Kamandi: l’inno di Jack Kirby alla libertà

Kamandi: l’inno di Jack Kirby alla libertà
Per celebrare il centenario della nascita di Jack Kirby, RW Lion pubblica l'omnibus di "Kamandi", lunga avventura post-apocalittica ricca di pathos.

Il 28 agosto del 1917, a New York, nasceva . Tra le celebrazioni per il centenario spicca anche la pubblicazione in due volumi di Kamandi – L’ultimo ragazzo sulla Terra da parte di , fumetto della che ha tenuto impegnato il Re a partire dal 1972.

kamandi1-cover-e1506966826463_Recensioni Non deve spaventare la mole di questo primo cartonato di oltre quattrocento pagine, perché racchiude venti storie avvincenti e brillantemente disegnate, capaci di catturare l’attenzione e di catapultare il lettore nella “Terra D.D. (dopo il disastro!)“.
Dopo aver fornito con estrema sintesi la coordinata temporale, Kirby disegna una mappa per collocare nello spazio la vicenda: il suo mondo post-apocalittico non è più quello che conosciamo, al punto che a nord-est di Alaska e Canada è affiorato un nuovo continente montuoso.

Se le differenze si limitassero a una geografia reinventata, allora l’invito a riflettere sui cambiamenti ecologici presente all’inizio dell’undicesimo capitolo suonerebbe pomposo. Invece è necessario fare i conti con la mutazione che non riguarda soltanto la vegetazione ma anche, e soprattutto, gli esseri umani, dal momento che questi non esistono più con l’accezione di significato a cui siamo abituati.

C’è un’eccezione, basti pensare al titolo dell’opera, confermato da un paio di didascalie: Kamandi è “l’ultimo sopravvissuto della normale umanità razionale e, dopo aver distrutto un aereo militare, esclama: “D’ora in poi dovrà essere questo il mio compito! Far sì che gli umani abbiano una seconda occasione!“.

Nel corso dei capitoli raccolti nel primo omnibus il ragazzo dai lunghi capelli biondi si sente disperatamente solo, non tanto perché non incontra altri individui, ma perché questi sono diversi da lui: la razionalità non è più il tratto distintivo degli uomini, ormai regrediti allo stato di bestie selvatiche, ma è diventata esclusivo appannaggio degli animali. Un tempo considerati creature inferiori, tigri, leopardi, gorilla, puma e ratti pensano, parlano, si organizzano in società e agiscono senza limiti di sorta. Arrivano al punto di stupirsi di fronte all’eloquio di Kamandi e non si capacitano del fatto che costui non accetti la condizione di cucciolo da compagnia o di schiavo da soma.

Dopo aver fatto luce sul contesto, cerchiamo di entrare nella storia, prendendo a titolo d’esempio proprio il primo capitolo, dal quale si possono estrapolare due schemi di diversa natura, formale e narrativa.

L’ultimo ragazzo sulla Terra si apre con una tavola a tutta pagina che ci mostra subito il protagonista mentre svolge un’azione. Sopra di lui leggiamo una breve introduzione dell’autore e il titolo, accompagnato dalla dicitura “Capitolo uno“. Queste due parole non si riferiscono alla numerazione della serie, bensì alla ripartizione interna della storia stesso. Infatti, durante la Silver Age dei fumetti, era consuetudine suddividere ogni albo in tre o quattro atti.
Tale scansione è lo specchio dello sviluppo della vicenda. Ogni segmento ha un inizio e una fine, ma per acquisire un senso realmente compiuto deve essere inserito nella continuità della serie. Non siamo, quindi, in presenza di tanti one-shot, sebbene la maggior parte dei capitoli offra lo scioglimento della microtrama sviluppata all’interno.

Osservata e letta la prima grande vignetta, si spalanca davanti agli occhi una doppia splash-page, raffigurante una New York sommersa, ma riconoscibile perché affiorano le punte dei grattacieli e la Statua della Libertà. Benvenuti nel mondo dopo il disastro“, sembra dirci Kirby. Desiderosi di vedere, seguiamo la “piccioletta barca” di Kamandi e, voltando pagina, sempre scortati dalle didascalie del Re, troviamo la classica struttura su tre strisce che ricorre in buona parte dell’omnibus. La disposizione si rivela comunque duttile, perché l’autore non si limita alla gabbia 3×2, ma varia giocando col numero delle vignette.

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Passiamo al secondo livello, quello narrativo, e anche in quest’ambito è sufficiente il primo capitolo per individuare il paradigma che trova conferma albo dopo albo. Sintetizziamo: mentre il protagonista sta svolgendo un’attività all’apparenza priva di rischi, la situazione diventa improvvisamente pericolosa con l’apparire di animali antropomorfi. Dopo un breve confronto verbale o fisico l’eroe che indossa solo dei pantaloncini blu viene catturato e sottoposto a una prova dalla quale esce solo parzialmente vincitore, anche grazie all’intervento tempestivo dei comprimari.

