Manchette e Tardi: una collaborazione tra periferia e centro (prima parte)

Manchette e Tardi: una collaborazione tra periferia e centro (prima parte)
Le storie di Jean-Patrick Manchette e Jacques Tardi mostrano uno sguardo penetrante sul ruolo della periferia e il suo confronto/contrasto con il centro, assumendo un punto di vista ancora oggi attuale.

La collaborazione tra e è quella tra due maestri nei rispettivi ambiti e non poteva per questo motivo essere infruttuosa. Tuttavia, non solo non è stata tale, ma ha prodotto quattro racconti a fumetti di grandissima qualità, ricchi oggi come allora di riflessioni.
Al netto di tutto quello che si potrebbe scrivere a riguardo (e di cosa è già stato scritto), ho scelto di concentrarmi su un aspetto in particolare, ben evidente in tutte create dai due autori (Griffu concretamente in coppia mentre Piccolo Blues, Posizione di tiro e Pazza da uccidere adattate da Tardi dai testi di Manchette prematuramente scomparso) contenute nella nuova edizione integrale pubblicata da Oblomov con la traduzione di Stefano Andrea Cresti: il confronto/contrasto tra centro e periferia, con tutti i portati spaziali e sociali che si sviluppano di conseguenza.

Il tema del confronto/contrasto tra centro e periferia è uno dei più discussi della seconda metà del Novecento, sia a livello accademico e culturale, ma anche a livello politico. Se dagli anni duemila in avanti sembra attuarsi una sorta di rivalutazione della periferia, tanto da aver spesso mutato in nome nel dibattito pubblico in “provincia” (vedere in merito, riguardo al contesto italiano, il bel saggio di Paolo Manfredi Provincia non periferia. Innovare le diversità italiane), in realtà questo contrasto/confronto sembra acutizzarsi in diverse realtà lontane dalle rappresentazioni più visibili realizzate da fumetti, cinema, video musicali e altri canali mediatici (si vedano per esempio alcuni fumetti italiani degli ultimi anni particolarmente significativi in questo senso qui, qui, qui e qui)

Partendo da Griffu si nota come, al netto di una trama, di un taglio narrativo e di una caratterizzazione dei personaggi che guarda ai grandi maestri del noir e dell’hard boiled come Hammett e Chandler, presenti un sottotesto legato al confronto/contrasto tra centro e periferia, sebbene la maggior parte della storia si svolga pressoché in interni, dove Manchette e Tardi gettano i primi semi di un discorso che si svilupperà compiutamente in seguito. Si parla di appalti di aree abitative, di zone cittadine da conquistare e spartirsi, di cantieri e costruzioni: il territorio, nel senso più ampio del termine, è sì sfondo delle vicende ma ne è anche il motore narrativo, nonostante gli autori decidano consapevolmente di dare più spazio alle caratteristiche “letterarie” e alle emotività viscerale evocata dalle vicende.

Non è un caso, quindi, se la prima vignetta presenta subito il soffocante ambiente dove si svolgerà la storia, Parigi, richiamando in didascalia la voce narrante del protagonista che in poche frasi racconta di demolizioni di baracche e progressiva gentrificazione. Parigi, il centro per eccellenza, un po’ come ogni altra capitale, è una delle ambientazioni preferite da Manchette, rappresentata subito da Tardi come labirinto multiforme difficile da raggiungere ma allo stesso tempo in cui è possibile nascondersi e perdersi, fattori che la rendono un tema ricorrente nelle tre storie raccolte in questo volume. Un altro di questi viene introdotto alle pagine 23, 24 e 25, dove Griffu si muove in un palazzo fatiscente, pronto per essere buttato giù se solo si convincessero gli inquilini a traslocare.

Ciò che è interessante notare è come la bruttura e la decadenza architettonica dell’edificio si riflettano sui suoi inquilini, diventando deformazione morfologica e decadimento morale, conditi da un eccesso di ingenuità. I due autori sembrano quindi dire al lettore: “stai attento, chi abita è anche abitato”, facendolo riflettere sul carattere dello stesso protagonista, tutt’altro che gentile, compassionevole e paziente. A pagina 38 tre vignette verticali presentano la prima casa di periferia, una villa diroccata e isolata, in cui avviene una colluttazione. Griffu si trova così a dover scappare e in due impeccabili vignette a pagina 42, rispettivamente la seconda e la terza, gli autori ci mostrano la faccia autentica della provincia: la desolazione. Infatti, si vede il protagonista in due campi lunghi che prima fugge solitario tra i campi, nella cui lontananza si staglia una non meglio specificata fabbrica e nient’altro oltre a un cielo bianchissimo, e in seguito in una stazione completamente vuota, nell’attesa del treno che lo riporti a Parigi.

Su questa provincia abbandonata a sé stessa, vuota e quindi paradossalmente dispersiva, giocheranno anche le successive storie a fumetti, rendendola in qualche modo culla di malesseri, quali la solitudine, la noia e la sofferenza, che si riflettono inevitabilmente sulle persone che la popolano. Quello che è interessante della sequenza a pagina 42 è il modo in cui viene impostata: la seconda vignetta mostra un primo assaggio della desolazione, ma la successiva, che occupa la tavola orizzontalmente, potenzia il significato della precedente, ampliandolo anche graficamente e spazialmente nella pagina. La storia prosegue poi con un magistrale scontro a fuoco in un sito di demolizione, che ribadisce la metafora delle rovine morali dei personaggi: la regia di Tardi, attraverso un’accurata disposizione degli elementi all’interno delle vignette, dona un ritmo eccezionale all’intera tavola. Il finale, con il protagonista solo tra i cassonetti, è emblematico per il discorso semantico portato avanti dall’intera storia, anche attraverso la “lettura spaziale” con la quale si può cercare di approfondire quest’opera.

