La Russia di Doré, sì bella e perduta

La Russia di Doré, sì bella e perduta
Eris Edizioni ripubblica il capolavoro perduto di Gustave Doré: un'ampia opera a fumetti dedicata a una surreale storia della Russia, che trascende la pura satira realizzando un romanzo a fumetti di sorprendente modernità.

La Russia di Doré, sì bella e perduta_Recensioni

La storia della Santa Russia riscoperta da costituisce un fumetto di particolare interesse. L’opera, infatti, è il vero esordio artistico di Gustave Doré: nato nel 1832, l’autore aveva iniziato a occuparsi di disegno umoristico a partire dai 15 anni, nel 1847, su La caricature, mentre si formava presso il Louvre.

La sua attività di illustratore era poi iniziata nel 1853 sulle opere di Byron, ma è questo fumetto umoristico dedicato a una satirica storia della Russia – composto in occasione della Guerra di Crimea – a portarlo alla prima notorietà nel 1854. Sulla scorta di tale successo ottiene, lo stesso anno, l’incarico di illustrare il Gargantua e Pantagruel di Rabelais e una raccolta di racconti di Balzac.
Questi due lavori consolidano il suo successo, e giungono così gli incarichi per le opere più celebri: il Don Chisciotte di Cervantes e la Commedia di Dante Alighieri nel 1861, la Bibbia nel 1864. Nel 1867 conclude tale esperienza di illustratore per dedicarsi alla pittura, ma è il suo raffinatissimo lavoro di incisione a farlo ricordare, specialmente le illustrazioni dantesche, che resero Doré l’incisore per antonomasia.

Appare quindi molto significativo che, sebbene sia un elemento poco noto, la sua carriera artistica si fondi su un fumetto ed è altrettanto rilevante il fatto che si tratti di un fumetto profondamente maturo nel linguaggio.
I rudimenti del linguaggio fumettistico erano stati codificati dall’illustratore svizzero Rodolphe Töpffer (1799 – 1846), da poco scomparso all’atto di quest’opera di Doré. Ma Töpffer, apprezzato anche da Goethe per il potenziale futuro della sua nuova arte, è appunto l’inventore di un linguaggio seminale, sviluppato soprattutto su una dimensione breve. In Doré, invece, il linguaggio non è solo usato su una dimensione ampia in modo pienamente consapevole, ma dimostra un utilizzo raffinato del medium che comunemente si associa a una età molto più avanzata, ormai postmoderna.

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La prima tavola inizia con una vignetta in total black, seguita da una in cui i contorni dell’immagine cominciano a formarsi lievemente, prima di dare inizio alla narrazione vera e propria. E non è una sottigliezza isolata: dopo una pagina su tre strisce, con un montaggio tutto sommato “classico” (ma, appunto, in grande anticipo sui tempi), la terza tavola presenta una pagina di testo che viene annullata dall’inchiostro che cade sulla carta, lasciando uno spazio che il lettore è chiamato a riempire a suo piacimento.

L’unico parallelo possibile viene con un autore letterario come Laurence Sterne (1713-1768) che nel suo Tristram Shandy (1767) aveva rielaborato il romanzo con analoghe modalità sperimentali. Ma il romanzo era un medium ormai bene o male avviato da secoli, dal romanzo picaresco in poi. La modernità della decostruzione di Doré è più spiazzante nell’assenza assoluta di riferimenti in altri romanzi a fumetti.

L’umorismo deliziosamente velenoso dell’autore prosegue sfruttando magistralmente l’effetto di una surreale accumulazione con vignette che generano delle iterazioni sempre più assurde nel ripetersi di dinastie e conflitti interni alla nazione.

C’è, naturalmente, l’intento sardonico verso il tronfio impero russo (l’autoproclamata “terza Roma”), bellicoso e, dalla prospettiva della civilissima Parigi, quasi barbaro, ma il gusto dell’affabulazione prevale sulla satira e le assurde vicende diventano affascinanti in sé. Le singole scene non sono separate da vignette precise, ma la loro valenza di unità minime della narrazione è chiarissima, e si usano tutte le moderne composizioni della griglia regolare: splash page, quadruple, singole vignette e tavole a sviluppo orizzontale e verticale. Non vi sono balloons e il testo viene sviluppato come didascalia, senza però appesantire lo svolgimento della narrazione: l’accurato lavoro di traduzione è di Boris Battaglia, che ha elaborato al proposito una approfondita riflessione (leggibile qui).

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Per quanto le tavole siano realizzate come incisioni, e quindi tecnicamente vicine al Doré illustratore, siamo molto lontani dal gusto ricercatissimo per cui divenne noto nelle sue acqueforti. Il segno infatti è estremamente più vario, spesso sintetico fino quasi a divenire a suo modo astratto, con una impressionante attenzione all’efficacia espressiva e al dinamismo delle scene, a scapito del gusto tradizionalmente caricaturale che ci si aspetterebbe di trovare.

La dotta postfazione di Guillaume Dégé sottolinea il parziale debito con Lettere dalla Russia di De Custine, che racconta la Russia del 1839 a una Francia incuriosita (e indispettita) dalla nazione che ha distrutto Napoleone nel 1812. In seguito, per la distensione del Secondo Impero di Napoleone III con gli Zar, l’opera di Doré cadde sotto gli strali della censura che colpiva – per altre ragioni – Flaubert e Baudelaire.

Questo può avere contribuito alla dimenticanza dell’opera nell’immaginario fumettistico: troppo isolata, troppo innovativa e quindi troppo eclettica rispetto a un percorso che vede invece prevalere le brevi storielle di bambini terribili come Max e Moritz (1865) di Wilhelm Busch, preparatorie dei primi fumetti di Yellow Kid (1895) e soci.

Oggi però che il fumetto ha da tempo dato piena dignità anche al romanzo fumettistico, la riscoperta di questo capolavoro fondativo diventa, più che importante, essenziale.

Abbiamo parlato di:
La storia della Santa Russia
Gustave Dorè
Traduzione di Boris Battaglia
Eris Edizioni, 2018
120 pagine, brossurato, bianco e nero – 25,00 €
ISBN: 9788898644544

 

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