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Manfont Apocrypha: intervista a David Messina e Sara Pichelli

Sara Pichelli e David Messina ci parlano del loro ruolo di supervisori nel progetto Apocrypha che coinvolge Manfont, Kaiju Club e la Scuola di Comics.
Articolo aggiornato il 25/09/2017

, romano, classe 1974, lavoro nel mondo del fumetto da più di quindici anni. Dopo l’esordio con 2700, su testi di Manfredi Toraldo, lavora con Star Comics, disegnando uno speciale di Lazarus Ledd. Passa poi al mercato francese, dove realizza alcuni fumetti erotici, fino ad arrivare nel 2005 in IDW, dove lavora sulla serie del Buffy-verse Angel. Da lì inizia una fitta collaborazione con il mercato statunitense, dove realizza varie serie legate a Star Trek e True Blood. Nel 2014 realizza The Bounce, serie creator owned su testi di Joe Casey, ed è attualmente impegnato nel rilancio di Rom per IDW.

inizia la sua carriera nel mondo dell’animazione ma ben presto passa a quello del fumetto. Dopo aver iniziato alla IDW come assistente di David Messina, viene notata dalla Marvel, per la quale inizia a realizzare vari numeri di testate come Runaways, NYX, Namora, fino ad arrivare alla consacrazione come superstar del  fumetto USA su Ultimate Comics: Spider-man, nel quale è co-creatrice insieme a Brian Micheal Bendis di Miles Morales, l’amatissimo Spider-man di colore del defunto Universo Ultimate.

Manfont Apocrypha: intervista a David Messina e Sara PichelliCiao David. Da dove è nata la volontà di coinvolgere studenti della scuola comics nel progetto Apocrypha?
Di questo me ne prendo tutta la colpa! L’idea è nata durante il master dello scorso anno. Ho cominciato ad essere coinvolto nel corso ad anno iniziato ed ad un certo punto, parlando con Giorgia Caterini, la direttrice didattica della scuola, è nata l’esigenza di finalizzare il lavoro degli studenti in un volume che li mettesse alla prova con personaggi preesistenti, ma che allo stesso tempo desse loro la possibilità di creare qualcosa di personale all’interno delle storie che andavano a realizzare. Quella dell’importanza della visione dell’artista all’interno di un’opera (senza che questo comporti uno stravolgimento del personaggio e dell’universo narrativo) è una questione che mi sta molto a cuore e che cerco da sempre di comunicare ai miei allievi. Essere rispettosi dei canoni  e degli stilemi dell’universo narrativo che si va a raccontare ma senza perdere la propria identità. Volendo realizzare anche un albo che avesse un valore effettivo sul mercato e che non fosse un semplice esercizio di stile (ad esempio, fare le tavole di prova di Dylan Dog o di Spider-Man) ho pensato di utilizzare l’universo di Arcana Mater, creato da Manfredi e me e che di recente era stato reso un universo open source, come banco di prova effettivo per i ragazzi.

David, tu e gli altri membri del avete lavorato sul design dei personaggi e delle ambientazioni del primo volume di Yamazaki – 18 Years. Cosa vuol dire vedere le proprie “creature” e il proprio universo interpretati secondo uno stile e un gusto diversi dal tuo?


Questa è una cosa che mi piace tantissimo! Credo che tutto sia nato dall’esperienza che ho avuto con Joe Casey su Bounce (Image). Il piacere (e la fatica) di lavorare ad un progetto personale e l’emozione di vederlo poi interpretato in una serie di splendidi omaggi e copertine variant da parte di autori e straordinari artisti come Marco Checchetto, Giacomo Bevilacqua, Carmine Di Giandomenico mi ha spinto non solo a cercare di fare almeno un progetto personale all’anno, ma anche di coinvolgere, quando possibile, altre persone. Vedere i miei studenti alle prese con i personaggi creati da me, prendersene cura con quell’attenzione che solo chi muove i primi passi (e non ha ancora quella disinvoltura tipica del professionista navigato) può avere, è stato per me divertente e tenero allo stesso tempo.
Immagino che lo stesso sia stato per I miei colleghi gentlemen, che mi hanno coinvolto in questa avventura tre anni fa e che non immaginavano davvero la piega che avrebbe preso quello che per noi è ancora soprattutto un gioco e uno svago dal lavoro “ufficiale”!