Piccolo Blues è subito significativo per una caratteristica che sarà condivisa poi anche da Pazza da uccidere (e in parte anche da Posizione di tiro, ma con delle sue specifiche peculiarità): la fuga da Parigi, ovvero la fuga dal centro verso la periferia. In questo fumetto più che negli altri, la città diventa compiutamente labirintica e alienante: fin dal principio, con il protagonista Georges Gerfaut che cerca di sbollire la frustrazione data dalla sua vita insoddisfacente girando a vuoto e a velocità altissima in preda ai fumi dell’alcol e alle note del jazz sulla Boulevard périphérique, anello stradale che circonda Parigi, il lettore si può rendere conto di come la città sia fondamentalmente parte di processi che annichiliscono l’individuo, economicamente, socialmente ed emotivamente.

La critica sociopolitica attuata da Tardi rimodellando il materiale originale è decisamente azzeccata, soprattutto per come cerca di rifletterla nell’atto rappresentativo. Il primo viaggio di Gerfaut lontano dal centro è quello verso una località balneare per le vacanze estive. Si tratta fin da subito di una periferia “anomala”, che assume le funzioni, i tratti e i drammi del centro per un lasso temporale limitato: prevalgono la confusione e la dispersione, l’”orrore” secondo le parole del protagonista, cosa che Tardi non manca di sottolineare attraverso la sua regia fatta o di inquadrature quasi claustrofobiche o di campi medio-lunghi ad evidenziare il caos che regna in spiaggia e in mare. Non è certamente casuale che un tentativo di omicidio nei confronti di Gerfaut vada a vuoto in una simile babele euforica, poiché la complessità spaziale della città viene inglobata da questa periferia, che diventa quindi un “nuovo centro”, almeno per la sola estate.

Il ritorno nella capitale è sì il modo, tutto intessuto nella narrazione, per liberarsi dei killer che lo inseguono, ma diventa anche concettualmente il modo per perdere sé stesso, per dimenticare la depressione e forse ritrovarsi. Tuttavia, gli assassini non mollano e il labirinto cittadino contribuisce all’ennesima fuga stradale verso la periferia di Gerfaut, stavolta tutta tesa alla velocità.

Dopo la sparatoria al distributore, il protagonista si trova in una dimensione spaziale e territoriale nuova, ma comunque periferica: monti e boschi. In questo caso, il senso di isolamento dato dall’ambiente è totale, e nonostante Gerfaut si rimetta lentamente dalle ferite subite e trovi in qualche modo un po’ di pace, Tardi non ce lo presenta come un luogo accogliente. Monti e boschi sono località aspre, insidiose da raggiungere, popolate da (pochi) individui burberi; in particolare, i boschi sono svuotati di tutta l’aura mistica legata a una certa tradizione europea. Il bosco viene compiutamente risemantizzato: nessun attacco da parte di orsi o lupi, nessuna bacca o frutto da poter mangiare, nessun corso d’acqua nel quale abbeverarsi. Diventa così un luogo in cui è solo possibile morire, in special modo di inedia, perdendo tutti i tratti di protezione che comunemente gli venivano attribuiti in passato. Il bosco non è più il simbolo dell’armonia della natura, o della ricerca della comunione con essa da parte dell’uomo, ma si trasforma in puro terreno di caccia, allegoria della vita socioeconomica del presente. Infatti, è proprio qua che si verifica lo scontro a fuoco tra il protagonista e uno dei killer assoldati per ucciderlo, in una ritmatissima tavola (pagina 121) magistrale nella costruzione, dall’inserimento di una vignetta semicircolare a rappresentare l’apparizione dell’assassino alla gestione del fuori campo, passando per una violenza grafica che non si dimentica del sangue.

L’ultimo ritorno di Gerfaut a Parigi è quello definitivo, necessario per chiudere i conti, anche se nuovamente in una villa isolata, disegnata solo una volta interamente dall’esterno, mentre la scelta del layout privilegia gli interni angusti nonostante non siano realmente visibili, ma solo suggeriti dalla struttura delle vignette e da come i soggetti vengono rappresentati al loro interno. La conclusione della storia, speculare al suo principio, è la chiusura di un cerchio, non solo narrativo ma filosofico e concettuale: il male interiore del protagonista non è passato, la sua gabbia esistenziale rimane chiusa e il girare in tondo, come sull’anello della Boulevard périphérique, senza risolvere alcunché è la perfetta metafora della sua vita, e forse anche della nostra.

Si conclude così l’analisi delle prime due storie a fumetti. Prossimamente la seconda parte concentrata sulle ultime due.

Abbiamo parlato di:
Manchette-Tardi L’integrale: Griffu-Piccolo blues-Posizione di tiro-Pazza da uccidere
,
Traduzione di Stefano Andrea Cresti
, 2021
360 pagine, cartonato, bianco e nero – 40,00€
ISBN: 9788831459198

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