{"id":489,"date":"2021-11-27T10:37:01","date_gmt":"2021-11-27T09:37:01","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/lagrandeonda\/?p=489"},"modified":"2021-11-27T10:37:02","modified_gmt":"2021-11-27T09:37:02","slug":"scavare-buche-spiare-cadaveri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/lagrandeonda\/2021\/11\/27\/scavare-buche-spiare-cadaveri\/","title":{"rendered":"Scavare buche, spiare cadaveri"},"content":{"rendered":"\n<p>Quello che mi ha colpito di pi\u00f9 di <em><strong>Orochi<\/strong><\/em> di <strong>Umezu Kazuo<\/strong> \u00e8 il contrasto che si crea tra narrazione e disegni, ovvero tra il \u201ccosa\u201d e il \u201ccome\u201d. Le trame hanno una struttura semplice, che tende ad affastellare vicende e dettagli descrivendo personaggi e ambientazione, impostando un tono e un registro, per poi sconvolgere il tutto verso il finale con uno o pi\u00f9 colpi di scena, a volte intuibili e altre meno. Il difetto che comporta una narrazione di questo tipo, in questo caso specifico, \u00e8 l\u2019eccessivo didascalismo, la chiarezza superflua, il \u201cmelodramma urlatissimo\u201d, come l\u2019ha definito Duluth Comics (aka Matteo Contin) nella <a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/photo\/?fbid=126522976146893&amp;set=a.121420733323784\">sua<\/a> recensione (non ironicamente, moltissimi dialoghi sono letteralmente urlati, come indicato dalla forma dei balloon, dimostrando cos\u00ec questa estrema volont\u00e0 comunicativa). <strong>Tuttavia,<\/strong> <strong>le singole vignette e le pagine che le inglobano risultano non solo impostate e costruite efficacemente, seppur ancora una volta in maniera non composita, ma presentano immagini intense veicolate da un tratto nitido, spesso molto carico, che impiega il tratteggio e le campiture per farsi ancora pi\u00f9 denso. <\/strong><br>La scrittura di Umezu \u00e8 sicuramente figlia di un tempo, o diretta a un target ((Si ricorda che \u00e8 il manga \u00e8 stato serializzato tra il 1969 e il 1970 su <em>Weekly Sh\u014dnen Sunday<\/em> di Shogakukan.)), in cui l\u2019importante era costruire un bell\u2019horror d\u2019atmosfera \u2013 cosa in cui lui riesce benissimo \u2013 a discapito di finezze e complessit\u00e0 narrative. Dovendo \u201csottostare\u201d a questa sorta di dettame del fumetto di genere e pressato, probabilmente, dalle scadenze da rispettare, sembra decidere consapevolmente di concentrarsi in tutto e per tutto sul disegno.<\/p>\n\n\n\n<p>Parlando pi\u00f9 precisamente dell\u2019opera, in <em>Ossa<\/em>, una delle storie contenute nel primo volume dell\u2019edizione italiana pubblicata da Star Comics con traduzione di Ernesto Cellie e Chieko Toba, <strong>la forza delle immagini \u00e8 potenziata grazie all\u2019utilizzo costante e prolungato di quello che si pu\u00f2 definire uno \u201cspioncino\u201d<\/strong>. Questo strumento grafico, utilizzato di rado in altri fumetti dell\u2019autore, viene reso come un cerchio, di dimensione variabile, al cui interno viene collocata l\u2019immagine narrativa \u2013 l\u2019effettivo contenuto semantico, se si vuole prendere una prospettiva linguistica \u2013 mentre il resto della vignetta, quando esso si presenta, \u00e8 completamente nera. <strong>Questo effetto grafico-visuale, similmente a quando si verifica nel cinema, contribuisce a conferire ulteriore energia visiva alle immagini imprimendole nella testa del fruitore.<\/strong> <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"312\" src=\"https:\/\/lospaziobianco.it\/lagrandeonda\/wp-content\/uploads\/sites\/33\/2021\/11\/orochi-imm1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-495\" srcset=\"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/lagrandeonda\/wp-content\/uploads\/sites\/33\/2021\/11\/orochi-imm1.jpg 800w, https:\/\/www.lospaziobianco.it\/lagrandeonda\/wp-content\/uploads\/sites\/33\/2021\/11\/orochi-imm1-768x300.