La tempesta e il sacrificio: intervista con Marino Neri

La tempesta e il sacrificio: intervista con Marino Neri
Al Napoli Comicon abbiamo incontrato Marino Neri per parlare de "La Tempesta", nuova graphic novel per Oblomov Edizioni.

A quattro anni dall’ultimo lavoro, è tornato con La Tempesta, una nuova opera che continua il suo discorso sulla crescita affrontando il tema della perdita dell’innocenza e della vulnerabilità. Lo abbiamo incontrato al Napoli Comicon per parlare di quest’opera, per confrontarci con lui sulla simbologia del racconto, sulle interpretazioni che abbiamo dato alla storia nella nostra recensione e sull’evoluzione del suo stile.

La Tempesta copertinaCiao Marino e grazie per il tuo tempo. La Tempesta è il tuo nuovo lavoro, che hai definito come un racconto che parla della perdita di innocenza. Come è nata questa storia e quali necessità ti hanno spinto a proseguire il tuo percorso, che parla di storie di crescita e di cambiamento, in questa direzione?
Come premessa vorrei dire che non ho mai un pensiero programmatico sulle mie opere. Spesso mi approccio in maniera istintiva a un nuovo lavoro e da questo cerco poi di capire quale storia può nascere da questa intuizione. Naturalmente, come spesso accade, gli stessi temi a me cari tornano a galla e si crea un filo rosso che lega tutto quanto. Penso anche che quando si scrive una storia un artista debba sempre tenere le antenne dritte per captare quello che succede attorno. Per quanto riguarda La Tempesta, questa è una storia che parla di perdita dell’innocenza e che mette a confronto due modelli di uomini molto diversi ma che allo stesso tempo arrivano a una stessa conclusione, che è un vero e proprio sacrificio. In questo ho visto la possibilità di raccontare un po’ il mondo che circonda, in cui, pur partendo da posizioni lontane, si arriva poi sempre a un compromesso che prevede il sacrificio dell’elemento più debole. È una storia che parla anche di vulnerabilità e sopraffazione, elementi che si muovono in tutta l’opera.

Il personaggio di cui parli, Ferdi, è il motore che fa muovere l’intera vicenda e ha appunto una caratterizzazione funzionale a questo scopo. I protagonisti in senso stretto sono tre, ovvero il giovane Manuel, Demetrio e sua moglie Marta. Attorno a loro e quello che rappresentano si muove l’intero racconto. In redazione abbiamo parlato di quello che i personaggi rappresentano. Cosa simboleggiano per te che li hai creati?
Anche in questo caso vale la premessa fatta sopra: mi piace lasciare libera interpretazione alle mie opere, per questo non voglio dare una precisa indicazione in merito. Quando esperisco un’opera, sia essa un libro, un film o un fumetto, mi piace poter avere questa libertà di interpretazione e quindi la mia idea su questi personaggi può avere importanza quanto può non averla per un lettore. Questo si collega anche al mio approccio istintivo alla creazione di una storia, sono forse il primo a voler restare sorpreso dalla direzione che prenderà il racconto. Quello che mi piace di più di questa storia sono sicuramente le dinamiche che si creano tra i personaggi: ci sono alcuni che iniziano come contrapposti e poi finiscono per confluire sulla stessa decisione; altri invece, come Ferdi e Marta, sono vulnerabili e vittime ma si evolvono in maniera simmetrica, perché, mentre uno finisce per soccombere definitivamente, l’altra riesce a liberarsi. Come simbologia, sicuramente Ferdi è la figura del capro espiatorio, colui che è già segnato fin dall’inizio e destinato a essere sacrificato. Ferdi è l’ultimo, il matto del paese, lo strano.

