L’uomo del Tanganyka: una storia di Attilio Micheluzzi nel segno dell’avventura

L’uomo del Tanganyka: una storia di Attilio Micheluzzi nel segno dell’avventura
Ancora la Grande guerra, stavolta sul fronte africano, a fare da sfondo a un’avventura che si muove tra mare, cielo e terra.

COVER L'uomo del TanganykaL’uomo del Tanganyka è il settimo volume della collana di volta alla riscoperta di uno dei più grandi autori del fumetto italiano, . L’opera, originariamente pubblicata nel 1978 da Edizioni Cenim (oggi Editore), era parte di una raccolta dedicata alle guerre coloniali dal titolo Un uomo un’avventura. Sempre per questa collana Micheluzzi ha scritto e disegnato L’uomo del Khyber (anche questo di prossima pubblicazione NPE), le cui vicende si svolgono tra India e Pakistan.

Come emerso da un’intervista del 2010, citata da Riccardo Stracuzzi nella prefazione, il tema coloniale della raccolta si deve al tentativo di compiacere che ne era un grande appassionato.
Ne L’uomo del Tanganyka si fatica dunque a rintracciare gli elementi caratteristici della Prima guerra mondiale e, data l’ambientazione esotica, sembra piuttosto di trovarsi in un romanzo di Joseph Conrad. Perché l’Africa non si limita a fare da cornice ma è assoluta protagonista della storia e delle tavole di Micheluzzi. Succede così che le maggiori insidie non siano date dall’artiglieria nemica (che anzi si distingue per correttezza) quanto piuttosto da una natura ostile che in coccodrilli e persino fenicotteri rammenta al protagonista, l’ingegnere minerario Ian Fermanagh, l’esistenza di pericoli ben peggiori di quelli tedeschi, nascosti nelle quattrocento miglia quadrate di paludi, canali e foreste del Tanganyka (oggi Tanzania).

La storia racconta dell’americano di origini irlandesi Ian Fermanagh che, devoto a sua maestà britannica, arriva in Africa a bordo di una carboniera portando con sé un idroplano (un Curtis A-1). La sua missione è rintracciare, sorvolando l’impervia zona del Delta del Rufigi, il nascondiglio dell’incrociatore tedesco Königsberg. Questo, infatti, con le sue rappresaglie mordi e fuggi, è causa di notti insonni per il comando della marina britannica che fino al suo arrivo non disponeva di aerei per localizzarlo.

Quella per il mondo dell’aviazione è una passione che Micheluzzi ha ereditato dal padre, comandante di squadriglia della Regia Aereonautica, e si palesa in buona parte della sua produzione. Già un anno prima dell’uscita de L’uomo del Tanganyka, Micheluzzi aveva iniziato la pubblicazione, per e successivamente proseguita su Alter Alter, di Petra Chérie una serie con protagonista un’aviatrice polacca. Ambientate prevalentemente nelle Fiandre, le avventure di Petra si dipanano in un clima ben più rigido di quello in cui si muove Fermanagh, arrivando persino a toccare le montagne innevate del Montenegro. Ciò che non cambia è invece l’attenzione riposta da Micheluzzi nel tratteggiare i suoi personaggi come eroi virtuosi, esempi di onestà e coraggio e capaci di riconoscere persino nel nemico l’onore dei combattenti. E quando il capitano della Köningsberg parla di questa come “l’ultima guerra tra gentiluomini” si ha l’impressione di un conflitto diverso da quello violento e sanguinoso combattuto nelle trincee e raccontato dai libri di Storia. Ma la verità storica interessa Micheluzzi allorché non è a discapito dello spirito avventuroso che è cardine irrinunciabile della sua produzione.

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Tra i principali esponenti della “linea chiara” del fumetto mondiale, Micheluzzi si è sempre distinto per un tratto chiaro e limpido esaltato da un bianco e nero che sfocia persino nell’astratto per risultare più espressivo, senza mai tradire il realismo nella messa in scena. L’uomo del Tanganyka segna uno strappo permettendo di apprezzare anche il sapiente uso che Micheluzzi riesce a fare del colore. Perché se i giochi di luce e ombre sono dati dal pennino mediante l’uso del tratteggio e dei netti chiari/scuri, con i pastelli Micheluzzi restituisce il caldo opprimente dell’Africa. Le sue tavole sono dominate dai toni del celeste, quello del cielo sgombro di nuvole, ma anche del mare. Mentre i tocchi di colore vivo sono appannaggio di vestiti e turbanti delle popolazioni autoctone. I volti dei personaggi sono una ragnatela di tratteggi e macchie di colore che danno l’impressione di una pelle ustionata dal sole.

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Ci si ritrova così per le mani un’opera che, se sfogliata distrattamente, non sembra narrare gesta di guerra. Questo se si esclude il ricorso frequente alle onomatopee che diventano, nei momenti più concitati, assolute protagoniste delle tavole. Ma Micheluzzi è anche maestro nella gestione delle inquadrature, spesso oblique così da sfruttare delle vignette la diagonale. E non è un caso che nella sua griglia queste abbiano uno sviluppo prevalentemente orizzontale, così da rendere le vedute del continente nero assai più panoramiche e immersive.
Peculiare anche l’utilizzo delle didascalie di testa, di cui l’autore si serve per comunicare con il suo protagonista, in forma spesso ironica, esortandolo nei momenti di difficoltà e ricevendone persino risposta.

E, nonostante sia la Prima guerra mondiale lo scenario in cui si muovono i protagonisti di questa storia, è impossibile non sentire echi del cinema di spionaggio e ritrovare nel colto e raffinato Fermanagh lo spirito di un certo agente segreto di fleminghiana memoria. Siamo dunque lontani dagli antieroi rassegnati e sconfitti del capolavoro di Monicelli La Grande Guerra.
Si può, però, raccontare una guerra anche sfuggendone gli orrori, si può sognare di soldati coraggiosi e imprese eroiche. Ne avevamo bisogno allora, e ne abbiamo bisogno oggi. Forse anche più di allora.

Abbiamo parlato di:
L’uomo del Tanganyka

Edizioni NPE, 2022
56 pagine, cartonato, colori – 16,90€
ISBN: 9788836270750

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