Emanuele Virz\u00ec<\/strong> supervisionati e curati in parte dallo stesso Zanchi.<\/p>\n
Per introdurre La Paperiliade<\/strong><\/em>, di Roberto Gagnor<\/strong> e Alessandro Perina<\/strong> (nn. 3473-3474), c\u2019\u00e8 poco da dire: come il titolo stesso suggerisce si tratta della parodia dell\u2019Iliade<\/em> di Omero<\/strong>, dopo che lo stesso sceneggiatore aveva realizzato la versione disneyana dell\u2019Odissea<\/em> qualche anno fa.
Rispetto al percorso intrapreso negli ultimi anni con queste operazioni, che erano pi\u00f9 simili ad adattamenti dell\u2019opera originale che a parodie come accadeva in passato, Gagnor sembra invece scegliere una via smaccatamente parodistica, infarcendo le pagine di battute, gag volutamente anacronistiche e satira \u2013 forse un po\u2019 superficiale \u2013 su alcuni tormentoni da social e altre consuetudini dell\u2019attualit\u00e0. Ho sorriso in un paio di momenti, ma per il resto mi sono ritrovato presto un po\u2019 stufo da quel bersagliamento di riferimenti e frecciatine post-moderne. <\/strong>
Il parallelismo tra i miti greci e la contemporaneit\u00e0 ha il suo perch\u00e9 \u2013 Hercules<\/em> insegna \u2013 ma in questo caso per quanto mi riguarda non ha funzionato. L\u2019attenzione smodata alle battute, poi, ha fatto s\u00ec che la trama ne risentisse risultando poco chiara e scorrevole. Il risultato \u00e8 che ho \u201cvisto\u201d poco PaperAchille e TopoEttore, nei quali percepivo un certo potenziale ma che secondo me non \u00e8 stata adeguatamente sfruttato.
Infine le ultime tavole, che tentano invece una virata riflessiva e profonda, risultano paradossalmente posticce al termine di una storia che per tutta la sua durata ha rifiutato sistematicamente di prendersi sul serio.
Alessandro Perina da par suo si difende molto bene, con tavole dettagliate e ben organizzate e personaggi ritratti in maniera impeccabile.<\/strong>
Non \u00e8 bastato questo, per\u00f2, a farmi appassionare alla vicenda.<\/p>\n
Le Giovani Marmotte in: occhio al manuale,<\/strong><\/em> di Francesco Vacca<\/strong> e Mario Ferracina<\/strong> (n. 3475) conclude la run<\/em> di Vacca sulle GM, che si \u00e8 snodata per alcune storie in due tempi pubblicate durante gli scorsi mesi. Non ho avuto parole dolci per le precedenti avventure, ma in questo caso le cose mi sono sembrate leggermente migliori che in passato.<\/strong> No, non certo per la \u201crivelazione\u201d (virgolette d\u2019obbligo) sul cattivo dietro alle minacce subite dalle Marmotte in questa serie di storie, telefonato che pi\u00f9 telefonato non si pu\u00f2, ma per l\u2019impianto narrativo che, pur essenzialmente basico e non particolarmente ispirato, riesce comunque ad offrire alcuni elementi di interesse, in primis nella caratterizzazione di alcuni personaggi come Zio Paperone, il Gran Mogol e Newton Pitagorico. Apprezzabile il rispetto per la continuity relativa al villain<\/em>, che fa riferimento ad alcune situazioni viste in una storia di diversi anni fa, e quindi non creata a prescindere come parte del progetto n\u00e9 scritta dallo stesso sceneggiatore. La citazione avviene in modo naturale e fluido e questo la rende apprezzabile.
