La fine di Mercurio Loi

La fine di Mercurio Loi

Il numero in uscita il 22 marzo segnerà la conclusione (almeno nell’attuale incarnazione) del percorso editoriale di Mercurio Loi.
Probabilmente è ancora presto per storicizzare e attribuire alla serie ideata da Alessandro Bilotta (con il contributo grafico di Matteo Mosca) un effettivo peso specifico e un valore anche in termini di influenza sui fumetti che verranno pubblicati in futuro. Quando anche l’ultimo episodio, il sedicesimo, sarà pubblicato, dopo che saremo definitivamente giunti alla parola “Fine” potremo iniziare a elucubrare a ragion veduta sull’intera opera.
Eppure già tanto è stato detto e in molti si sono sbilanciati, a partire dalle giurie di critici che, nel corso dell’ultimo anno e mezzo circa, hanno assegnato alla serie e al team capitanato da Alessandro Bilotta praticamente tutti i premi più importanti in ambito fumettistico (basti citare, solo nel 2018, il Premio Attilio Micheluzzi per il miglior sceneggiatore e la miglior serie dal tratto realistico, il Premio ANAFI come miglior sceneggiatore, il Premio Carlo Boscarato al miglior sceneggiatore italiano e il Premio Gran Guinigi come miglior serie).
Noi stessi, nelle varie recensioni dedicate ai singoli albi di Mercurio Loi, non abbiamo nascosto un notevole apprezzamento generale verso uno dei prodotti più anomali e sorprendenti del fumetto italiano contemporaneo.
Riprendendo le parole di Onofrio Catacchio, è inevitabile pensare che “c’è un prima e c’è un dopo. Mercurio sta in mezzo”.

Il corpus dell’opera, come suggeriva lo stesso Alessandro Bilotta su Facebook annunciandone la chiusura, è costituito da una lunga storia in sedici capitoli.
Sedici racconti eleganti e raffinati che si fondono in una narrazione unica, con un approccio sempre stimolante e volto alla sperimentazione, alla ricerca. Mai pago dei traguardi raggiunti, sempre teso a scardinare le convinzioni dei lettori, Bilotta ha ideato e portato avanti una serie che potremmo definire post-popolare, ben conscia di tutti i meccanismi e delle strutture di base della serialità e in grado di servirsene per creare una combinazione inedita, elegante e colta, tesa a espandere i confini della libertà espressiva nel fumetto popolare comunemente inteso.

Sedici episodi per approfondire altrettanti temi, sviscerati in maniera mai banale, nell’intento di mettere al centro della narrazione non tanto l’intreccio quanto un concetto, un’idea, un’atmosfera, e costruirci intorno un insieme di riflessioni filosofico-esistenziali fortemente coerenti e stimolanti.

Da un certo punto di vista, la conclusione era inevitabile, considerate tutte queste caratteristiche, del tutto peculiari e di difficile categorizzazione in un mercato come quello delle edicole che richiede sempre più una facile riconoscibilità e una rapida fruibilità dei prodotti. Che sia una fine ampiamente prevista o una decisione presa in corsa negli ultimi tempi, rincuora il pensiero che l’epilogo, stando alle anticipazioni e al modo in cui viene presentato (a partire dal titolo dell’albo e dalla cover di Manuele Fior), porterà a termine le varie trame in corso in maniera plausibilmente compiuta: un diamante che continuerà a brillare nel tempo senza timore di perdere lucentezza dopo anni di pubblicazioni ininterrotte solo per alimentare la necessità di portare avanti una serie pur senza avere più troppe carne da mettere al fuoco (come purtroppo avvenuto in tanti altri fumetti seriali, condizionati dalle esigenze della periodicità).
Resta comunque il rammarico di una fine non pienamente preventivata (almeno per il lettore) e tutta l’inevitabile e incoercibile serie di domande che continuano a frullare in testa.
Cosa sarebbe successo se il pubblico avesse recepito la serie in maniera differente? Il sedicesimo numero sarebbe stato comunque l’ultimo, la naturale conclusione del percorso narrativo ed editoriale?
Vedremo mai altri episodi di Mercurio Loi, anche in formato differente e per il mercato librario, oppure rimarranno chiusi per sempre in un cassetto?

Magari ci capiterà prima o poi di uscire a fare una passeggiata senza meta. Sarà allora che ci ricorderemo di uno stravagante flaneur che ci ha conquistato con la sua capacità di perdersi, di riflettere senza darsi uno scopo tangibile, di evadere dal labirinto delle certezze per percorrere sentieri mai battuti.

 

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