluzzi si manifesta nell’opera intera, ma una tavola in particolare mi ha colpito per la sua raffinatezza visiva, quella a pagina 44 di questa edizione.

Marcel Labrume: Micheluzzi tra letterarietà e arte grafica
Attilio Micheluzzi, Marcel Labrume, Nicola Pesce Editore, 2017, p. 44

Qui troviamo Labrume che, senza farsi vedere, deve impedire che il biplano di Carole venga manomesso. La tavola si sviluppa su tre strisce, composte rispettivamente di una, quattro e tre vignette. Ciò che colpisce, ancora prima di addentrarsi nella lettura, è l’uso di ampie campiture di nero, dal quale le figure emergono come silhouette. È questo il caso della prima vignetta, con gli immancabili aeroplani, le cui proporzioni perfette sono accentuate dalla struttura prospettica dell’hangar. Quest’intrico geometrico, unito ai bianchi e i neri pieni rende la vignetta contemporaneamente realistica e quasi astratta.

Dal campo medio-lungo della prima striscia, con una “zommata” repentina, si passa al primo piano di Labrume nella seconda vignetta, e al dettaglio del suo occhio della terza vignetta. I neri e bianchi sono ancora presenti, ma la netta linea di contorno lascia il posto al tratteggio, così che la resa del volto di Labrume assomigli a un ritratto. Rapido stacco tra la terza e la quarta vignetta: l’inquadratura rimane la stessa, dettaglio, ma l’angolazione passa da orizzontale oggettiva a orizzontale soggettiva. In pratica, il lettore si ritrova a condividere lo sguardo di Marcel, prima concentrato su scarpe che letteralmente emergono dal nero, poi accecato dalla luce della torcia (quinta vignetta).

Nella sesta vignetta, pur restando in quella che pare una soggettiva, l’inquadratura sembra farsi più ampia, a inglobare quasi l’intera struttura del biplano. Si torna nuovamente ai forti contrasti di aree visti nella prima vignetta, ma in questo caso la silhouette nera del biplano si inserisce all’interno di un fascio di linee prospettiche con cui vengono rappresentati i raggi di luce. Nuovo stacco. Primo piano semi-soggettivo alle spalle di Labrume, il quale si espone alla luce della torcia.

Con questo espediente il lettore, che già aveva condiviso la prospettiva di Labrume, si trova definitivamente dentro all’azione, proprio nel momento in cui il personaggio va incontro al pericolo. La pagina si chiude con un cliffhanger: i nostri occhi, e possibilmente quelli di Labrume, sono accecati dalla luce. Scossi da un urlo che il fumettista materializza con una grafica pervasiva, quasi a rendere l’onomatopea tridimensionale, siamo in balia degli eventi, e non possiamo che girare la pagina per scoprire il resto.

Con Marcel Labrume Micheluzzi dimostra di saper costruire una narrazione avventurosa, complessa, climatica, che trascina il lettore dentro al testo, caricando di forza emotiva gli eventi narrati.  L’autore, oltre ad avere piena padronanza delle tecniche di disegno ritrattistico e geometrico, conosce quindi approfonditamente anche quelle di taglio fotografico e di montaggio cinematografico.

Grazie a Nicola Pesce Editore è finalmente possibile rileggere questa straordinaria opera grafica in un formato che le rende giustizia e che apre in gran stile la collana dedicata a Micheluzzi. Un unico consiglio: quando avete letto l’ultima pagina, tornate alla prima e rileggete tutto. La seconda volta sarà ancora migliore della prima.

Abbiamo parlato di:
Marcel Labrume
Attilio Micheluzzi
Nicola Pesce Editore, 2017
160 pagine, cartonato, bianco e nero – 19,90 €
ISBN: 978-88-94818-21-5


Note:
  1. Luca Boschi, Irripetibili. Le grandi stagioni del fumetto italiano, Coniglio Editore, Roma 2007, p. 221. Ecco la risposta fornita dall’editore di Alter: «Marcel Labrume? Quattro puntate morbidissime. Attilio Micheluzzi? Un tipo alto, atletico, vestito di chiaro. In faccia un’espressione tesa- calma come una speranza- certezza di fascino. II suo passato? Avventuroso, ovviamente. II suo chi è? Istriano, figlio di un generale, e architetto, ha vissuto gli anni della formazione in Libia. Irredentista, ex-coloniale, tornato in Italia ha iniziato a lavorare ai fumetti cinque anni fa. Perché ha abbandonato la progettazione? Non ci incuriosisce nemmeno, visti i risultati ottimi di Marcel Labrume con cui ha inaugurato la collaborazione alla nostra rivista e visto il successo dei volumi già pubblicati con Cepim L’uomo del Tanganyka e L’uomo del Khyber. La sua giornata? Persone che lo conoscono e che contano ci hanno assicurato che si sveglia molto presto la mattina, inforca la sua bicicletta (senz’altro una Raleigh nera), se ne va su e giù per la Penisola Sorrentina, o per altri ameni percorsi, sia d’estate che d’inverno; tornato a casa si fa una salutare doccia e comincia a lavorare ininterrottamente, con brevi intervalli di frutta fresca, fino all’ora di cena. Che lo faccia per mantenersi in forma perfetta?». 

  2. Boschi, op. cit., p. 186. 

  3. Gianni Brunoro, Introduzione, in Attilio Micheluzzi, Marcel Labrume, Nicola Pesce Editore, Eboli (SA) 2017, 15. 

  4. Brunoro, op. cit., p. 7. 

  5. Fulvia Serra, L’autore / Attilio Micheluzzi. Il Perfezionista, «Alter Alter», anno 9, n. 12, 1982, p. 21. 

  6. Ibid. 

  7. Attilio Micheluzzi, a cura di V. Mollica e M. Paganelli, Editori del Grifo, Montepulciano 1986. 

  8. Brunoro, op. cit., p. 18. 

  9. Di altro avviso parrebbero i francesi, che nell’edizione del 1983 per Les Humanoïdes Associés hanno voluto prendere le distanza dall’opera proustiana, traducendo il sottotitolo in «A la recherche des guerres perdues». 

  10. Fulvia Serra, op. cit., p. 22. 

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