Mi \u00e8 piaciuto il ruolo delle aspiranti Marmotte, gi\u00e0 introdotte precedentemente e qui ben gestite, mentre mi ha abbastanza deluso la spiegazione sulla misteriosa invenzione di Newton che rende illeggibile il Manuale agli estranei.<\/strong>
Molto buono il lavoro di Ferracina ai disegni: il tratto vagamente sporco non mi convince del tutto ma noto e apprezzo il lavoro che si intravede chiaramente, la cura verso le espressioni di certi personaggi e, ancora una volta, l\u2019attenzione a sfondi e ambientazioni.<\/strong><\/p>\nPapersera News presenta: Zio Paperone e il ritorno dei Wakasnort<\/strong><\/em>, di Corrado Mastantuono<\/strong> (n. 3471), \u00e8 uno dei rari casi in cui questa miniserie non mi ha detto molto. L\u2019autore reintroduce la trib\u00f9 che aveva esordito in una delle prime storie del ciclo, ma lo fa secondo me senza molta verve e senza che la cosa sia particolarmente giustificata. Apprezzo che anche in questo caso, dietro la trama in apparenza semplice e lineare, si nasconda l\u2019occasione per uno spunto riflessivo che renda Paperone pi\u00f9 tridimensionale del solito, ma stavolta il tutto mi \u00e8 sembrato apparecchiato meno bene del solito, e mi sono trovato piuttosto disinteressato alla vicenda raccontata.<\/strong> Poco male, non tutte queste avventure possono convincermi, e mi sono comunque beato dei bei disegni dell\u2019autore.<\/p>\n
I misteri di Paperopoli \u2013 Paperino, Archimede e il Nuovo Cinema Paperopol<\/strong><\/em>i, di Bruno Sarda<\/strong> e
Davide Cesarello<\/strong> (n. 3471) costituisce il terzo tassello di questa \u201cserie antologica\u201d narrata dalla citt\u00e0 e dai suoi edifici. Il progetto nel complesso continua a non convincermi affatto e ad offrire una cornice assolutamente pretestuosa per raccogliere storie che in realt\u00e0 sono normalissime autoconclusive nobilitate da un cappello un po\u2019 gratuito.<\/strong>
Concentrandomi sulla storia in s\u00e9, l\u2019ho trovata piuttosto buona come idea di base, anche per il collegamento con le vicissitudini del vero cinema della citt\u00e0 di Alex Bertani, ma per quanto riguarda lo svolgimento non ci ho trovato nessuno stimolo particolare n\u00e9 grandi motivi di attrattiva, considerando che si tratta sostanzialmente delle trovate pubblicitarie di Paperino e Archimede per attirare pubblico in sala e verso la fine di una svolta \u201cthrilling\u201d decisamente posticcia.<\/strong>
Confermo le mie ampie riserve su Davide Cesarello alle prese coi Paperi: tanto lo trovo a suo agio con Topolino & co., tanto non riesco ad apprezzarne lo stile per i personaggi in becco e piume, che trovo quasi arronzato, poco curato nei tratti somatici e nelle corporature, con vari dettagli che per me suonano fuori posto e poco riusciti.<\/strong><\/p>\n
Paperina e la voce vegetale<\/strong><\/em>, di Giorgio Salati<\/strong> e Giulia Lomurno<\/strong> (n. 3471) \u00e8 la classica breve dalla quale non ci si aspetta nulla, una riempitiva senza troppe pretese, ma che invece riesce a sorprendere positivamente.
Salati prende un\u2019idea per nulla originale \u2013 un\u2019invenzione di Archimede in grado di far parlare le piante \u2013 ma da essa riesce a costruire uno sviluppo divertente e azzeccato, nel quale risalta una Paperina in grado di mostrare le sue potenzialit\u00e0 come personaggio.<\/strong> La papera si rapporta al fiore parlante come con un\u2019amica o una confidente, la cosa viene portata all\u2019estremo con gag molto riuscite fino a quando la situazione prende una piega meno positiva. Meccanismo pi\u00f9 che rodato ma che lo sceneggiatore gestisce con perizia e con i giusti tempi comici, offrendo ai lettori uno spaccato fresco di quotidianit\u00e0 paperopolese.<\/strong>
Lomurno continua la propria crescita come disegnatrice e accompagna il testo con un tratto che si fonde perfettamente con la vicenda raccontata. Ottima la sua rappresentazione della protagonista, soprattutto nel mostrarla con diversi outfit<\/strong> (cosa per cui non mi batter\u00f2 mai abbastanza \ud83d\ude1b )<\/p>\n
Malachia e la zampata esponenziale<\/em><\/strong>, di Marco Nucci<\/strong> e Blasco Pisapia<\/strong> (n. 3471) non appartiene al ciclo di Miao! Cronache feline<\/em>, nonostante possa essere intesa come una sorta di \u201cspecial\u201d della serie dedicata al gatto di Paperino.
