L’importanza di sperimentare: intervista a Eliana Albertini

L’importanza di sperimentare: intervista a Eliana Albertini
Vincitrice del premio Boscarato 2022 come migliore artista italiana, Eliana Albertini ci racconta di "Anche le cose hanno bisogno".

Eliana_coverDurante Lucca Comics&Games 2022 abbiamo intervistato : autrice di Anche le cose hanno bisogno (Rizzoli 2022), nella cornice del festival ci ha raccontato la genesi di un’opera in cui ha sperimentato tecniche differenti, sia dal punto di vista della forma che del racconto. Ne abbiamo approfittato per chiederle di più sulla sua poetica, sul rapporto con il territorio del Polesine che disegna nelle sue opere e sul suo lavoro più recente.

Ciao Eliana e grazie per questa intervista. A settembre hai vinto il premio Boscarato come migliore artista italiana (fumetto e sceneggiatura) per Anche le cose hanno bisogno, il tuo fumetto uscito per Rizzoli. È un premio prestigioso nel mondo del fumetto italiano. Come ti senti a riguardo? Te lo aspettavi?

Sono molto contenta, non me lo aspettavo perché non ci pensavo. Avevo già vinto il premio Nuove strade a Napoli, prima ancora di realizzare Malibu (BeccoGiallo 2019), era stato pubblicato un solo mio lavoro, Luigi Meneghello. Apprendista italiano (BeccoGiallo 2017). Certo, quando mi è stato assegnato il premio Boscarato è stata una soddisfazione, è arrivato dopo un lavoro in cui ho creduto molto. Anche il fatto di averlo vinto a Treviso, che è un festival che ho sempre frequentato, direi da dieci edizioni, è stato emozionante: per la prima volta ero dall’altra parte, ecco. Me lo vivo positivamente anche rispetto al percorso che ho fatto: sono arrivata a questo libro anche grazie a tutte le altre cose che lo hanno preceduto.

estratto_page-0002È vero che in Anche le cose hanno bisogno hai sperimentato sia sulla scrittura che sul disegno. Ne è uscita una storia densa, carica di spunti e di messaggi, che però allo stesso tempo si sviluppa in maniera lenta, soprattutto attraverso delle impressioni. Insomma, succede moltissimo pur non succedendo quasi nulla. Come hai lavorato a questa storia, come hai mantenuto questo equilibrio?
È stato un lavoro atipico rispetto a quelli precedenti, ma anche rispetto alla costruzione classica di una storia. Non sono partita dalla scrittura e dallo storyboard. Con Rizzoli c’è sempre stato un collegamento diretto, seguivano i miei progressi lasciandomi molto libera di sperimentare, non avevo una scaletta con delle scadenze. Sono partita dall’idea di quello che mi andava di disegnare, anche per agevolarmi: insomma, un libro è sempre una cosa lunga, non facile, ed ero arrivata al punto in cui mi ero detta che volevo trovare un modo per divertirmi nel farlo. Quindi sono partita dal disegno e solo dopo ho iniziato con la scrittura. Ma anche in questo caso, non ho iniziato a scrivere la storia: sono partita dal diario della protagonista. Me lo portavo in giro come se fosse il mio e ci scrivevo come pensavo che lei avrebbe scritto. La storia si è costruita così, in base a quello che le succedeva e che lei scriveva. Per questo non c’è una vera trama, non un vero inizio né una fine: piuttosto troviamo un senso generale di ciò che le succede, dal punto di vista della protagonista. Poi ho messo insieme questi pezzetti, scritti e disegnati: possiamo dire che, come Agnese può sembrare frammentata, anche la storia lo è, sia per i disegni, tutti diversi tra loro, sia per il suo modo di scrivere. Sono partita senza sapere cosa sarebbe successo. E facendo questa prova ho capito che per me funziona lavorare così.

Quindi hai costruito il personaggio di Agnese partendo dalla sua voce.
Sì, esatto, perché la immaginavo una persona che aveva molto da dire, ma che non parlava molto. Ho scelto il diario, una tecnica abbastanza comune, ma mi piaceva l’idea di disegnarla attraverso la sua scrittura e la sua grammatica un po’ scomposta, la calligrafia e il suo corsivo precisi e scolastici. Quindi sì, il primo disegno che ho fatto di lei partiva dalla sua scrittura.

