
Non che raccolte simili oggi manchino, intendiamoci (tanto per capirci, poggiate qui dove sto scrivendo ora ne ho altre due, che verranno lette dopo questa), ma nell’era della stampa digitale a pochi soldi, dei giovani artisti nati con un computer o una tavoletta grafica in mano, del virtuosismo grafico e degli esteti dell’immagine capaci di creare prodotti graficamente ineccepibili, ricchi di colori fluo, effetti speciali e trucchi estetici, biografie decorate, adesivi, spillette, introduzioni, note a margine, illustrazioni omaggio da parte di amici e via dicendo, tutte cose bellissime ma spesso loro malgrado troppo simili le une alle altre, un lavoro come Malmessi – sobrio, privo un po di tutto, dall’aria artigianale, in un pallido bianco e nero – riesce paradossalmente a distinguersi nel mucchio.
E sebbene questa distinzione dovrebbe essere un difetto – e in parte lo è – almeno nel mio caso, e in quello dei potenziali lettori che condividono con me l’età, a fare la differenza subentra un piacevole effetto nostalgia che – attenzione! – non fa sembrare bello un prodotto brutto solo perché assomiglia alle cretinate che leggevamo vent’anni fa, ma invece ci fa riconoscere come valori aggiunti, come elementi piacevoli, quegli approcci che un lettore più moderno bollerebbe come ingenuità o brutture.
Perché Malmessi è un volume che vuole e sa raccontare, si sforza di farlo nella maniera più semplice possibile, e nonostante i suoi problemi dati forse dalla poca esperienza degli autori coinvolti, convince. Mentre le raccolte di cui parlavo sopra, quelle tutte colorate e fascinose, spesso da dire hanno poco, e quando si arriva al cuore del loro racconto – spazzando via effetti grafici a volte così esibiti da rischiare l’effetto opposto, di essere fastidiosi come un nugolo di moscerini – ecco che si possono trovare contenuti scarsi, banali, o il nulla.

Malmessi è il racconto dei giovani Seba e Nadia, entrambi immersi in una vita fatta di errori, pigrizie, mancanze di decisioni e di obiettivi, basata spesso su un deleterio lasciarsi andare, lasciar scorrere. Purtroppo però – o per fortuna – giunge a rompere questa routine la morte di una persona importante per entrambi, evento che provocherà una perdita di equilibri dalle lunghissime ripercussioni.
Seba si trova dunque costretto a prendere seriamente una professione che non lo ha mai impegnato più di tanto, quella di barista, nella quale si è ritrovato suo malgrado, e deve decidere se e come organizzare la sua vita e il suo futuro, per di più oppresso dal senso di colpa nei confronti dell’amico morto e della famiglia di lui che ora sopravvive grazie ai suoi sforzi.
Nadia finisce per trovarsi in bilico tra un invitante abisso fatto di droghe e sesso occasionale, grazie al quale sfuggire a dei genitori opprimenti e ciechi, e una possibilità definitiva di riscatto. Il tutto mentre intorno a loro si snodano le avventure di numerosi comprimari, buoni o cattivi, alcuni molto importanti e altri con un ruolo marginale. In tutto questo, si innestano e si sviluppano temi vari come la famiglia, il lavoro, l’amore, la passione, l’amicizia, e molti altri ancora. E non manca un “cattivo” che rischia di mandare all’aria ogni cosa.
La storia è stata scritta da Paolo Ferrante, J. Moacir Pavanati, Lucio Ruvidotti ed Elisa Vignati, che per il bel lavoro svolto meritano tutti una citazione. Numerosi elementi rendono infatti il loro fumetto degno di nota. Prima di tutto la coerenza narrativa, che non risulta affatto inficiata dal lavoro di ben 4 scrittori. Poi il lavoro fatto sui personaggi, e il tempo speso a mostrarne le psicologie e il percorso. Buono anche l’approccio alle varie materie narrate, nelle quali risultano assenti il didascalismo e il pietismo. Anzi, va detto che nel racconto appaiono numerosi elementi moralmente ambigui davvero interessanti: alcuni personaggi non sono affatto eroi, mentre altri senza saperlo sono vittime di inganni che non riescono mai a scoprire.
Bello l’uso dei dialoghi, realistici quanto basta per sembrare colloquiali, e molto adatti al tipo di ambientazione utilizzata. Mancano del tutto le didascalie narrative, e non se ne sente affatto la mancanza; nonostante la complessità di eventi e comparse ogni cosa viene spiegata con sufficiente perizia. Al lettore nulla è nascosto, ed è proprio il desiderio di scoprire come si evolveranno le vicende ciò che spinge a continuare la lettura, proprio come se si fosse testimoni delle vite di alcuni amici.

