{"id":422,"date":"2021-08-31T14:27:22","date_gmt":"2021-08-31T12:27:22","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/lagrandeonda\/?p=422"},"modified":"2021-08-31T14:27:23","modified_gmt":"2021-08-31T12:27:23","slug":"cappuccetto-rosso-giapponese","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/lagrandeonda\/2021\/08\/31\/cappuccetto-rosso-giapponese\/","title":{"rendered":"Cappuccetto Rosso giapponese"},"content":{"rendered":"\n

Fujiwara Kaoru<\/strong> e Nakamura Asumiko<\/strong> sono due tra le pi\u00f9 interessanti autrici contemporanee, sia guardando ai disegni che ai temi espressi nei loro lavori. Il fatto che entrambe abbiano adattato e rielaborato a fumetti una fiaba come Cappuccetto Rosso<\/strong> credo sia una felice congiunzione astrale che fornisce la possibilit\u00e0 di analizzare in parallelo le due trasposizioni, mostrando come in realt\u00e0 siano opere ricche di poetiche personali e suggestioni intime figlie delle menti delle due mangaka.<\/p>\n\n\n\n

La versione di Fujiwara<\/strong><\/p>\n\n\n\n

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La versione di Fujiwara \u00e8 stata originariamente serializzata in Giappone su Feel Young nel 2002, mensile pubblicato da Sh\u014ddensha sul quale sono apparse gi\u00e0 alcune delle migliori autrici degli ultimi trent\u2019anni, da Okazaki Kyoko<\/strong> ad Anno Moyoco<\/strong>, passando per Nananan Kiriko<\/strong> fino al nuovo talento del josei<\/em> Wayama Yama<\/strong>, mentre in Italia \u00e8 apparsa nel volume Il giardino dell\u2019Eden<\/strong><\/em>, pubblicato da Star Comics con traduzione di Alice Settembrini.
Fujiwara imposta fin dalle prime pagine una narrazione cupa e un\u2019atmosfera conturbante e a tratti onirica, dove l\u2019inquietudine e la tensione, soprattutto sessuale, emerge grazie al character design e alla recitazione. Infatti, i corpi resi tesissimi da una linea equilibrata e sottile diventano un mezzo per esprimere qualsiasi cosa: \u00e8 una poetica\/politica del corpo<\/strong> quella della Fujiwara, che si rif\u00e0 tanto al mondo della fotografia e delle riviste di moda (\u00e8 stata malauguratamente accusata anche di plagio per questo motivo, dovendo sospendere la sua attivit\u00e0 di mangaka per diversi anni \u2013 paradossalmente, aggiungerei, visto che il photobashing<\/em> non \u00e8 un crimine, anzi pu\u00f2 essere un modo per comunicare emozioni differenti in o con un stesso medium, come nel suo caso), quanto a un minimalismo pi\u00f9 ricercato che naturale. Seguendo questo modus operandi, asciuga i dialoghi e li riduce numericamente, affidandosi ai monologhi interiori (quindi alle didascalie), anche questi mai troppo verbosi, cercando la reazione emotiva spesso azzeccata, ma in altri casi abusata, dell\u2019abbinamento tra pagine completamente nere e singole frasi, volta a enfatizzare il momento o a creare una specie di effetto a doppia faccia: da un lato il coinvolgimento del lettore, dall\u2019altro il suo sconvolgimento emotivo. L\u2019autrice identifica