Manga Vibe e altre iniziative simili: qual è la direzione?

Manga Vibe e altre iniziative simili: qual è la direzione?

Mi sarebbe piaciuto scrivere riguardo Manga Vibe cercando di spiegare i motivi per cui è importante difendere e promuovere i manga italiani nel contesto globale contemporaneo, magari tirando in ballo il transculturalismo di cui scrive Iwabuchi Koichi nel suo fondamentale testo Recentering Globalization: Popular Culture and Japanese Transnationalism oppure l’importante raccolta di saggi curata dalla studiosa Casey Brienza e intitolata Global Manga: “Japanese” comics without Japan?, centrale per questo argomento. Tuttavia, non risulta necessario, perché Manga Vibe, nel momento in cui era stata annunciata da Shockdom, sembrava basarsi su fondamenta solide e su obbiettivi definiti, ma all’arrivo in edicola ha disatteso le aspettative e tradito le sue promesse (e premesse). Questo non riguarda tanto l’effettiva qualità delle storie, quanto tutto il resto.
Manga Vibe dovrebbe ispirarsi a Shōnen Jump, sia secondo le parole di annuncio dell’editore, sia come confermato nell’editoriale (sul quale torneremo). Procediamo per punti.

La copertina, dai colori desaturati e dal font anonimo, non riesce a comunicare quanto vorrebbe ed è molto diversa da una qualsiasi cover di Jump, sempre coloratissima, esplosiva, immediatamente riconoscibile proprio perché deve essere acquistabile da tutti.

Il formato è quello del tankōbon (13 x18 cm circa, formato standard dei volumetti manga), differente da quello più grande di Jump (18 x 25 cm), non solo nelle misure, ma anche nel numero di pagine: 180 per il primo, intorno alle 500 per il secondo. Manga Vibe non sembra pensato per essere un prodotto usa e getta, ma da collezione, e forse è per questo che il design della rivista vuole essere in qualche modo minimal.

L’editoriale è troppo povero nei contenuti, descrive brevemente cosa dovrebbe essere la rivista e la contestualizza solo approssimativamente e superficialmente, senza dare nessuna prospettiva globale sul fenomeno dei manga realizzati da autori che non sono giapponesi e senza sottolinearne il valore (trans)culturale. Fatto abbastanza strano e sorprendente, non è firmato.

Approfondimenti, interviste e dietro le quinte mancano, mentre su Jump sono solitamente presenti, anche se non è detto che non vengano aggiunti nei numeri successivi. È presente invece lo spazio dedicato al sondaggio per votare la serie preferita dai lettori.

Le storie contenute sono tre nuove e tre già edite: questa è una tra le scelte più criticabili dal punto di vista dei lettori, ma probabilmente la più conveniente sul piano economico (le storie già edite potrebbero portare all’acquisto della rivista un pubblico fedele agli/alle autori/autrici già noti/e, allo stesso tempo attirandolo con la novità di quelle inedite). Un altro fattore è la proposta del fantasy come matrice narrativa di ogni storia della rivista, scelta che da un lato vuole ovviamente catturare la fetta di mercato più ampia, dall’altro però appiattisce ogni possibile varietà. Inoltre, il fatto che sia bimestrale rende il tutto più complicato: il lettore deve aspettare due mesi per leggere la sua potenziale serie preferita, probabilmente troppo in termini temporali nonostante i naturali tempi di lavorazione che per ogni artista sono differenti.

Quantomeno dubbia, per una rivista che si ispira a Shōnen Jump, è la scelta di proporre storie con il senso di lettura all’“occidentale”. Oltre a confondere potenzialmente l’acquirente che non sa nulla sul prodotto, proponendo la lettura all’”orientale” si sarebbe potuto puntare di più sull’ibridismo dei fumetti in questione, in modo da far nascere riflessioni sul rapporto tra globalizzazione e particolarismo e tra differenza e diversità delle pratiche creative in base al contesto di provenienza.

Parlando brevemente dei fumetti, è difficile dare un giudizio soddisfacente trattandosi di brevi capitoli, ma presentano una struttura narrativa simile comune al genere a cui si rifanno (popoli in conflitto, protagonisti dal potere immenso ma che non sanno/ricordano di averlo, creature e oggetti magici, misto di momenti comici e action, ecc.), e un campionario più o meno vario di tratti e stili. Il capitolo più efficace (non è un caso sia autoconclusivo) è Sharkboy di Kitsune Yoru (pseudonimo di Noemi Pentassuglia), che non solo presenta una storia con delle buone scene di combattimento, gestite bene nel ritmo e nel bilanciamento di azione e commedia, ma anche un segno graffiante e deciso e un uso (finalmente) non spropositato dei retini.

Quello che emerge, in conclusione, è una mancanza di rischio generale, un progetto nel quale non sono stati investiti i necessari sforzi editoriali e produttivi non solo per renderlo simile al modello, con tutti i distinguo fondamentali da sottolineare (di mercato, lettori, sistema, cultura, lingua, ecc.), ma anche competitivo e d’impatto in se stesso. Ci troviamo di fronte a un’idea apprezzabile, ma senza la struttura adeguata a supportarla. Come se non bastasse poi, le riviste che cercano di emulare Shōnen Jump raccogliendo all’interno manga (ma poi cosa significa manga, per chi li produce e/o realizza? Una questione che secondo me rimane irrisolta, non approfondita dalle case editrici che si occupano di questi progetti) realizzati da autori/autrici italiani/e o europei/e, secondo me non fanno che ghettizzare i lettori, trincerandoli in posizioni inamovibili e ponendoli uno contro l’altro, come se i manga fossero staccati dal resto della produzione fumettistica mondiale, in una sorta di isolazionismo interno, fattori che contribuiscono alla frammentazione del pubblico e del mercato. Le riviste di questo tipo dovrebbero, secondo me, mostrare più coraggio e prendere una direzione personale, guardando sì ai modelli, ma al contempo sviluppando un’identità propria che le spinga verso nuovi lidi e nuovi processi di riflessione e auto-riflessione sul medium fumetto stesso.

PS: nel momento in cui scrivo questo articolo è stata annunciata un’altra rivista con la stessa impostazione, questa volta da Mangasenpai, casa editrice specializzata in euromanga, con toni alquanto polemici e provocatori verso i concorrenti, poi prontamente corretti. Ribadisco che approcci di questo tipo sono deleteri al massimo e creano un clima di competizione che si riflette automaticamente sui lettori. Oltretutto, già dalla copertina, non sembra partire con il piede giusto: la grafica è vecchia e la dicitura “top european manga artists”, con piglio arrogante, sembra voler denigrare tutti quelli che non saranno all’interno della rivista. Così non si va da nessuna parte.