\u201cSpecial\u201d \u00e8 anche lo sceneggiatore, infatti, dal momento che Nucci non si era ancora cimentato con Malachia: un esordio coi fiocchi, perch\u00e9 la storia pur nella sua semplicit\u00e0 iniziale conosce un\u2019escalation narrativa davvero da applausi.<\/strong> Il ricorso spasmodico alle didascalie, uno dei marchi di fabbrica dell\u2019autore, conosce qui nuove vette ma ampiamente giustificate dal mutismo del protagonista, fungendo da interpretazione del suo pensiero, ed \u00e8 un escamotage che diventa parte integrante della comicit\u00e0 dirompente della storiella. A un inizio che tutto sommato sembra ricalcare alcune idee gi\u00e0 viste nei Miao<\/em>, con un simpatico focus sull\u2019abitudine felina di gettare a terra oggetti in bilico sulle superfici, fa seguito un\u2019evoluzione imprevedibile, roboante e gestita benissimo, che conosce poi una svolta a sorpresa efficacissima. Il tutto viene accompagnato da un Pisapia molto buono, forse alla sua miglior prova da diverso tempo<\/strong>, che consente di visualizzare in modo brillante la sceneggiatura di Nucci e tutti i suoi risvolti.<\/p>\nQui, Quo e\u2026 qua ci serve un liutaio<\/strong><\/em>, di Davide Aicardi<\/strong> e Massimo Fecchi<\/strong> (n. 3472) \u00e8 invece una storia meno semplice da valutare. Lo spunto \u00e8 interessante, viene riproposto il \u201cgiro\u201d di amicizie diversificato tra i tre nipotini con i diversi interessi e immerso in una situazione quotidiana che poteva dar vita a un simpatico slice of life<\/em> in salsa disneyana\u2026 la trama per\u00f2 non riesce mai a fare il salto decisivo e scorre allo stesso ritmo per tutto il tempo, perdendo mordente di pagina in pagina.<\/strong> Peccato perch\u00e9 le vibes<\/em> positive c\u2019erano, e anche i disegni di Fecchi, pur forse meno ispirati delle volte precedenti, apparivano adeguati nella loro semplicit\u00e0 a questo impianto narrativo.<\/p>\n
Anacleto e i giorni senza Paperino<\/strong><\/em>, di Davide Fortuna<\/strong> e Marco Mazzarello<\/strong> (n. 3474) \u00e8 un grosso no, purtroppo. E mi spiace dirlo, considerando che lo sceneggiatore \u00e8 un esordiente sulle pagine di Topolino<\/em>. Ha debuttato con Rockerduck e la bombetta prediletta<\/strong><\/em> sul numero precedente, un\u2019avventura buona ma con qualche difettuccio, che nel complesso risulta piuttosto anonima, mentre in questo caso noto proprio un appiattimento del personaggio interessato \u2013 il vicino di Paperino \u2013 che viene proposto con il solo e unico scopo nella vita di battibeccare con qualcuno e nello specifico con Donald Duck.<\/strong> \u00c8 vero che il comprimario ci \u00e8 sempre stato proposto solo cos\u00ec, ma un conto \u00e8 inquadrarlo in questo ruolo all\u2019interno di uno dei tanti confronti tra i due confinanti, un altro \u00e8 mostrarlo in un percorso \u201ca solo\u201d volto esclusivamente a realizzarsi in questa maniera. La china \u00e8 scivolosa in questo caso proprio perch\u00e9 va a denudare l\u2019assurdit\u00e0 di una figura del genere, rendendola fragile e a tratti isterica, con cui non ci si immedesima ma nemmeno la si pu\u00f2 comprendere, il tutto in una sequela di gag poco divertenti.<\/strong>
Mazzarello non aiuta, il suo tratto \u00e8 incerto e mi \u00e8 sembrato di veder svaniti i miglioramenti che avevo colto ultimamente. Con la prospettiva di vederlo sulle pagine del prossimo PK, questa osservazione non mi fa stare propriamente tranquillo\u2026<\/p>\n
Esco deluso anche dalla lettura di Paperino e il torneo del re<\/strong><\/em>, di Carlo Panaro<\/strong> e Marco Palazzi<\/strong> (n. 3472), esattamente come fu per Il sigillo di Papero Magno<\/em> di pochi mesi fa. Anche questa storia fa infatti parte del recupero del Ciclo Paperingio di Chendi\/Bottaro<\/strong>, e ancora una volta mi trovo a chiedermi come possa essere sembrata una buona idea riprendere in mano queste versioni dei personaggi Disney, se il risultato \u00e8 quello di integrarle in un iter narrativo piatto e standardizzato, senza velleit\u00e0 alcuna, con una narrazione poco ispirata e che procede col pilota automatico.<\/strong> Queste storie, uscite nel 2022, appaiono per molti versi pi\u00f9 vecchie di quelle originarie pubblicate negli anni Settanta.