Adesso una domanda per  Sara. Come sei entrata a far parte del team di supervisori del progetto Apocrypha?
Da tre anni sono curatrice e insegnante al master della  .  Il master nasce per fornire ai ragazzi un’esperienza nel mondo del professionismo fumettistico, e immergerli totalmente in tutte le fasi di produzione, dalla scrittura alla distribuzione. Apocrypha è il risultato di tanto lavoro di progettazione, e la collaborazione con la Manfont ha reso possibile il battesimo di fuoco dei nostri giovani studenti, che finalmente hanno potuto fare il fatidico salto nel mondo del lavoro. Sono molto emozionata per loro.

Manfont Apocrypha: intervista a David Messina e Sara PichelliSara, tu non sei direttamente collegata né all’universo di Yamazaki né a quello di 2700. Si è dunque trattato di una doppia sfida per te, ovvero entrare all’interno di un universo per la prima volta e guidare altri con te.
E ti dirò di più, non sono nemmeno una fan del genere fantasy, ma come si dice? La professionalità prima di tutto! Gli incontri con Diego Cajelli e Manfredi Toraldo mi hanno aiutato molto ad entrare pienamente  nel genere e nelle storie scritte dai ragazzi, così che potessi coglierne l’essenza e restituirla a pieno ai ragazzi e indirizzarli al meglio. In fondo, nonostante fossi inizialmente scollegata da entrambi gli universi, si parla sempre di raccontare storie, che è quello che so fare e che voglio trasmettere agli altri.  È stato un percorso complesso, faticoso ma pieno di grandi soddisfazioni. Ho visto letteralmente sbocciare sotto i miei occhi questi ragazzi.

Secondo quali criteri sono stati scelti gli studenti e come si è svolto il tuo lavoro di supervisore? Hai incontrato dei problemi nella gestione di un gruppo di giovani disegnatori in fase di formazione?
S: Dopo una iniziale fase intensiva in cui abbiamo davvero  spezzato la schiena ai ragazzi, facendogli fare e rifare le cose e tirandoli al massimo, abbiamo iniziato la selezione.  Per il fantasy si sono scelti i soggetti che possedessero uno stile più ricco di dettagli e con un certo tipo di gusto nel design. Per la prima volta gli studenti si trovavano a dover tenere sotto controllo molti aspetti contemporaneamente (anatomia, prospettiva, narrazione, composizione, aderenza ai modelli, design, etc…) e il più spaventoso chiaramente era la scadenza, che stavolta era reale, non un semplice compito di scuola. Proprio per questo motivo il mio approccio, come quello di David, è stato più vicino a quello che ha un editor americano che un insegnante. Guardandomi indietro mi rendo conto di essere stata molto dura, ma dovevo trascinarli fuori dalla loro comfort zone scolastica. E vedendo il risultato direi che la missione è stata compiuta.
D: Gli studenti che avevamo a disposizione erano tra quelli che avevano ricevuto i voti più alti nei precedenti anni di corso alla Scuola Internazionale Di Comics, ed il problema iniziale è stato quello di capire quale fosse la predisposizione dei ragazzi rispetto ad un progetto come Yamazaky 18yearsApocrypha o 2700 Apocrypha (l’altro volume realizzato quest’anno) in modo tale da metterli nella condizione di dare il meglio e di sentirsi quanto più possibile a loro agio. Il problema principale però è stato quello di prepararli alla pressione lavorativa senza che calassero di qualità o che dessero di matto! La grande differenza rispetto agli altri anni scolastici è che questo master non è un corso scolastico ma un vero proprio laboratorio finalizzato alla produzione, stampa, distribuzione e promozione di un volume. Certi atteggiamenti, come stancarsi di lavorare su una storia perché magari dopo sette pagine ti viene a noia o tirar via le cose perché tanto al peggio ti abbassano il voto, non sono ammissibili. A volte, anche gli allievi più bravi e talentuosi,  su storie di 22 o 25 pagine, su sceneggiatura, con un supervisore esigente (ed anche un po’ stronzo, lo ammetto) che fa loro fare e rifare tavole al fine di trovare la soluzione migliore, cedono. E quando dico cedono, intendo che la qualità del loro lavoro si abbassa o hanno reazioni nervose: la pressione, per quanto nulla rispetto a quella a cui è abituato un professionista,  è comunque tanta per uno studente.
Le cose sono più semplici quando quello che fai resta tra gli insegnanti, i tuoi compagni, al massimo i tuoi amici di FB, ma quando devi affrontare il mondo là fuori tutto cambia e saper disegnare,  essere bravi è solo l’inizio.