idealmente il corpo come soggetto\/oggetto liminale che si muove al confine tra dolore e piacere<\/strong>, concetto presente anche nella raccolta Fetish<\/strong><\/em> (in Italia uscita sempre per Star Comics con traduzione di Alice Settembrini). D\u2019altronde si tratta s\u00ec di corpi tesi, ma anche fragili, cos\u00ec come le loro menti in bilico tra forte realismo e visioni allucinate. A questo riguardo, mi sembra interessante notare l\u2019uso che Fujiwara fa dei retini. Il loro utilizzo cos\u00ec invasivo pu\u00f2 essere letto come un tentativo di filtrare la realt\u00e0 nella finzione narrativa: quella realt\u00e0, in effetti, \u00e8 imperscrutabile e il lettore \u00e8 costretto a osservare attentamente per comprendere le motivazioni e i pensieri dietro alle azioni, scandagliando i retini fino a scovare varchi che possano aiutarlo in questo processo. I filtri diventano cos\u00ec il modo per schermare personaggi e lettori e questi ultimi possono solo limitarsi a riflettere sul ruolo e sul potere delle immagini in un mondo fittizio fatto di passione e sofferenza. Questi varchi a volte si aprono sugli stessi balloon di dialogo, facendo intravedere ci\u00f2 che si cela sotto di loro, eliminando quasi quella funzione \u201costacolante\u201d o \u201ccoprente\u201d che di solito gli si attribuisce<\/strong> (come spiega bene Thierry Groensteen<\/strong> in Syst\u00e9me de la bande dessin\u00e9e<\/em>). Se si guarda al layout delle pagine, si pu\u00f2 osservare la quantit\u00e0 ridotta di vignette, che non variano molto nemmeno nella forma a dispetto di cosa viene raccontato, fattore che favorisce i ritmi dilatati della narrazione, rendendola comunque quadrata a nonostante i gi\u00e0 accennati tratti onirici o fantastici. Fujiwara sembra concentrarsi maggiormente sulla scelta delle inquadrature, prediligendo la delineazione di profili e figure a mezzo busto e composizioni molto equilibrate che spesso potrebbero essere perfette come illustrazioni a s\u00e9 stanti, senza inficiare la sequenzialit\u00e0 propria del fumetto. Le splash page disegnate si inseriscono in questo senso in modo calibrato, conservando la loro forza figurativa, in particolar modo l\u2019ultima di esse, che corrisponde all\u2019ultima pagina del manga, \u00e8 molto evocativa e significativa per il contesto della storia: il buio che ci circonda \u00e8, in fin dei conti, quello che conserviamo nel nostro cuore; la nostra selva oscura personale \u00e8 anche l\u2019ambiente sociale o culturale in cui viviamo.
Per la storia, l\u2019autrice riprende un\u2019interpretazione gi\u00e0 nota della fiaba, ovvero quella secondo cui sarebbe una metafora della maturit\u00e0 sessuale, ma la risemantizza grazie alla sua sensibilit\u00e0 e alle sue tematiche. <\/strong>Inoltre, aggiunge allegorie visive connesse a tutto ci\u00f2, come il baco che diventa farfalla, forse leggermente didascalica, oppure il colore rosso, decisamente pi\u00f9 intrigante perch\u00e9 simbolo non delle mestruazioni quanto della verginit\u00e0 perduta.<\/p>\n\n\n\n

