Lasciarsi andare: su Il lupo dei bassifondi di Tsuge Tadao

Lasciarsi andare: su Il lupo dei bassifondi di Tsuge Tadao

Leggendo Il lupo dei bassifondi (Coconino Press, traduzione di Vincenzo Filosa) mi è parso di cogliere l’essenza di Tsuge Tadao, della sua scrittura, dei temi a lui cari, dei suoi disegni. Ho notato alcuni elementi, a volte collegati tra loro a volte sconnessi, che catturano il cuore di quello che per me rappresenta l’autore, ovvero la capacità di raccontare tutto (la vita, la morte, il vuoto, la guerra, l’emarginazione, la famiglia e tanto altro) senza all’apparenza raccontare niente. Sarà un pezzo meno ragionato e più di pancia, dalla struttura meno impostata e dalla conclusione meno formale rispetto a quanto ho scritto negli articoli passati.

Partendo dalla costruzione delle tavole e dalla scelta delle inquadrature da parte di Tsuge, alcuni dettagli risaltano: l’autore spesso usa poche vignette per pagina e adotta come inquadrature dei campi medi, donando un ritmo pacato anche alle scene più concitate, mostrando le azioni e i personaggi con un certo distacco documentaristico. Sapendo della passione per il cinema di Tsuge, come anche confermato nella postfazione Duro per sempre, mi viene naturale pensare che un certo cinema della Nouvelle Vague francese e poi di quella giapponese abbia suggestionato in qualche modo l’autore nella realizzazione di queste storie, e quindi che registi come Ōshima Nagisa e Imamura Shōhei siano stati fondamentali, visto che mostrano nella loro regia caratteristiche analoghe. Interessante, per esempio, il tema del jōhatsu: letteralmente significa “evaporazione”, ma indica l’intenzionale e volontaria sparizione di una persona, che si non si presenta più al lavoro, abbandona la famiglia e nasconde la sua nuova posizione, cambiando probabilmente identità. Questo fenomeno ha colpito, e continua tuttora a colpire, la società giapponese e compare tra le storie di Tsuge, in riferimento al personaggio di Ryokichi Aogishi. Imamura ha realizzato nel 1967 il film Evaporazione dell’uomo, che parte come un documentario ma vira per svelare i meccanismi della finzione cinematografica, mentre un altro importante regista come Teshigahara Hiroshi ha affrontato il tema nei suoi film più riusciti (La donna di sabbia (1964), Il volto di un altro (1966)), grazie anche al fondamentale contributo dello scrittore Abe Kōbō.

Riguardo ai dialoghi, quelli di Tsuge sono pregni di significato, pur essendo di frequente asciutti e coincisi: ogni volta che i personaggi parlano sembrano quasi esprimere la forte necessità di farlo, indipendentemente dal contesto e dall’argomento. C’è sempre la misura delle parole, anche negli alterchi. Non so se questo venga da un grande lavoro dell’autore sulla sceneggiatura o da una sua sensibilità poetica innata, ma l’attenzione riposta in ogni conversazione lascia scossi, soprattutto vedendo la grande mole di lavori dove le parole vengono letteralmente sprecate.

In tutti i raccolti de Il lupo dei bassifondi si nota anche l’enorme tensione dei corpi in movimento, spesso così tesi da sembrare pronti a strapparsi, abbinata a scelte grafiche espressioniste che veicolano un grande lirismo, mentre confrontandola per esempio con La mia vita in barca (Coconino Press, traduzione di Vincenzo Filosa) questa tensione scompare, per lasciare spazio a gesti e azioni più pacate, segno forse di una diversa riflessione sulla vita e una diversa visione del mondo maturata con gli anni.

Il rapporto tra detriti e ricostruzione è un punto cardine di tutta l’opera di Tsuge, dalla splendida storia in due episodi contenuta in questo volume La radura dei disperati a La mia vita in barca. Sembra che da un lato, chi si isola e ricostruisce cerca di rimettere insieme i pezzi della propria vita dopo lo sconvolgimento della guerra, uno spettro costantemente (ri)evocato, soprattutto in sequenze oniriche e visionarie (a proposito della guerra e della sua accettazione passiva o reattiva da parte delle persone che ne sono state coinvolte, segnalo un bellissimo confronto del 1969 tra Tsuge e l’ex-editor di Garo Takano Shinzō tradotto da Ryan Holmberg per The Comics Journal). Dall’altro lato, però, l’isolamento diventa totale e si trasforma in solitudine, perché lo Stato e la società hanno abbandonato i più deboli, quindi creare piccole comunità di supporto, seppur tra disadattati, diventa l’unico modo per sopravvivere. Contesto socioeconomico e architettura urbana si specchiano: la seconda riflette inevitabilmente il primo e infatti è proprio la mancanza delle enormi insegne luminose del centro città, e di conseguenza l’ingombrante presenza di vicoli periferici e case in disfacimento, che segnalano il crollo emotivo e spirituale dei personaggi di Tsuge.

Nello scritto in coda al volume l’autore ammette il paradosso di essere stato affascinato sia da un poco di buono come Sabu, nella sua disperazione poetica, rendendolo quasi mitologico nelle apparizioni all’interno delle varie storie (con ripetute inquadrature dal basso per magnificarlo) e rappresentandolo di tanto in tanto nella stessa posa statuaria (vera e propria resa simbolica e archetipica), sia dal cinema americano e dai suoi eroi retti e giusti. In questa ambiguità si può rivedere probabilmente la stessa frequente indeterminatezza narrativo-temporale, a volte volutamente cercata, a volte così spontanea da lasciare sbalorditi.
Guardando il lavoro di Tsuge in maniera globale è come se emergesse una realtà triplice alla quale fa riferimento l’autore: una “realtà oggettiva” (i disegni tratteggiati molto realistici), una “realtà soggettiva” (la rappresentazione di momenti onirici) e una “realtà chiara (conoscibile) o scura (inconoscibile)” (il netto contrasto tra i neri e i bianchi, con la luce che scolpisce e modella).

Mi è stato fatto notare che le considerazioni riportate in precedenza sono impressioni personali e non dati ricavati “sul campo” frutto di una ricerca in stile accademico. Mi sembra doveroso sottolineare come il contrasto tra divulgazione e ricerca accademica sia una ferita aperta sulla quale butto manciate di sale ogni volta che voglio scrivere, ma ancora non ho trovato una soluzione a questo conflitto interiore. Questo contrasto, inoltre, è uno degli argomenti più dibattuti degli ultimi anni in ambito culturale (un esempio ce lo fornisce anche la recente vicenda di Tlon e dei gatekeepers della filosofia) e illustri personaggi dello stesso ne discutono ampiamente e quotidianamente. Questa volta, mi piace poter pensare di essermi sentito uno dei personaggi che osservano da un angolo buio le vicende leggendarie, ma tormentate, di Sabu e sentono tra quelle macerie di carta e inchiostro la costante presenza dei fantasmi che vi si aggirano e che problematizzano quella fisheriana nostalgia di un futuro perduto.