Non c\u2019\u00e8 traccia della genialit\u00e0 sovversiva di quei soggetti, quindi forse tanto valeva impostarle come generiche avventure di ambientazione medievale che non avrebbero comunque brillato ma sarebbero passate inosservate, senza addossare loro il pesante fardello dell\u2019eredit\u00e0 artistica con cui fare i conti e con cui uscire inevitabilmente con le ossa rotte.
Anche i disegni del buon Palazzi, costituiti da un tratto solido e piacevole, non possono essere giudicati pienamente positivi proprio per questo confronto<\/strong>: Bottaro aveva inserito intuizioni estetiche avanti di decenni, che costituivano un buon 50% del motivo per cui ricordiamo quel ciclo ancora oggi, mentre con Il sigillo di Papero Magno<\/em> e con questa Il torneo del re<\/em> abbiamo storie disegnate bene ma senza guizzi e senza alcun elemento di particolare interesse.<\/p>\n
Lord Hatequack presenta… L’ora del terrore – Paperoga, e il lungo, lunghissimo nastro misterioso<\/strong><\/em>, di Giulio Antonio Gualtieri<\/strong>, Marco Nucci<\/strong> e Enrico Faccini<\/strong> (n. 3474) riporta sulle pagine del settimanale la serie inaugurata qualche mese fa con il nuovo personaggio di Hatequack nel ruolo di narratore. Rispetto al primo racconto del terrore (quello di Topolino e il museo delle cere) stavolta il risultato \u00e8 meno efficace. Non c\u2019\u00e8 traccia di inquietudine o di brividi lungo la schiena, ma solo una vena surreale alla quale ben si presta Paperoga come protagonista, ma che sembra c\u2019entrare poco con il cappello \u201cL\u2019ora del terrore<\/em>\u201d, direi.<\/strong> A parte ci\u00f2, anche la trovata della sequenza di tavole mute con il personaggio che segue un filo per tutta la citt\u00e0 risulta in realt\u00e0 assai noioso e decisamente troppo tirato per le lunghe.
\u00c8 perfettamente comprensibile il motivo per cui \u00e8 stato chiamato Faccini alle matite, ma il confronto con il suo Paperoga in questo caso \u00e8 impietoso: si pu\u00f2 individuare un pattern<\/em> simile, certo, ma il risultato \u00e8 decisamente meno riuscito, azzeccato e soddisfacente.<\/strong> Faccini, peraltro, ha dimostrato in alcune occasioni di saper padroneggiare bene il genere \u201chorror\u201d, ed \u00e8 quindi un peccato che il suo disegno sia stato messo al servizio di una trama che invece ha ben poco di quelle atmosfere.