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Lo spioncino, oltre a essere intimamente legato all\u2019atto del vedere e alla possibilit\u00e0 di osservare senza essere visti, inducendo di conseguenza un sottile feticismo nella pratica stessa, \u00e8 intimamente legato alla nascita del cinema e alla diffusione della cultura delle immagini. Il kinetoscopio, precursore del proiettore cinematografico inventato da Thomas Edison nel 1888 e sviluppato dal suo collaboratore William Dickson pochi anni pi\u00f9 tardi, prevedeva una cassa sulla cui sommit\u00e0 era presente un oculare, che funzionava come una sorta di spioncino. Lo spettatore doveva poggiare l\u2019occhio su di esso, inserire una moneta e girare una manovella per vedere il breve filmato all\u2019interno della cassa. Questa pratica era ovviamente monoculare, nettamente diversa dall\u2019osservare e leggere una vignetta con due occhi dove l\u2019effetto \u00e8 richiamato solo graficamente. Nonostante ci\u00f2, il portato filosofico-concettuale non perde di pregnanza, assumendo nuove e sorprendenti significazioni. Aaron Kerner, nel suo libro <em>Film and the Holocaust: New Perspectives on Dramas, Documentaries, and Experimental Films<\/em>, evidenzia come spesso, nel cinema, il motivo dello spioncino pu\u00f2 essere uno strumento critico per richiamare l\u2019attenzione sullo spettacolo della violenza \u2013 per esempio come succede in <em>Strange Circus<\/em> (2005) di Sono Sion \u2013 oppure un modo per integrare la stessa violenza nella narrazione senza interrompere la diegesi ((Aaron Kerner, <em>Film and the Holocaust: New Perspectives on Dramas, Documentaries, and Experimental Films<\/em>, New York, Londra, Bloomsbury, 2011, p. 37.)). <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignright size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"400\" height=\"481\" src=\"https:\/\/lospaziobianco.it\/lagrandeonda\/wp-content\/uploads\/sites\/33\/2021\/11\/orochi-imm2-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-500\"\/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Nel caso di <em>Ossa<\/em>, Umezu, in maniera controintuitiva, tende a non inserire scene particolarmente orrorifiche o violente all\u2019interno degli spioncini, ma invece momenti di riflessione, di dialogo o in cui \u00e8 necessario enfatizzare gesti significativi. <strong>Da un lato, come contraltare, questo effetto permette l\u2019aumentare della forza visiva delle splash page o delle pagine con poche ed estese vignette, che quando appaiono sono doppiamente efficaci e impattanti per le loro immagini (spesso orrorifiche e violente), per il loro livello di accuratezza (altissimo, enfatizzato anche dalla scelta delle inquadrature, che si concentrano spesso sui dettagli, e dall&#8217;assenza di dialoghi) e per il loro occupare un\u2019area pi\u00f9 ampia a livello spaziale nella pagina rispetto agli spioncini<\/strong> ((Elemento questo molto importante e spesso sottovalutato nell\u2019economia di funzionamento di un fumetto. Thierry Groensteen, <em>The System of Comics<\/em>, trad. di Bart Beaty e Nick Nguyen, Jackson, University Press of Mississippi, 2007, pp. 29-30.)). Dall\u2019altro lato, consente al lettore di speculare su cosa si celi al di fuori del campo visivo disponibile all\u2019interno dello spioncino, su cosa nasconda il \u201cfuori campo\u201d: sicuramente questo contribuisce a creare quell\u2019atmosfera ansiogena che permea la storia.<\/p>\n\n\n\n<p>Come scritto all\u2019inizio, il layout delle pagine non \u00e8 complesso. Presenta una struttura semplice evitando soluzioni e tecnicismi in qualche modo esibizionistici, cercando la massima chiarezza in conformit\u00e0 con il contesto editoriale in cui si colloca. Non mancano, come \u00e8 normale che sia, stilemi strutturali di Umezu, come l\u2019uso di cinque o sei vignette dalla forma quadrata per risolvere sequenze narrative posizionandole solitamente nella parte alta della pagina, oppure l\u2019uso di quattro o cinque vignette orizzontali, che occupano per lunghezza tutta la pagina, creando precise scelte di temporalit\u00e0 che coinvolgono il ritmo della storia e quello di lettura. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"718\" height=\"543\" src=\"https:\/\/lospaziobianco.it\/lagrandeonda\/wp-content\/uploads\/sites\/33\/2021\/11\/orochi-imm3.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-496\"\/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p><strong>Le immagini, in ogni caso, possiedono davvero una linfa vitale propria, anche grazie ad alcuni elementi visivi reiterati che portano con loro specifici temi.