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Perché questa centralità delle “cose”?
È arrivata naturalmente: era da poco finito il lockdown, periodo da cui ciascuno si porta dietro qualcosa. Io l’ho vissuto nel mio paese d’origine, in provincia di Rovigo, e l’unica cosa che si poteva fare erano le passeggiate, che facevo spesso. Ho scattato foto che ho poi raccolto in un libretto autoprodotto, e mi sono resa conto che mi concentravo molto sugli oggetti, su ciò che le persone buttavano. Era tutto molto amplificato in quel periodo, non c’erano persone per strada, c’erano solo le cose che avevano lasciato. Da lì si è mossa tutta una serie di riflessioni: mi incuriosiva scrivere del nostro rapporto con “le cose”, ma non sapevo da dove cominciare per affrontare un argomento così complesso. Percio’ ho scelto un personaggio che potesse non tanto rappresentarmi, ma fare quello che facevo io in quel periodo e dare voce a quelle riflessioni. Ovviamente non è un libro autobiografico, ma c’è molto di ciò che pensavo quando camminavo per strada e vedevo determinate cose. Ci ho messo un po’ per elaborare come raccontare queste sensazioni. Ho sempre avuto una certa fascinazione per gli oggetti: non riesco a buttarli via tanto facilmente, soprattutto quelli legati alla mia infanzia. Forse sono affezionata all’idea di me da piccola e lo noto sempre di più crescendo: quando penso a qualche cosa che mi fa stare bene quasi sempre è legato all’infanzia. Mi piaceva l’idea di disegnare una persona adulta che mantiene molto bene la sua parte infantile, e non come difetto, ma come un filtro che ha verso l’esterno. Per quanto lei sia diversa dagli altri, con sé stessa sta benissimo. Ed è una bella sensazione.

Il delta del Po è dove arriva tutta l’acqua, tutti i detriti, tutti gli scarti del grande fiume. Sembra ci sia una certa risonanza tra la foce del fiume e l’umanità che hai disegnato in Malibu e in Anche le cose hanno bisogno: marginale, alla deriva, scartata. Questo è evidente soprattutto nel personaggio di Agnese che con la spazzatura ha un rapporto diretto e personale. Che rapporto c’è tra i tuoi personaggi e il Polesine?
Sicuramente quello è stato un lavoro che ho fatto anche per me stessa: il posto da cui vengo ha un tessuto sociale molto complesso per tutta una serie di ragioni, anche storiche. Ho sempre cercato di raccontare il luogo per raccontare le persone e raccontare le persone per raccontare il luogo. Sono due elementi indivisibili e uno condiziona l’altro. Alla fine, penso di essere giunta alla conclusione che forse è più il luogo condiziona le persone: costruendo i dialoghi di Malibu mi sono resa conto che le persone non parlano molto. Me ne accorgevo quando andavo in giro per strada, cercando ispirazione su come poter costruire i dialoghi: sembrerebbe che in questi luoghi fatti di orizzonti piatti e silenzio, anche le persone parlino poco. È stato bello farci caso, senza quel fumetto forse non me ne sarei mai accorta. Di conseguenza c’è stata anche una riflessione su di me: mi sono resa conto di fare parte di quel territorio e ne ero contenta. È scattato un senso di appartenenza positivo e il fumetto è stato utile in questo senso. Anche le cose hanno bisogno non me lo sarei mai immaginata in un posto diverso, nonostante avessi scelto di non continuare la riflessione che ho condotto in Malibu. Quest’ultimo, infatti, è molto omogeneo rispetto alla costruzione dei personaggi, mentre Anche le cose hanno bisogno punta i riflettori su una protagonista che in questo ambiente è diversa.

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C’è un lavoro simile anche sul disegno: in Anche le cose hanno bisogno hai utilizzato tecniche molto diverse, che raccontano i colori e la vita degli oggetti trovati da Agnese per strada. Però hai sperimentato tecniche differenti anche per disegnare personaggi, case, ambienti, scrittura… Come cambiano personaggi e luoghi in questo fumetto?
È partito tutto dalla voglia di disegnare e sperimentare. Mi è piaciuto fare Malibu ma è stato pesante realizzare tavole molto simili, mantenere i volti dei personaggi, gli edifici. Poi ho sempre disegnato con tecniche differenti e mi piace capire quale utilizzare rispetto al lavoro che devo fare. Ne avevo usate già diverse, quindi o ne sceglievo una o le mettevo tutte insieme. Sono stata fortunata a trovare chi mi ha motivata, anche perché non era scontato che mettendole tutte insieme avrebbero funzionato. Certo, la tematica mi ha aiutato: gli oggetti sono tutti diversi tra di loro, come anche le persone all’interno della storia. È stato utile anche per differenziare Agnese rispetto al contesto in cui è inserita. Utilizzare varie tecniche mi ha permesso di mostrare questa differenza in maniera meno esplicita, senza usare le parole. Ad esempio, ho messo il colore principalmente quando gli eventi riguardano la protagonista, mentre quando sono più relativi all’ambiente mantengo il bianco e nero.

