Le pubblicazioni Disney negli anni Novanta

Le pubblicazioni Disney negli anni Novanta
Se si dovesse individuare un’epoca particolarmente fortunata per quanto riguarda l’insieme e la qualità delle testate Disney nelle edicole italiane, gli anni Novanta sarebbero probabilmente il decennio vincitore.
Il n. di “Topolino” che segnò il passaggio da Mondadori a Italia

Il rapporto tra l’Italia e il fumetto Disney è sempre stato solido e privilegiato, fin dai primi anni Trenta, quando il nostro Paese fu il primo a realizzare un giornale dedicato a Topolino, anticipando in tal senso persino gli Stati Uniti, patria del personaggio.
Nel corso dei decenni quella rivista si arricchì, cambiò formato adottando quello pocket, tuttora esistente dopo 70 anni, e fu presto affiancata da altre testate che si occuparono di ampliare l’offerta per un pubblico evidentemente molto ricettivo ai personaggi della factory di Walt Disney.

Dopo i primi pionieristici anni dell’editore fiorentino Nerbini, fu Mondadori a occuparsi per molto tempo di pubblicare i fumetti disneyani in edicola (un rapporto di reciproca conoscenza e stima legava il patron Arnoldo e Walt), fino a quando nel 1988 la Casa Madre decise di prendere in mano personalmente, attraverso la succursale locale The Walt Disney Company Italia S.p.A. (o più brevemente Disney Italia), la gestione del mercato fumettistico e librario di topi e paperi nel Bel Paese, in una probabile ottica di concentrazione e maggior controllo del proprio materiale intellettuale.

L’investimento profuso in questo passaggio si sarebbe visto nel decennio successivo, durante il quale Topolino toccò il record assoluto di vendite e l’offerta editoriale attorno a esso aumentò in maniera esponenziale, inedita e interessante, in una bulimia di proposte che raggiunse diverse fasce di pubblico e lasciò il segno su almeno due generazioni di lettori.

Iniezione di nuovi contenitori di ristampe

All’alba dei Nineties, oltre al “fulcro” Topolino esistevano mensili storici che proponevano ristampe di materiale già apparso in passato sulla testata ammiraglia, come I Classici, I Grandi Classici e Paperino Mese, oltre al Mega Almanacco che invece presentava storie inedite, soprattutto straniere tradotte per l’occasione.

Dal 1991, però, il nuovo editore – e la redazione guidata da Gaudenzio Capellipensò bene di dare nuova linfa al parco testate, varando nuove compilation di ristampe sempre con periodicità mensile (solitamente dopo un iniziale rodaggio a cadenza bimestrale). Nacquero così, tra il ‘91 e il ‘95, Topomistery (dedicato ai gialli con Mickey Mouse protagonista), Paperinik e altri supereroi (con al centro l’alter-ego di Paperino), Minni & company (incentrato su di un cast femminile), PaperFantasy (per le avventure fantascientifiche o appartenenti alla sfera del fantastico in genere), Topolino Adventure (per le storie d’azione e avventurose) e GM – Giovani Marmotte (focalizzato su Qui Quo Qua nella loro versione scoutistica).

In quest’ultimo caso la cura fu particolare, perché alle storie d’antan riproposte si affiancarono diverse avventure inedite, con un cast di compagni dei tre nipotini ideati per l’occasione e variamente caratterizzati, e con una colorazione d’avanguardia. Tra il 1995 e il 1996 fu realizzata addirittura una lunga saga a puntate. Grande attenzione veniva poi data all’apparato redazionale, con tanti articoli sulla cura dell’ambiente, degli animali e altri argomenti affini allo spirito di una Giovane Marmotta.

Nel complesso erano tutti tentativi – peraltro riusciti – di organizzare il grande bacino di materiale da riproporre in maniera più specifica di quanto facessero serie generiche come Paperino o I Classici, valorizzando filoni e personaggi e andando incontro a fasce di pubblico mirate: le ragazze, gli appassionati di supereroi o comunque del solo Paperinik (che ha sempre esercitato fascino su molti lettori), gli amanti del giallo. Una targettizzazione intelligente che portò spesso a testate molto longeve.