<\/strong> <strong>Tra questi ci sono i capelli, soprattutto associati alle figure femminili.<\/strong> In <em>Ossa<\/em>, i capelli di Chie, la protagonista, passano dall\u2019essere pettinati e ben curati poco dopo l\u2019inizio della storia all\u2019essere scomposti e scarmigliati verso la fine, mostrando sintomaticamente il mutamento nel suo carattere e il disvelamento della sua vera, perversa, natura. Il tema dei capelli non \u00e8 specifico di Umezu, nonostante lo sfrutti in modo preciso anche in altre storie come, per esempio, <em>Sorelle<\/em> \u2013 seppur non valga per Orochi stessa, la vera protagonista di tutti gli eventi, figura quasi ineffabile che spesso, pi\u00f9 che risolvere, complica le vicende nelle quali si trova immersa \u2013 ma \u00e8 invece specifico di una certa raffigurazione femminile nelle storie dell\u2019orrore giapponesi. Infatti, <strong>i discorsi culturali sui capelli come simbolo di corruzione corporea e di disgregazione della societ\u00e0 sono basati su folklore e mitologia.<\/strong> Gary Ebersole nota che, nel Giappone antico, i capelli erano associati sia alla normalit\u00e0 che all\u2019anormalit\u00e0 e che spesso erano legati alla sessualit\u00e0, al potere riproduttivo e alla comunicazione con i kami (le divinit\u00e0) e i morti ((Gary L. Ebersole, \u201c\u2019Long Black Hair Like a Seat Cushion\u2019: Hair Symbolism in Japanese Popular Religion\u201d, in <em>Hair: Its Power and Meaning in Asian Cultures,<\/em> Alf Hiltebeitel and Barbara D. Miller (a cura di), New York, State of New York University Press, p. 77.)). Inoltre, aggiunge che esisteva la credenza secondo la quale i lunghi capelli delle giovani donne avessero il potere di attrarre i kami, che fluivano in essi e vi risiedevano temporaneamente ((Ebersole, \u201c\u2019Long Black Hair\u2026\u2019\u201d, cit., p. 85.)).<br><strong>Questa fascinazione per i capelli si \u00e8 quindi diffusa e reiterata negli anni, arrivando a permeare tutta la cultura popolare dedicata all\u2019orrore, al terrore e alla paura.<\/strong> Le pi\u00f9 recenti manifestazioni in questo senso sono proliferate nel j-horror, termine ombrello che racchiude diverse espressioni del cinema horror giapponese, che avuto il suo momento d\u2019oro tra i primi anni Novanta e l\u2019inizio del Duemila. Tra i film che pi\u00f9 riprendono questo immaginario ci sono <em>Ring<\/em> (1998) di Nakata Hideo e <em>Ju-on<\/em> (2000) di Shimizu Takashi. <em>Orochi<\/em>, quindi, si pone quindi all\u2019interno di un discorso estetico pi\u00f9 ampio che coinvolge diversi ambiti e che \u00e8 stato continuamente rielaborato attraverso le continue influenze a cui \u00e8 stato esposto il manga come medium.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019attenzione del lettore, in questa opera, risulta fondamentale e la pratica di osservazione deve essere accompagnata dalla volont\u00e0 di scavare nelle immagini, senza fermarsi a ci\u00f2 che si trova in superficie, calcando percorsi non battuti e labirintici. In poche parole: rimuovere la terra e spiare i cadaveri lasciati dal segno di Umezu.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quello che mi ha colpito di pi\u00f9 di Orochi di Umezu Kazuo \u00e8 il contrasto che si crea tra narrazione e disegni, ovvero tra il \u201ccosa\u201d e il \u201ccome\u201d. Le trame hanno una struttura semplice, che tende ad affastellare vicende e dettagli descrivendo personaggi e ambientazione, impostando un tono e un registro, per poi sconvolgere il tutto verso il finale con uno o pi\u00f9 colpi di scena, a volte intuibili e altre meno. Il difetto che comporta una narrazione di questo tipo, in questo caso specifico, \u00e8 l\u2019eccessivo didascalismo, la chiarezza superflua, il \u201cmelodramma urlatissimo\u201d, come l\u2019ha definito Duluth Comics<\/p>\n","protected":false},"author":752,"featured_media":493,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"slim_seo":{"title":"Scavare buche, spiare cadaveri - La Grande Onda","description":"Quello che mi ha colpito di pi\u00f9 di Orochi di Umezu Kazuo \u00e8 il contrasto che si crea tra narrazione e disegni, ovvero tra il \u201ccosa\u201d e il \u201ccome\u201d. 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