La forza dell’interiorità: intervista a Giulio Rincione

La forza dell’interiorità: intervista a Giulio Rincione
Abbiamo intervistato Giulio Rincione, autore di opere come Paranoiae, Paperi, Condusse Me e disegnatore di storie per Bonelli e Disney. Abbiamo parlato con lui delle sue influenze stilistiche, della potenza che si nasconde dietro la crudezza e la geometria del suo tratto visivo.

Approfittando di un incontro con il pubblico avvenuto presso la fumetteria Latitudine 42 di Aprilia (LT), abbiamo intervistato , uno dei più promettenti giovani autori di fumetti italiani.

giuliorincione2_Interviste Ciao Giulio, benvenuto su Lo Spazio Bianco.
Il tuo è uno stile davvero particolare che definisce una precisa ricerca di un tratto peculiare e identificativo. Da dove nasce questa ricerca e cosa contraddistingue la scelta di un linguaggio visivo così incisivo?
Ho frequentato la scuola di fumetto a Palermo dal 2009 al 2012 essendo molto interessato al fumetto, ma non sapendo disegnare quasi nulla. Così ho iniziato a esercitarmi e nel corso dei tre anni ho immagazzinato una serie di informazioni utili al creare fumetti. Non riuscivo però a uscire fuori una mia personalità stilistica.
Durante il terzo anno di studi un mio compagno di corso mi fece vedere Metal Gear Solid disegnato da Ashley Wood e ho avuto un’illuminazione: si può disegnare anche infrangendo le regole, qualcuno lo ha già fatto. Da uno stile bonelliano sono passato ad approfondire autori come Kent Williams.
Ho quindi cominciato a ricercare un gusto personale sperimentando con le linee, il colore e soprattutto la geometria, una componente fondamentale del mio lavoro: ho cominciato a dissacrare le regole che avevo imparato.
Mi è sempre piaciuto manipolare le regole dopo un’attenta conoscenza delle stesse. Una peculiarità dei miei disegni sono ad esempio le prospettive piatte, sebbene io adori la prospettiva! Mi piace pensare che questo sia soltanto un viaggio, lavoro dopo lavoro continuano a cambiare delle cose nei miei disegni: a volte sono piccoli accorgimenti, utilizzare un colore in più, una linea in più, avolte sono lavori di sintesi. Mi piace pensare che la mia ricerca personale non si esaurisca qui.

Inizialmente, nei primissimi lavori editoriali, ti occupavi principalmente del comparto visivo, mentre tuo fratello Marco della parte letteraria, della sceneggiatura. Nei tuoi ultimi volumi assistiamo invece a opere interamente concepite da te. Come è stato il passaggio da autore dei disegni ad autore completo?
In realtà io ho cominciato come autore completo. Le prime storie che ho fatto per il collettivo Pee Show sono state Storielline e poi Paranoiae, entrambe scritte e disegnate da me. In realtà Marco è subentrato dopo per un motivo abbastanza particolare. Mio fratello ha sempre scritto: quando ho iniziato Paranoiae frequentava ancora l’università, ma a un certo punto ha deciso di lasciare gli studi e dedicarsi unicamente alla scrittura e si è unito a me che disegnavo fumetti. Avevo già iniziato Paperi, quindi c’era la necessità di fare un libro su queste storie, ma io non me la sentivo e non avevo la sensibilità necessaria per parlare di Paperugo, così chiesi a Marco di sceneggiare una storia insieme. Il passaggio è stato un po’ complicato all’inizio, però c’era un dialogo positivo, una discussione condivisa del soggetto che poi lui sviluppava in sceneggiatura. Ricordo che in Paperi ho assistito all’evoluzione di mio fratello come sceneggiatore: quando iniziò non aveva idea di quali fossero i termini tecnici della sceneggiatura a fumetti. Sono quindi stato più libero in Paperugo di decidere la regia e il taglio delle inquadrature, perché Marco scriveva un testo con i dialoghi senza dividerlo in vignette. Già in PaperPaolo mi consegnò una sceneggiatura magistrale corredata dai termini tecnici.
Personalmente preferisco lavorare come autore completo, soprattutto perché il mio rapporto con i testi è un po’strano, in quanto io catalogo all’inizio del libro una serie di scene che voglio disegnare, non preoccupandomi molto della storia: i miei fumetti hanno una trama labile, o per meglio dire interpretabile, non è una storia che deve avere una coerenza. Quindi comincio mettere in fila una serie di cose che voglio disegnare, per poi cominciare a realizzare le tavole senza scrivere i testi, senza uno storytelling preciso. So quello che succederà, ma non so quello che diranno i personaggi. Dopodiché mi metto davanti al computer e inizio ascrivere senza le tavole davanti, cercando di ricordare quello che ho disegnato, ma se lo dimentico è meglio, perché più sono separati i testi dai disegni, meglio è. Puoi scrivere anche due storie parallele, in base a quello che fai sentire al tuo personaggio e in base a quello che gli fai dire. Però a livello di comodità è più facile disegnare e basta!