Parallelamente, nel 1992 il Mega Almanacco cambiò veste grafica e nome, diventando Mega 2000 (qui un mio approfondimento sul percorso di questa testata, dal sito Papersera.net), ma lasciando inalterata la sua mission di raccolta di storie estere – perlopiù danesi e brasiliane – pubblicate in Italia per la prima volta.

Vennero inoltre creati alcuni generici titoli-contenitore, con la funzione di ospitare al loro interno vari one-shot speciali sfruttando testate già registrate al tribunale competente: Più Disney, Disney Time, SuperDisney, TuttoDisney, Speciale Disney.

Erano collane-ombrello che potevano pubblicare tutto e il contrario di tutto, compilation spesso tematiche che si affiancavano a eventi (il Festival di Sanremo, i Mondiali di calcio) e ai periodi dell’anno (Estatissima, Natalissimo), ma erano anche il luogo di elezione per argomenti generici (la fantascienza, i viaggi, il Medioevo, il western) o per ospitare volumi speciali, di pregio e arricchiti da articoli, magari in occasione delle festività natalizie o di celebrazioni particolari.

Per completare il quadro è infine da segnalare che Mondadori, in seguito a determinati accordi con Disney Italia, aveva facoltà di pubblicare storie disneyane all’interno di collane da libreria come I Miti, I SuperMiti e successivamente gli Oscar Bestsellers, che seguivano anche in questo caso la formula della tematicità.

Una vasta messe di proposte dunque, che, pur nella loro semplicità, si presentavano curate e soprattutto con un’idea di fondo piuttosto precisa nella loro organizzazione.

Le testate per collezionisti

Un altro elemento peculiare e con pochi precedenti in ambito Disney fu il riconoscere l’esistenza di un pubblico più colto ed esigente dei soli ragazzini e casual readers. Identificato informalmente come “mercato dei collezionisti”, rappresentava quei lettori fortemente appassionati in grado di apprezzare la qualità artistica del fumetto disneyano e di riconoscere determinati autori seminali, le loro caratteristiche e il valore assoluto che le loro storie ricoprivano nell’universo fumettistico generale.

Già nel dicembre 1987, ancora sotto l’egida Mondadori, venne pubblicato il primo numero di Zio Paperone (qui il nostro approfondimento), testata nata con il preciso e dichiarato intento di riproporre l’intero corpus narrativo di Carl Barks – fumettista di capitale importanza, creatore di buona parte dell’universo dei Paperi così come lo conosciamo tutt’oggi – sulla falsariga di quanto aveva iniziato a fare pochi anni prima, negli USA, la casa editrice Another Rainbow con il progetto della Carl Barks Library, ma scegliendo un approccio più popolare, sia come distribuzione che come prezzo.
Dopo un anno di uscite Zio Paperone sparì dai radar a causa del passaggio di diritti a Disney Italia, ma riprese nel dicembre 1990 laddove si era interrotto con un restyling grafico e alcune migliorie interne: se nei primi numeri infatti le storie venivano introdotte da una paginetta a firma di Piero Zanotto, ora i contenuti editoriali si ampliavano e offrivano maggiore spazio agli articoli di approfondimento.

Questi saggi in forma breve furono uno degli elementi cardine delle testate per collezionisti, l’apporto che faceva la differenza tra una serie generica e una rivolta ai lettori più esigenti. Zio Paperone fu apripista di un modo inedito di concepire un periodico di ristampe disneyane, che con gli anni arricchì la propria formula e si perfezionò fino a trovare il miglior equilibrio nel 1995 con l’avvio della cosiddetta “serie bianca” (per via della nuova grafica di copertina). Oltre ad aprirsi ad autori extra-Barks ma in qualche modo a lui accomunabili, la struttura si assestò su una media per albo di 2-3 articoli di approfondimento/introduzione alle storie proposte e con una rubrica pseudo-fissa della posta.