Manfont Apocrypha: intervista a David Messina e Sara PichelliCome siete riusciti ad armonizzare stili di disegno diversi senza che la narrazione ne risentisse?
D: Semplice: non lo abbiamo fatto! La fortuna e la forza di un universo come quello di Yamazaky è la vastità di possibilità che offre. E’ un multiverso, basato sulla cultura POP, citazionistico (o post moderno se preferisci) dove tutti hanno un loro posto ed un loro senso di esistere: alieni, versioni femminili di eroi della prima guerra mondiale, Lovecraft, Calvin & Hobbes in salsa action, kaiju, luchadores, tokusatsu e quant’altro! Questo permetteva ai ragazzi di mantenere il loro stile, di essere coerenti al multiverso da noi creato e restare sé stessi, a patto di dare il massimo e di fare meglio di quanto avessero mai fatto finora.
S: Con tante botte! Scherzo ovviamente. L’equilibrio stilistico è la cosa più difficile da mantenere. Quello che ho potuto fare è stato ricordare costantemente ai ragazzi quale fosse l’idea finale delle loro rispettive storie, cosi che non la perdessero di vista durante la foga del processo creativo. Avere sempre chiaro qual è l’intenzione ultima della storia che si racconta è fondamentale per mantenere intatta l’energia del volume.

Oggigiorno in molti sognano di diventare fumettisti. Che cosa dovrebbe dimostrare un autore esordiente per emergere dal gruppo, dai numerosi altri disegnatori che vengono formati ogni anno nelle scuole di fumetto?
S: Passione e impegno. Suonano banali, lo so, ma sta tutto lì. Se ti impegni (e per impegno intendo anche dodici ore al tavolo da lavoro) senza passione non duri a lungo. Senza impegno non sai rialzarti dalle batoste lavorative e dalle delusioni. Il nostro è davvero un lavoro bellissimo, ma è un amante esigente dal quale non ti separi mai!
D: So di ripetermi, ma quello che per me è importante è avere una visione. Questa può essere nel disegno stesso e nelle sue forme (penso ad un Mignola per esempio) o nella narrazione e nel modo in cui il disegno si piega a questa visione (Frank Quitely per dirne uno) o nel design e la ricerca estetica (Katsuya Terada), l’importante però è averla. Che ogni volta che un ragazzo si trovi a disegnare una storia, sia questa un horror, o supereroistica, o fantascienza si senta la sua personalità, la sua visione della storia, dei personaggi, del mondo stesso (reale o inventato che sia). Pensare che essere bravi, che saper disegnare bene o imitare alla perfezione lo stile di un autore famoso sia sufficiente è sbagliato e fuorviante: senza una visione quello che fai è mera esecuzione.

Manfont Apocrypha: intervista a David Messina e Sara Pichelli

Quale è l’aspetto realmente innovativo di un progetto come Apocrypha?
D:
Credo che sia la prima volta che una scuola metta i propri allievi al lavoro su un volume con una sua progettualità, con il coinvolgimento di autori professionisti come cover artist o nel volume stesso, investendo un anno intero nella sua realizzazione. Un volume che non si limita alla vendita da parte della struttura della scuola in occasione di fiere o quant’altro ma che invece viene stampato con una attenta ricerca della qualità, promosso in occasione di quella che è la più importante fiera del fumetto in Europa e alla fine distribuito in fumetterie e librerie (e quindi destinato a perdurare sugli scaffali). Il progetto Apocrypha ed il Master mettono i ragazzi di fronte a tanti aspetti del mondo del fumetto professionale, aspetti che vanno dalla interpretazione dei personaggi, ai laboratori creativi con i curatori del progetto (per Yamazaky si trattò di un workshop con Diego Cajelli), agli incontri con gli editor, alla promozione dell’albo, fino all’incontro con i lettori in ambiti fieristici ma anche nei comic shop.
Non so se si può definire tutto questo “innovativo” ma sicuramente lo si può definire valido e, secondo me, aiuterà a formare una generazione di autori più  professionali, più abituati a pensare con la loro testa e preparati ad affrontare il reale mondo del fumetto e, perché no, a cambiarlo sempre in meglio.
S: Una scuola che ti segue nel tuo primo esordio in un volume totalmente inedito distribuito da una casa editrice indipendente in espansione da anni sul mercato, esordio che è anche collegato a due universi già editorialmente esistenti?! Debutto fumettistico che avviene a una delle fiere più importanti al mondo? No dico, e me lo chiedi pure? (Ride)

Grazie mille a tutti e due per il vostro tempo e a presto!

Intervista realizzata via mail tra fine ottobre ed inizio novembre 2016

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