La versione di Nakamura<\/strong><\/p>\n\n\n\n

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La versione di Nakamura, che a differenza di quella di Fujiwara ha un titolo, My skin on my back<\/em>, \u00e8 stata originariamente pubblicata su Gothic & Lolita Bible, mook<\/em> (combinazione di magazine e book) trimestrale attivo dal 2001 al 2017, mentre in Italia \u00e8 apparsa nel volume Le th\u00e9\u00e2tre de A<\/strong><\/em> (Dynit Showcase, traduzione di Federica Lippi), che insieme a Le th\u00e9\u00e2tre de B<\/strong><\/em> compone un dittico che raccoglie tutti i fumetti dell\u2019autrice apparsi su Gothic & Lolita Bible. I contenuti del mook<\/em> sono foto di modelli e modelle in abiti gothic e lolita, accorgimenti per il trucco, presentazioni di accessori, bambole e manga, con cover spesso realizzate da artisti e artiste di talento, come Mihara Mitsukazu<\/strong> o Ikeda Riyoko<\/strong>. L\u2019influenza sul fumetto di Nakamura \u00e8 decisiva, non solo per storia e ambientazione, ma soprattutto per l\u2019atmosfera e il character design dei personaggi, elementi che probabilmente si sarebbero presentati in maniera differente se il manga fosse stato pubblicato in un\u2019altra rivista.
My skin on my back<\/em> \u00e8 una storia brevissima di sole otto pagine, numero decisamente inferiore rispetto alle trentuno di quella della Fujiwara, e infatti Nakamura va dritta al nocciolo della questione, abbinando a un\u2019atmosfera giocosa soffusa di humor nero dialoghi stringati e pochissime didascalie.<\/strong> Si tratta quindi di un ritmo spedito sotteso a un clima divertente, per nulla cupo o pesante, sottolineato anche da frasi metanarrative\/metacontestuali come: \u201cLe lolite sono cos\u00ec. Sanno di rose e fragole.\u201d, inserendo cos\u00ec la rielaborazione di Cappuccetto Rosso operata dall\u2019autrice in una struttura postmoderna precisa e chiara.
La parte grafica fa nuovamente da padrona nel regolare il funzionamento narrativo e tematico: il character design viene mutuato proprio dalle tendenze fashion della rivista in cui viene pubblicato il fumetto, tra pizzi e merletti per la protagonista femminile e deliberata eccentricit\u00e0 per quello maschile, e un capo d\u2019abbigliamento diventa il perno su cui ruota completamente la risoluzione finale. L\u2019eleganza quasi impareggiabile del tratto della Nakamura compone corpi sinuosi e forme morbide e arrotondate mostrate con una regia semi-sincopata dove si passa da primissimi piani a figure intere nel tempo di una closure, evidenziando un\u2019abile gestione dello spazio della tavola.<\/strong>
Due elementi risultano essere in comune con la versione di Fujiwara: il debito verso la fotografia e l\u2019illustrazione e l\u2019uso dei retini. Nel primo caso si tratta, come scritto precedentemente, dello studio approfondito di pose e movimenti, anche se bisogna dire che nel caso di Nakamura si nota una maggiore rielaborazione concettuale e una maggiore consapevolezza grafica piuttosto che filosofica, pi\u00f9 virata verso la funzione visiva dei corpi invece del loro significato politico in senso lato. Nel secondo caso, l\u2019uso dei retini, nonostante la stessa pregnanza, \u00e8 completamente diverso rispetto a quello di Fujiwara: Nakamura si spinge a uno smodato uso dei retini per rendere al meglio i pattern e i tessuti dei vestiti indossati dai personaggi,<\/strong> rifacendosi secondo me a un periodo decisamente precedente a livello temporale. Infatti, i retini dei vestiti, vistosi e dalle geometrie elaborate, sembrano proprio essere ispirati ai modelli komon<\/em> del periodo Edo (1603-1868), ovvero stampi di tessuti finemente decorati utilizzati per abbellire e ornare i kimono, creando cos\u00ec nel manga effetti sorprendenti e di sicuro impatto, che veicolano opportunamente tutto quanto il fumetto vuole comunicare, da dove si colloca editorialmente al senso della sua storia, andando a sostituire il colore rosso presente al principio.<\/p>\n\n\n\n

L\u2019equilibrio come chiave di volta<\/strong><\/p>\n\n\n\n

Queste due versioni di Cappuccetto Rosso risultano particolarmente interessanti non solo per similitudini e differenze, ma soprattutto nel loro rielaborare archetipi, maschere e atmosfere con sensibilit\u00e0 autoriale e tematiche personali, inserendosi nel proprio contesto di pubblicazione e riplasmandolo in rapporto a quello che viene scritto e disegnato. Quando autori e autrici lavorano su trasposizioni di opere molto famose, come in questo caso, uno degli errori pi\u00f9 frequenti e palesi \u00e8 quello di perdere la bussola della narrazione, fallendo nel trovare un equilibrio complessivo tra scrittura, disegni e tutto quello che sta nel mezzo. Gli esempi di Fujiwara e Nakamura, invece, brillano proprio per l\u2019equilibrio voluto, cercato e trovato<\/strong>, perle in un mare di adattamenti spesso banalizzanti o poco riusciti per vari motivi, al netto di altre felici eccezioni come, ad esempio, quelle dei Nishioka Ky\u014ddai<\/strong> con Kafka<\/strong> o di Moriizumi Takehito<\/strong> con Murakami Haruki<\/strong>. Si pu\u00f2 quindi tranquillamente concludere dicendo che il folto numero di intuizioni e spunti forniti dalle due versioni \u00e8 sinonimo della loro grande qualit\u00e0 sotto tutti i punti di vista, appigli nascosti ma solidi nella produzione di due ottime autrici contemporanee.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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