estratto_page-0003.1Negli ultimi anni in Italia sono stati in tanti e tante tra fumettisti e fumettiste ad aver raccontato la provincia: penso a te, a , Juta, insieme a , Francesco Cattaneo, Pastoraccia, Nova, . Cosa ne pensi di questa centralità della provincia in molti fumetti italiani?
Con Malibu mi sono accorta che avevo bisogno di raccontare quei luoghi: ero agli inizi e ciò che riuscivo a raccontare meglio erano le cose che conoscevo. Ero anche consapevole di non volermi raccontare in prima persona perché è una modalità che non mi appartiene. La mia autobiografia è Malibu, perché descrive come sono cresciuta. Credo che una cosa simile sia successa per molti altri autori che hanno preso questa strada: il rapporto con il posto da cui vieni può essere molto forte e può avere bisogno di essere esplorato, per capirlo e per capirsi. Mi sono accorta che l’Italia è prevalentemente provincia: dopo Malibu ero preoccupata perché pensavo di aver fatto un libro su un territorio troppo specifico. Quando è stato pubblicato mi sono chiesta cosa sarebbe passato, chi lo avrebbe letto, ma mi sono stupita di quanto invece abbia superato i confini di quel territorio. Molte persone ci si trovavano pur essendo di province completamente diverse perché d’altra parte avevano molti tratti in comune. Ci sono aspetti che tornano e dinamiche che in tante e tanti abbiamo vissuto.

la-vita-della-mia-ex-per-come-la-immagino-io-2533Recentemente è uscito La vita della mia ex per come la immagino io, fumetto scritto da Gero Arnone e disegnato da te, pubblicato da minimumfax. Ti va di parlarcene?
È un libro completamente diverso dai miei lavori precedenti: innanzitutto è un libro comico, che io non sarei mai riuscita a scrivere. Anche per questo mi sono lanciata con molta energia nel progetto. Non è facile dire di cosa parli: Gero voleva scrivere un libro sul femminismo dal punto di vista di un uomo, inserendo comunque un contributo femminile, che sarei io in quanto disegnatrice e fumettista. Vuole essere una sorta di dialogo incentrato sul racconto, diviso in diverse storie collegate tra loro. Dentro c’è di tutto: racconta soprattutto di relazioni disastrose, in una chiave decisamente comica, e non solo nel contesto presente. Ecco, se nei miei libri non succede quasi nulla, qui in ogni pagina succede qualcosa. Conoscevo già Gero e mi piaceva la sua ironia. Quando ho letto quello che aveva scritto, ho capito che era una cosa assurda e non avrei accettato se fosse stato scritto da qualcun altro. Io e lui ci siamo trovati molto bene, lo scambio è stato facile: era come se io aspettassi di ricevere quel testo e lui aspettasse quei disegni.

È stata anche la prima volta che ti sei trovata a lavorare a un fumetto esclusivamente ai disegni. Come è andata?
All’inizio ero un po’ spaventata, anche perché mi piaceva il lavoro di Gero. Mi preoccupava l’idea di confrontarmi con dei feedback che non venissero da un editor. Non sono neanche quel tipo di autrice che manda i propri lavori agli amici per avere dei pareri. L’ho fatto in rari casi e con pochissime persone, quindi non era qualcosa cui ero abituata. Ma sono stata fortunata, come dicevo, con Gero è andata bene. È stato anche divertente potersi concentrare solo sui disegni. A me piace cambiare e diversificare, è stato liberatorio.

Intervista condotta dal vivo il 30 ottobre a Lucca Comics and Games 2022

Eliana profiloEliana Albertini (1992) è illustratrice e fumettista. Già attiva nel campo dell’autoproduzione, è autrice di Luigi Meneghello. Apprendista italiano (BeccoGiallo 2017), Malibu (BeccoGiallo 2019), di un racconto all’interno dell’antologia A.M.A.R.E. ( 2021) e di Anche le cose hanno bisogno ( 2022) per il quale ha vinto il premio Boscarato 2022 come migliore artista italiana (disegno e sceneggiatura). Nel 2019 ha vinto il premio Nuove Strade al . Di recente ha disegnato, sui testi di Gero Arnone, La vita della mia ex per come la immagino io ( 2022).

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