I responsabili di questo lavoro filologico erano Lidia Cannatella, Luca Boschi e Alberto Becattini, le menti dietro a un altro progetto uscito a partire dal 1992: Le grandi parodie Disney. Collana inusuale, ai tempi, per via del grande formato e per il fatto che ristampava una sola storia per albo, era dedicata a riscoprire il fortunato filone tutto italiano di storie ispirate – più o meno liberamente – alla grande letteratura mondiale, reinterpretata da Topolino, Paperino e amici.

Inizialmente brossurata, divenne cartonata nel 1994, con un costo importante e fuori scala rispetto alla media dei prodotti Disney coevi, specialmente considerando la foliazione, e fin dalle origini si preoccupava di riservare diverse pagine ad una blanda esegesi dell’opera originale e del suo autore, passando poi ad analizzare la storia a fumetti e a tracciare una breve biografia dei fumettisti che l’avevano realizzata.
L’unico neo fu la scelta di rimontare le tavole originali per adattarle al nuovo formato, che in un prodotto rivolto al pubblico più esigente e attento non apparve come una scelta oculata.

Il terzo polo delle testate per collezionisti del decennio fu forse quello maggiormente ambizioso: I Maestri Disney.

Varata nel 1997, e sempre curata dal trio Cannatella-Boschi-Becattini, offriva una collezione di volumetti monografici di volta in volta dedicati a un artista disneyano diverso, con un ardito programma che prevedeva di presentarne la bibliografia completa spalmata sui diversi numeri, oltre che ovviamente una selezione di storie commentate e contestualizzate dai sempre ricchi e puntuali articoli. Spesso era l’occasione per presentare opere inedite o mai ristampate prima di allora.

Dopo 18 numeri bimestrali, in cui si pose l‘attenzione su fumettisti del calibro di Giorgio Cavazzano, Giovan Battista Carpi, Massimo De Vita, Romano Scarpa, Luciano Bottaro e Floyd Gottfredson, la serie aggiunse al titolo il suffisso “Oro” e aumentò la foliazione, rarefacendo però la periodicità che divenne semestrale fino a quando, nel 2009, terminò le pubblicazioni (pochi mesi dopo dalla chiusura di Zio Paperone, peraltro).

Le novità assolute

A fianco di questa riscoperta del materiale “classico” più pregiato degli archivi disneyani, la seconda metà degli anni Novanta portò – sotto la direzione di Paolo Cavaglione, arrivato alla guida dei periodici Disney nel 1994 – a una serie di innovazioni di grande impatto per le storie e gli albi di Paperino e soci.

Nel 1996 venne varato PKNA – Paperinik New Adventures (qui il nostro approfondimento), che ruppe tutte le regole: un giornale spillato come quelli dei supereroi Marvel e DC, con un’unica storia inedita di circa 70 pagine e con un taglio narrativo ed estetico mutuato proprio dai comics USA, restando però disneyano nel DNA. Una reinvenzione dell’alter-ego mascherato di Paperino intelligente, moderna, figlia dei propri tempi e al contempo rispettosa del personaggio. La testata ebbe un successo senza pari e fu una fucina per diversi giovani autori che trovarono in essa un’imprevista palestra dove sperimentare e crescere.

PKNA era una rivista dove grande attenzione era riservata anche all’apparato editoriale e al rapporto con i lettori: mentre l’angolo della posta di Zio Paperone trattava molto seriamente il pubblico, dialogando con esso e dando risposte approfondite ai dubbi che arrivavano in redazione, su PK si instaurò un rapporto complice basato sullo sberleffo accettato da ambo i lati, che permise di prendersi poco sul serio, instaurare un feeling del tutto inedito e sviluppare un tipo di comicità che era lontana da quella tipica, più consona e meno sarcastica, del fumetto Disney e che col tempo avrebbe in parte attecchito anche nelle storie oltre che nell’apparato editoriale, arrivando addirittura a essere consacrata in un bimestrale ad hoc: Ridi Topolino (qui il nostro approfondimento).