paperi-giulio-rincione-e1573134140193_Interviste Lo spessore psicologico dei tuoi racconti si mescola con la crudezza visiva. Spiegaci quali sono i punti in comune tra la violenza dei moti dell’animo e la violenza del tratto disegnato.
La geometria. Essa rappresenta il concetto principale intorno al quale ruota tutto. Nel momento in cui sono convinto che tutto quello che ci circonda a livello di esistenza, e di conseguenza le figure, hanno una forma geometrica di un certo tipo e avendo basato tutto il mio disegno sulla geometria è come se essa fosse l’origine di tutto l’universo. Quando penso alle figure geometriche penso al triangolo, come prima forma semplice, che ci riporta alla simbologia religiosa. Il triangolo non è però una figura che suscita comodità, è spigolosa, acuminata, non ha curve: questo significato lo faccio scindere nella narrazione che spesso risulta cruda, e soprattutto nel disegno, che è scevro da curve. E poi è una mia indole personale, perché mi rendo conto che a livello di ritmo ho sempre avuto questa forma di tecnica, sono sempre stato convinto del fatto che ogni persona abbia le sue onde all’interno, ognuno con una frequenza diversa. Io passo da un estremo all’altro e ciò si traduce in questo tipo di disegno.

So che mentre disegni ascolti determinati brani musicali in base alle fasi creative e alle opere che stai realizzando. La musica è funzionale per il tuo lavoro, funge da accompagnamento o è la matrice di alcuni passaggi narrativi?
Io non sono un musica-dipendente. Quando disegno su sceneggiatura di qualcun altro, solitamente non ascolto musica, magari ascolto dei podcast o interviste che mi tengono compagnia. Se lavoro su qualcosa di mio devo immergermi di più, soprattutto nella fase di storyboard iniziale. Ascolto musica nel momento in cui devo immaginare le scene, essa mi aiuta a pensare a tagli di inquadratura e a colori differenti. E poi ci sono i capisaldi che mi accompagnano durante il lavoro: ad esempio in Condusse Me ci sono stati i Low che sono stati molto importanti per lo sviluppo del lavoro. E poi ci sonodei rituali: quando sto per finire il lavoro giornaliero ascolto il terzo concerto per pianoforte di Rachmaninov che mi accompagna verso la fine della giornata lavorativa.

I tuoi fumetti preferiti, quelli che hanno inciso nella tua carriera fumettistica e nella tua vita in generale?
Direi The Fountain di Kent Williams, Cages di Dave Mckean che è sempre stato il mio punto di arrivo, sia dal punto di vista narrativo che per quanto riguarda i disegni. Questi sono i due capisaldi, ma mi piacciono molte altre cose. Al terzo posto metterei Esterno notte di Gipi per la tecnica utilizzata, la monocromia blu, che come impatto visivo è spettacolare.