Mi aspetto di pi\u00f9 e di meglio da questo ciclo, onestamente.<\/p>\nPer andare su qualcosa di pi\u00f9 \u201cmodesto\u201d esprimo un parere veloce anche su Pippo e l\u2019agognata roulotte<\/em><\/strong>, di Rudy Salvagnini<\/strong> e Lucio Leoni<\/strong> (n. 3475); rispetto alla precedente storia dello sceneggiatore apparsa sul \u201cTopo<\/em>\u201d, che come forse ricorderete mi aveva un po\u2019 deluso, qui ho ritrovato il Salvagnini che ricordo e amo, perfettamente a suo agio con la logica pippesca. Se volessi trovarci un difetto sarebbe nella struttura fin troppo spezzettata del racconto, ma la trama diverte e tanto mi basta.<\/strong> Bravo come sempre Leoni ai disegni \ud83d\ude42<\/p>\n
Concludo con Foglie rosse \u2013 Un lungo inverno<\/strong><\/em>, di Claudio Sciarrone<\/strong> (nn. 3474-3475), della quale in realt\u00e0 parler\u00f2 meglio, pi\u00f9 diffusamente e pi\u00f9 compiutamente, il mese prossimo, alla luce della sua conclusione.
Per ora posso commentare gli episodi 1 e 2<\/strong>, che costituiscono la prima met\u00e0 della seconda e ultima stagione del serial di Sciarrone.
E mentre il primo mi \u00e8 sembrato piuttosto lento nel ritmo narrativo, fin troppo preoccupato di fissare i punti della situazione secondo l\u2019ottica dei vari personaggi in gioco<\/strong> (Tip e Tap, gli altri membri della band, Philly, i suoi amici, gli Sgharooz e Topolino) e di visualizzare il setting in cui ci troviamo, \u00e8 nel secondo che la situazione sembra farsi realmente interessante: l\u2019entrata in gioco prepotente della divisione governativa che sta indagando sugli alieni, che costituisce la parte centrale della puntata, funziona molto bene.<\/strong> Certo, con diversi debiti a situazioni analoghe viste in tanta narrativa cinematografica di genere, ma fa parte del gioco fin dalla prima stagione di Foglie rosse<\/em> e non ha certo senso pensare a questo elemento come a un difetto.
Mi piace come Sciarrone ha fatto muovere i due nipotini in questa situazione, mi piace il carattere di Philly e mi piace il ruolo di Topolino, ancora piuttosto defilato ma ben dosato.<\/strong>
Anche le sequenze con gli Sgharooz, che nell\u2019episodio precedente mi avevano piuttosto annoiato, stavolta trovano maggior sostanza e portano al promettente cliffhanger<\/em>.
Esteticamente l\u2019autore fa un lavoro roboante, con una griglia sempre in mutamento e pensata per accompagnare le diverse fasi del racconto in maniera coerente, senza paura di strafare e senza andare oltre la leggibilit\u00e0 della tavola.<\/strong> Ci sono alcune soluzioni abbastanza \u201cdi rottura\u201d ma sempre proposte in maniera chiara e lineare a dispetto della gabbia stravolta. Ottimi anche gli effetti speciali dati dalla colorazione di Irene Fornari<\/strong> supervisionata dallo stesso Sciarrone, una combo che enfatizza l\u2019aspetto delle vignette.<\/p>\n
Due parole le merita anche il Riassuntone<\/strong><\/em> pubblicato sul n. 3473: l\u2019ho trovato un modo originale e spumeggiante di fare il \u201cpreviously on Foglie rosse<\/em>\u201d :P, per aver scelto di farlo fare in prima persona da Tip e Tap ma soprattutto per il disegno. Sciarrone vira infatti verso uno stile di ispirazione smaccatamente manga, sia nella rappresentazione dei personaggi, che appaiono fortemente stilizzati, che nell\u2019impostazione dinamicissima della tavola e degli scenari, caratterizzati da un tratto grezzo e \u201csmatitato\u201d che risulta molto spontaneo.<\/strong> Una sperimentazione interessante e degna di nota, funzionale nella manciata di tavole utili a fare il punto della situazione \ud83d\ude42<\/p>\n
Bene, credo di aver detto tutto.
L\u2019appuntamento \u00e8 ora fra pochi giorni con il post che riguarda le pubblicazioni di giugno.
Ciao!<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"
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