Ma non scriviamo che "è come un film"

Ma non scriviamo che “è come un film”

Capita ogni tanto anche nella nostra redazione, e la discussione riparte: pretendere di spiegare qualcosa di un fumetto con espressioni tipo “usa un linguaggio cinematografico”, “ritmo degno di un film” et similia.
Il punto non è che quella dichiarazione non funziona o non serve.
Il punto è che fomenta un equivoco profondo.

Mark Millar, Steve McNiven: Nemesis. Marvel, Panini.

Queste espressioni sono non tanto semplicistiche quanto indicazione di una visione derivativa del fumetto (quindi anche nel discorso nei suoi confronti). Magari l’intenzione è quella di trasmettere un concetto complesso con un’immagine semplice, pensando a lettori che non frequentano il fumetto né sono particolarmente interessati, tantomeno affascinati, da “come funzionano”.
“Come un film” diventa allora una sorta di espressione per rassicurare e agganciare. Non si entra nel merito del funzionamento di un film, ma si pone la familiarità con pellicole cinematografiche e serial televisivi come terreno comune. In questo senso, l’espressione “come un film” e le sue sorelle diventano semplici modi di dire, senza particolare significato e buone giusto per riempire una linea bianca. Dei non sequitur.
Il sospetto maggiore, in questi casi, non è tuttavia quello di una ricerca di complicità, quanto di pigrizia: ci si accontenta di un rimando senza in realtà porsi un obiettivo più ambizioso. Perché, onestamente, leggendo “come un film” sarebbe il caso di chiedere conto di “quale” film. Un titolo specifico? Una corrente? Un autore? Una particolare tecnica? Ci ricorda Fast and Furious, Querelle de Brest, un film di Truffaut, di Soderbergh, di Kiarostami, dei Vanzina?
Per quanto si possa concordare che, scusate la tautologia, molto di quello che leggiamo e di cui scriviamo sia mainstream, rinunciare a cercarne le particolarità è una resa incondizionata che non ci fa onore.
Ugualmente: rinunciare al tentativo di capire/spiegare perché un fumetto nel suo complesso o anche una scena o una singola vignetta (non) funzionino è un immiserimento degli obiettivi.

Frank Miller, Il ritorno del Cavaliere Oscuro, DC, RW-Lion.

Può una simile semplificazione, pur al costo di un fraintendimento iniziale, attrarre al fumetto gli spettatori di cinema e tv? Il fine giustifica i mezzi? Nella mia esperienza di prestiti di fumetti ad appassionati cinefili e televisivi, il riscontro avuto è che proprio quel fraintendimento ha reso ostica la lettura. Un caso mi colpì particolarmente: incuriositi dalla visione del Batman cinematografico di Nolan, due miei colleghi lessero il Ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller. L’esperienza fu disastrosa ed entrambi mi raccontarono di essersi letteralmente impantanati nel modo di raccontare di Miller.
Ultimo punto, ma anche questo a me particolarmente caro: in una recente intervista, Andrea Sorrentino (disegnatore) spiegava di lavorare alle scene cercando di immaginare come potrebbero essere in un film. Attenzione: questa affermazione ci mostra come modalità di produzione e di fruizione seguano principi diversi. Una delle nostre ambizioni, scrivendo di fumetto, dovrebbe essere quella di interrogarci e cercare di capire e spiegare le une e le altre, distinguendone ambiti e strumenti; valorizzandone le differenze e investigandone le relazioni.
Il tutto, naturalmente, con leggerezza, senza rinunciare alla complessità, trasmettendone anzi il fascino, per aprire le porte al godimento pieno del fumetto.
Che non è un film né un serial tv.