Parlando di simbologia, a partire da La coda del Lupo, è evidente quanto le immagini, siano foto o dipinti, abbiano nei tuoi lavori un’importanza decisiva. Ne La tempesta hai inserito un quadro, che ritrae una donna e una tartaruga. In redazione abbiamo discusso molto su quali e quanti letture dare all’immagine del quadro e una di quelle che ci è piaciuta di più è quella in cui abbiamo ipotizzato che il quadro simboleggi in qualche modo l’emancipazione di Marta dal “monolitico” compagno. Abbiamo azzardato troppo?
Grazie per aver parlato della mia passione per le immagini, perché in effetti è una cosa che mi sta molto a cuore, questa presenza di immagini esclusivamente visive nei miei racconti. Per molti anni io ho solo dipinto e quindi sono molto appassionato di arte pittorica: mettere un elemento come un dipinto o un’immagine significa inserire un qualcosa di non completamente intelligibile, che spinge verso diverse interpretazioni. Il quadro della tartaruga introduce nel racconto una scena equivocabile: può essere quello che dici tu, ma può anche essere quello che dice Demetrio, una riflessione che sottolinea l’equivocabilità, l’impossibilità di interpretazione univoca dell’immagine, che è la cosa che mi affascina di questa scelta. Io lavoro alle storie come se fossero dei puzzle, spesso parto da un pezzo per sviluppare tutto il resto: all’inizio l’immagine ambigua doveva essere una maschera tribale, poi è diventata questo quadro che contiene al suo interno un elemento di voyerismo che è un altro tema che torna più volte nel racconto. Quando ho pensato al quadro, ho voluto introdurre un’ambiguità che riflettesse anche quella dei protagonisti, e in particolare di Manuel. Ma anche la vostra interpretazione è buona, e mi è piaciuta anche quella che avete scritto nella recensione, la scoperta della vulnerabilità del maschio. La cosa bella del fumetto, unendo parole e immagini, è creare a volte dell’ambiguità, perché l’immagine non è sempre traducibile in parole.

LaTempesta2Le tue sono storie di crescita, storie di passaggio supportate da elementi soprannaturali o mistici. Ma in questa storia la realtà, brutale e violenta, sembra non lasciare spazio al fantastico e alla possibilità di sfruttarlo come via di fuga, come accadeva ad esempio a L’incanto del parcheggio multipiano. Perché questa scelta? I tuoi personaggi stanno diventano grandi e disincantati? O lo sta diventando il loro autore?
Per me il fantastico non è mai stato una forma di escapismo o divertimento, quanto piuttosto un modo per interpretare la realtà. A volte faccio fatica a fare differenza tra reale e fantastico, anche perché nelle mie storie questo elemento onirico è sempre stato molto inserito nella realtà, spiegato attraverso il folklore (ad esempio ne La coda del lupo si resta sempre sulla soglia, non si capisce se è reale o leggendario). L’unico dove c’è un vero elemento soprannaturale è L’Incanto del parcheggio multipiano, in cui il fantasma è un personaggio letterario che fa da voce narrante. Nel caso de La Tempesta non ne ho sentito il bisogno, ma non è detto che in futuro non torni a usarlo. Va detto che ci ho pensato su e mi sono reso conto che trovo la” realtà talmente misteriosa e non intellegibile che non vedo necessità di inventare altre cose, e sto riflettendo su questo anche per altre storie future. Sto un po’ riflettendo su questo, su come sto interpretando che voglio raccontare.