I temi delle tue opere sono sempre molto attuali, forti e particolarmente delicati, penso a Paperi o Paranoiae. Quanto c’è di personale in queste storie e quanto pensi possano essere incisive per la società?
Tutto quello che scrivo e disegno ha un fondamento di verità. Paranoiae nasce ad esempio a seguito di una relazione sbagliata: alla fine del percorso ce l’hai con te stesso per aver tradito quei principi in una forma di apatia, come se non riuscissi più a vederti. Prendo quindi il nocciolo di una sensazione semplice e gli creo intorno una fantasia narrativa. Se fai l’autore e devi raccontare qualcosa agli altri, sei condannato a vivere le esperienze al doppio dell’intensità, per poterle raccontare a qualcun altro.
In Paperi ho toccato temi che affliggono la società: la depressione quella vera, l’abbiamo sfiorata un po’ tutti. Le altre tematiche sono state completamente inventate.
Vite di carta parte da un presupposto reale, la sovraesposizione ai social network, la sensazione di essere arrabbiato con tutti perché condividono la loro vitacon tutti. Nella realtà potremmo chiudere i social, ma ho scelto questo presupposto nella storia per creare dei superpoteri che permettessero al protagonista di vedere la vita di tutti quanti solo entrandoci in contatto.
Condusse me è completamente riferito alla mia vita, ma ho cercato di frammentarlo il più possibile, di mettere in scena delle sensazioni che siano condivisibili con tutti. Le persone per quanto diverse provano sentimenti simili, basta trovare il punto di congiunzione, frutto delle stesse reazioni chimiche. Il mio intento è quello di dare lo spunto ai lettori, di comunicarmi quello che provano durante la lettura dei miei libri.

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Hai lavorato principalmente a progetti personali o con una vocazione che potremmo dire autoriale, ma non sono mancate collaborazioni passate e future a opere mainstream come con Sergio Bonelli Editore, tra Orfani e prossimamente,Dylan Dog: cambia qualcosa nel tuo metodo di lavoro o nel tuo stile in queste occasioni?
Per quanto riguarda Bonelli non è cambiato nulla. Ricordo di aver iniziato con qualche pagina di Orfani ed ero preoccupato di realizzarla nel migliore dei modi, con disegni precisi e puliti, essendo un prodotto da edicola, seriale. Roberto Recchioni,viste le prime tavole, mi chiese cosa stessi combinando. Avevano chiamato me per realizzare delle tavole diverse dal solito, originali. Quindi non ho avuto né un limite né una correzione sostanziale, perche mi facevano giocare con i disegni.
Discorso diverso quello che sto portando avanti con Disney e di cui non posso parlare, ma lì sto scendendo a compromessi soprattutto con quella che è la deformazione dello stile. È molto visibile il mio tratto, ma le proporzionie le luci si vanno a perdere. Sono dei compromessi che puoi accettare o meno, valutando quali sono i vantaggi e gli svantaggi.

Ringraziamo Giulio Rincione per il tempo dedicatoci.

                                                                                                                           Intervista realizzata dal vivo il 19/10/2019

Biografia di Giulio Rincione

Giulio Rincione (in arte Batawp) illustratore, colorista ed insegnante di fumetto classe 1990, è uno dei nomi più riconoscibili ed apprezzati del fumetto italiano contemporaneo. Nel 2013 fonda il collettivo Pee Show insieme ai fumettisti Prenzy (Francesco Chiappara) e Luciop (Lucio Passalacqua), con i quali realizza Storielline: questa esperienza sarà fondamentale per la maturazione del suo tratto. Nel 2014 inizia la sua collaborazione con la casa editrice , con la quale pubblica Noumeno. Un thriller quantistico, Paranoiae, Paperi, Vite di carta, Condusse me. Collabora con Disney e con Sergio Bonelli Editore: per quest’ultima firma alcuni numeri di Orfani e Dylan Dog. È docente presso la Scuola Internazionale di Comics di Napoli.

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