Infatti, a prescindere dal maggiore o minore spunto (auto)biografico, si percepisce nelle pagine di Malmessi una sincerità che pare nascere proprio da un reale vissuto. Gli autori raccontano ciò che conoscono, evitando facili morali o messaggi, e in questo vincono, portando a compimento una delle principali regole della buona narrativa.
Gli autori inoltre scelgono di fuggire anche dai finali facili o consolatori, e non attirano il proprio pubblico con trucchi o con eccessiva accondiscendenza. Le vite raccontate, proprio perché molto simili a quelle vere, non hanno mai dei netti lieti fine, percorsi lineari o traguardi che magicamente sistemano tutto. Ciò che viene offerto è dunque uno dei tanti passaggi che di tanto in tanto mutano le esistenze di ciascuno di noi; in parte voluti ma molto spesso no, capaci di aggiustare ciò che è rotto, rimettere in moto ciò che era fermo, mutare ciò che era statico… oppure tutto il contrario.
A voler essere capziosi verrebbe da chiedersi come mai nel titolo si dia tanta importanza a un personaggio che in definitiva ha pochissimo spazio all’interno della trama, e neppure in modo risolutivo, ma per il resto non c’è davvero nulla di cui lamentarsi.
Riguardo i disegni non si possono nascondere (molti) alti e (pochi) bassi. I 14 autori coinvolti fanno ciò che possono sfruttando al meglio le armi a loro disposizione, ma è chiaro a qualsiasi lettore che non tutti hanno personalità e capacità pienamente sviluppate. A rendere peggiori le cose abbiamo il fatto che gli stili dei 14 sono tra i più diversi, passando da un realistico puro fino a deviazioni più o meno grottesche. Sarebbe forse stato utile suddividerli in modo più coerente, lasciando ognuno di loro a occuparsi sempre e solo di scene in cui comparissero alcuni personaggi o ambientazioni nelle loro corde. Ma è chiaro che la storia non sempre lo permetteva, e si è cercato di risolvere l’impasse nel modo più semplice possibile.
Avrebbe giovato forse dare a ciascuno di essi dei model sheet da seguire, dato che in alcuni casi risulta molto difficile per il lettore riconoscere a pagina 10 i personaggi che aveva seguito fino a pagina 9; in alcuni punti essi risultano davvero irriconoscibili, persone del tutto diverse. Questo non fa bene alla trama, rende più faticosa la fruizione, e in generale mette a rischio progetti corali come Malmessi. In certi casi, ahimé, bisognerebbe rendersi conto che sebbene tutti vogliano partecipare, non sempre la cosa può essere possibile, e che nell’interesse del prodotto finale e dei fumettisti coinvolti sarebbe meglio garantire per prima cosa la coerenza. Magari farne due di progetti, e dividere gli autori per affinità.

Al contrario invece risulta poco azzeccata la scelta di un epilogo muto e affidato a J. Moacir Pavanati, valido sceneggiatore ma forse meno a suo agio nel ruolo di disegnatore, che affronta con coraggio montaggi grafici troppo ambiziosi senza tuttavia saperli ben gestire, col risultato di far perdere leggibilità a quelle pagine sempre così difficili e delicate da affrontare che servono a chiudere una storia. Doversi trovare a ripercorrerle più volte cercando di decifrarne i contenuti non è la migliore delle chiuse per un bel fumetto come questo.
Malmessi si presenta dunque come un fumetto graficamente altalenante ma tenuto insieme alla perfezione da una storia valida, solida, umana, che funge da collante e spinge alla lettura. Un progetto forse poco conosciuto, che rischia di passare inosservato di fronte alle tante antologie psichedeliche in giro oggi, ma che non fatica affatto a dimostrarsi degno pari di altri progetti collettivi, sorpassandone molti a livello di contenuti.
In definitiva, una piacevole sorpresa.
Abbiamo parlato di:
Malmessi – Agnese non partire
AA.VV
Associazione culturale Cargo, 2017
163 pagine, brossura, bianco e nero – 12,00 €