Nelle tue prime storie la natura e la campagna hanno un ruolo molto forte e pervasivo, mentre in Cosmo e soprattutto ne L’incanto del parcheggio multipiano si passa a ambienti urbani. In questa storia mi sembra che i due mondi, in qualche modo, vengano in contatto e in contrasto. C’è un’apparente distanza tra esterno e interno, ma alla fine entrambi i mondi mostrano le loro crudeltà e i loro limiti. In che modo si inserisce questa storia nella tua riflessione su ruralità e urbanizzazione?
Per me il paesaggio è un personaggio della storia. Per tornare all’analogia del puzzle, spesso oltre a un elemento centrale inizio a definire anche il contorno, quindi l’ambientazione è una delle prime cose che definisco. Se penso al paesaggio come personaggio, allora diventano interessanti le sue contraddizioni. Già in passato la ruralità presentava elementi umani, magari abbandonati, che creavano questa contrapposizione. Inoltre, spesso nei miei racconti più che parlare di provincia ho parlato di periferie, un ambiente di confine che non è né carne né pesce. In questa storia i due elementi, ruralità e urbanizzazione sono estremizzati: all’inizio Manuel cammina in un contesto bucolico benchè semplice e comune; al contrario, la casa di Demetrio e Marta è modernista, molto fredda, ma ha delle finestre e delle vetrate che guardano fuori, che interagiscono con l’esterno, pur frapponendo un confine. Comunque, anche se in questo caso i due opposti sono estremizzati, come dici anche tu ci sono luci e ombre in entrambi i campi, non è facile tracciare una linea netta tra dentro e fuori, tra ruralità e ambiente urbano, ognuno presenta entrambe le cose. Anche nella parte iniziale, che è illuminata dal giorno, ho usato uno stile con molte ombre per dare una certa atmosfera “incantata”, per quanto il paesaggio sia banale.

LaTempesta3Parlando di stile, ne La Tempesta il tuo tratto mostra una evoluzione rispetto ai tuoi lavori precedenti, sia nel modo di impostare la narrazione che nel tratto, per certi versi più sintetico e asciutto. Credi che la tua attività di illustratore possa avere un qualche ruolo in questo?
Sicuramente ha avuto un’influenza. Spero che nel mio disegno sia sempre più chiara la strada verso cui sto andando, anche per me stesso. Per citare Paolo Bacilieri, autore che amo particolarmente, “per un disegnatore parlare del proprio stile è come per un equilibrista guardare il filo su cui cammina”, è una riflessione sempre un po’ critica. Però è vero che l’illustrazione mi aiuta a capire dove sto andando. Rispetto al mio stile passato adesso ho voglia di definire i personaggi con un tratto più sintetico, più fragile se vuoi, rispetto a un disegno più costruito; preferisco che il disegno sia più leggero e più fresco grazie all’immediatezza, piuttosto che avere disegni più pensati e più fissati all’interno di un’idea di bellezza, ma per questo forse meno narrativi. Io poi in questo sono abbastanza classico, lavoro prettamente in bianco e nero con un disegno calligrafico, inteso quasi alla maniera orientale, sono appassionato di autori che lavorano per sottrazione e trasformano il disegno in calligrafia, come Pratt, Mazzucchelli e così via.

Che ruolo ha invece il colore in questa storia?
In questo caso il colore accompagna la storia in maniera atmosferica. Insieme a Riccardo Pasqual, mio assistente anche in Nuno salva la Luna, abbiamo studiato palette di colori per ogni momento della giornata. C’è però un elemento che si sottrae a questo gioco, ovvero il quadro, uguale in tutte le scene: questo introduce un piccolo ruolo narrativo del colore, che prende parte quindi a quella imperscrutabilità di cui parlavo poco sopra.


Intervista realizzata il 22 aprile 2022 al Napoli Comicon

Marino Neri

MarinoNeriNato a Carpi nel 1979, è illustratore e fumettista. Dopo le Il re dei fiumi (, 2008) e La coda del lupo (, 2011), tradotti in Francia e Corea, nel 2012 vince il premio “Nuove Strade” di Napoli Comicon e del Centro Fumetto come miglior talento emergente. Ha pubblicato diversi tradotti anche all’estero: tra gli ultimi Cosmo (Coconino Press Fandango – 2016), L’incanto del parcheggio multipiano ( – 2018) e Nuno salva la luna ( – 2019) il suo primo fumetto per bambini, finalista al Premio Adersen 2020 come migliore libro a fumetti. Le sue illustrazioni sono apparse su diversi quotidiani e riviste: da Il Sole 24 ore, a Internazionale, da Le Monde a Linus, e sulle copertine delle case editrici Feltrinelli e .

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