Con il 2000 la testata si reinventò in una sorta di “seconda stagione” dalle ambizioni ancora più mature che però non superò l’anno e mezzo di vita, per poi presentare un reboot narrativo in 32 numeri che rinarrava su nuovi presupposti e con varie differenze personaggi e situazioni viste nelle prime due serie, osteggiato dai fan della prima ora che si sentirono “traditi” da questo what if.

Sull’onda del successo di PKNA si lanciarono altre testate dal taglio simile, a partire da MM – Mickey Mouse Mystery Magazine (qui il nostro approfondimento), una sorta di evoluzione del vecchio Topomistery, costruito sulla stessa falsariga del magazine con Paperinik. Qui Topolino veniva inquadrato in trame fortemente hard-boiled, caratterizzando a tinte noir le vicende che vedevano il personaggio protagonista allo stesso modo di quanto faceva la fantascienza con Pikappa.
L’esperimento ebbe vita breve non riuscendo a intercettare il favore del grosso pubblico, ma fu a dir poco interessante e dimostrò le infinite potenzialità di questi personaggi.

Miglior fortuna la ebbe W.I.T.C.H. (qui la scheda dal sito Papersera.net), all’alba del nuovo millennio: sempre spillato secondo il modello pikappico, stavolta le protagoniste erano create per l’occasione e non erano animali antropomorfi, bensì esseri umani in tutto e per tutto. Giovani ragazze dotate di poteri magici, in un’atmosfera molto teen e al contempo magico-avventurosa, con influenze alla Sailor Moon o alla Buffy l’ammazzavampiri.

Esperimento tanto audace quanto redditizio, dal momento che la serie divenne presto un fenomeno non solo in Italia ma in giro per il mondo, macinando grandi numeri e vedendo presto la nascita di vari cloni, di uno stile grafico chiamato euromanga e la creazione di vario merchandising, fino ad arrivare addirittura alla realizzazione di un cartone animato.

L’eredità degli anni Novanta

Da questo excursus si può convenire che gli anni Novanta furono certamente un decennio dinamico, per molti versi irripetibile e ricco di nuove proposte e di idee inedite, oltre che graziato dalla capacità di saper guardare a più spicchi di mercato adattando le proposte disneyane al diverso tipo di pubblico che poteva essere variamente ricettivo a questo universo narrativo.

I primi anni 2000, con la nuova direzione di Claretta Muci, non furono all’altezza di quanto prodotto negli anni precedenti: come si accennava prima, tra il 2008 e il 2009 chiusero Zio Paperone e I Maestri Disney, mentre il progetto PK terminò la sua corsa con la terza, discussa serie già nel 2005.

L’impronta data a Topolino appariva ai lettori più semplicistica – storie meno ispirate e dal taglio più infantile, abbandono di alcuni autori storici – e portò a una gestione risultata poco lungimirante anche per il resto dei periodici, che continuarono perlopiù stancamente sulla forza dei personaggi titolari di testata (come Paperinik) o grazie allo zoccolo duro dei lettori fedeli, con l’unica eccezione di W.I.T.C.H. che continuava a macinare consensi ed era ancora nel suo periodo aureo.

X-Mickey, blando tentativo di emulare la formula di MM per valorizzare il personaggio di Topolino con uno spillato di storie inedite (stavolta in chiave pseudo-horror e non più gialla), non riuscì mai davvero a conquistare pubblico e successo, pur avendo diverse frecce al suo arco che non vennero probabilmente scagliate nel modo migliore e con il necessario approccio “di rottura”.

Nello stesso formato fu presentato anche PP8, dal taglio prettamente kid-oriented e dall’estetica fin troppo smaccatamente mutuata dall’animazione di Cartoon Network, in cui veniva sfacciatamente attualizzato in modalità cool il personaggio di Paperino Paperotto, versione bambina di Donald Duck in una serie di storie nate nel 1999, e che qui si voleva lanciare in una sorta di seconda vita, senza riuscire a intercettare nessun interesse (la testata si fermò al n. 13).

Dal lato collezionistico, si cercò di riprendere i lettori orfani delle testate più ricercate con progetti come Tesori Disney (dedito a ristampare unitariamente saghe e cicli di personaggi: qui la scheda dal sito Papersera.net) e Disney Anni d’Oro (incentrato sulla riproposta di storie degli anni Settanta-Ottanta, arbitrariamente individuati come apice nella produzione di alcuni grandi artisti: qui la scheda dal sito Papersera.net), ma furono proposte gravate da diverse pecche nella loro gestione, non riuscendo a eguagliare gli illustri predecessori.
Nel primo caso non si riusciva a percepire una linea editoriale definita, dando l’idea che si procedesse senza un vero piano, mentre nel secondo la circoscrizione a quei due decenni, l’approccio troppo generalista degli articoli e la presenza di storie ristampate già diverse volte penalizzò l’esito finale di una collana buona ma niente più.

Solo l’avvento di Panini Comics come nuovo responsabile delle pubblicazioni Disney in Italia, nel 2013, ha portato una ventata di novità nel parco periodici con tante nuove collane, che ibridavano formule storiche con alcune sperimentate dall’editore modenese nella sua gestione di altre proprietà.

Questo approccio inizialmente ha dato nuovo impulso al settore, ma a un certo punto alcune di queste testate si sono piegate su sé stesse subendo modifiche nella loro struttura e ripensamenti, che i lettori più attenti non hanno mancato di notare.
È il caso di Definitive Collection, una sorta di remake di Tesori Disney ma incentrato sulle saghe più recenti, e anche di Tesori International e Tesori Made in Italy (qui la recensione del primo numero), che hanno tentato di essere le nuove Maestri Disney senza però riuscire a emularne la pulizia e la compiutezza: prodotti che cercavano di intercettare contemporaneamente il pubblico generalista e quello esperto, in una specie di compromesso che con il tempo ha probabilmente scontentato entrambe le tipologie di lettori.
Debacle ripetute che hanno portato dapprima ad aumenti dei prezzi a fronte di minor foliazione, poi a ridurre all’osso qualunque contenuto editoriale extra (minando quindi la tipologia di offerta) e arrivando infine, in molti casi, alla chiusura.

Allo stato attuale Panini sembra però aver fatto tesoro di quanto accaduto negli scorsi anni e aver trovato un miglior equilibrio – si vedrà nei prossimi anni quanto effettivamente longevo – per far sopravvivere le pubblicazioni disneyane nell’attuale contesto editoriale: si è deciso di destinare i prodotti più ricercati alle sole fumetterie, canale di vendita mai veramente sfruttato dai precedenti editori, con edizioni di lusso – spesso più per la confezione e i pregi cartotecnici che per l’effettivo contenuto dei prodotti – destinate a un pubblico fortemente selezionato e presumibilmente disposto anche a spendere di più per volumi da collezione. Senza dimenticare i vantaggi della riduzione delle tirature e dell’annullamento del reso.

Nuovo mensile da edicola lanciato da Panini

L’edicola, con tutti i problemi che sta affrontando come luogo di vendita, rimane invece la destinataria di albi con molte meno pretese: compilation con ristampe random in edizioni brossurate e dai prezzi “popolari” e i mensili storici affiancati da alcune timide novità (un nuovo periodico dedicato a Zio Paperone, una nuova incarnazione di Paperfantasy), oltre ovviamente a Topolino.

Se da un lato questa diversificazione consente di portare avanti l’attenzione al mercato collezionistico, dall’altro non sempre queste collane da fumetteria risultano all’altezza delle aspettative per l’appassionato, e difficilmente aggiungono qualcosa rispetto a quanto fatto negli anni Novanta, mentre le raccolte da edicola si accontentano di vivacchiare senza troppi sforzi realizzativi.
È sicuramente difficile eguagliare un’epoca dorata del passato, considerando i numerosi cambiamenti che hanno investito il settore editoriale, nonostante si stiano vivendo anni di grande fermento attorno al fumetto, impensabili trent’anni fa. Eppure l’impressione è che si viva sui fasti passati cercando di replicare con meno smalto quanto già attuato proprio in quel decennio di fine secolo, che tanto bene ha fatto al fumetto Disney in Italia.

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