Leggendo queste ultime righe, tenendo a mente quelle d’esordio in cui si parlava di “storie avvincenti” e “capaci di catturare l’attenzione”, sembra logico riscontrare una contraddizione: come può questa lunga avventura offrire un intrattenimento di qualità se viene raccontata in modo tanto ripetitivo?

La prima risposta chiama in causa il ritmo: è costantemente elevato. Le sequenze si susseguono senza pause, in ogni pagina succede qualcosa di rilevante, c’è sempre almeno un elemento che spinge a proseguire la lettura per saperne di più, per indagare, per capire se lo schema di cui si è parlato può essere bruscamente interrotto.

Il meccanismo ricorda vagamente i videogiochi della categoria picchiaduro a scorrimento. Al momento della scelta del personaggio da telecomandare abbiamo come opzione il solo Kamandi, ma possiamo contare sull’aiuto di forzuti quali Ben Boxer e il suo collega Renzi, due uomini nucleari, e di improbabili alleati come Tuftan, il figlio del re delle Tigri. Pensano loro a coprirci le spalle mentre, attraversando parte del nuovo mondo, dal Nevada alla città che un tempo si chiamava Chicago, ci imbattiamo senza tregua in animali tanto civilizzati quanto dotati dei peggiori difetti umani. Prima o poi deve arrivare il “boss” di fine gioco, intanto saliamo di livello e aumentiamo le statistiche delle nostre abilità.

Per innalzare il tono dell’argomentazione si può citare la drammaturgia antica, in particolare la commedia plautina. Nella Roma repubblicana, grazie al prologo, lo spettatore veniva a conoscenza della trama della rappresentazione alla quale avrebbe assistito, finale compreso. Più del “cosa” importava il “come”: in che modo il servus callidus avrebbe raggirato il lenone per liberare la ragazza di cui si era invaghito il suo padroncino? Cosa si sarebbe inventato? Quali stratagemmi retorici avrebbe utilizzato?

Mutatis mutandis, Kirby procede con modalità analoghe. Con il titolo dei capitoli fornisce alcune informazioni riguardanti lo sviluppo o la minaccia, salvo poi depistare con anfibologie creative. Il lettore si chiede quale sia l’identità del “Bandito con un braccio solo” o del “Divoratore” e, proprio quando gli sembra di averla intuita, scopre di essersi lasciato ingannare.

La fonte presso la quale l’autore attinge per ispirarsi è inesauribile, poiché spazia dal cinema – sono evidenti i richiami a Il pianeta delle scimmie e a 2001: odissea nello spazio (a cui il Re ha anche dedicato un fumetto), solo abbozzati quelli a Metropolis e a King Kong – all’Antico Testamento, passando per l’epica arcaica, con le guerre e i lunghi viaggi, e la mitologia più moderna.

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Ancora, a imprimere ulteriore forza al racconto sono i comprimari. Non si può affermare che tutti i personaggi che circondano Kamandi siano interessanti, ma certamente nessuno lascia indifferenti. La bella e gentile Fiore, l’ingenua Spirito, il burbero Cesare, il risoluto Ben Boxer e perfino il viscido Reietto riescono ad accendere la nostra curiosità, invitandoci a empatizzare con loro, se possibile per capirli, altrimenti per odiarli, tanto non se la prendono a male, anzi ne fanno un vanto. I nemici, oltre a crogiolarsi nella loro supponenza, si esprimono con minacce, spiegazioni di piani d’azione e dichiarazioni d’intenti.

Infatti, la voce di Kirby, più che nei dialoghi, risuona nelle didascalie e nelle righe che introducono le nuove sequenze, sintetizzando fatti già accaduti e preannunciando sviluppi futuri. Con abbondanza di aggettivi, ripetendosi e lanciandosi in arringhe che culminano nel climax, lo sceneggiatore commenta e guida il lettore nella saga epica di sua creazione.

Allo stesso tempo, tanta magniloquenza rischia di risultare ostica per un lettore di oggi e, se si vuole spaccare il capello, si può individuare proprio nello stile kirbyano l’unico elemento che risente degli anni trascorsi dalla stesura dei testi. Ma forse risiede anche in questo aspetto parte del fascino dell’epica. Così, il tono è solenne, il registro è elevato, la costruzione formulare e il pathos palpabile, manca solo l’esametro. Se i cuori di Iliade e Odissea sono rispettivamente la guerra e il viaggio, Kamandi è un inno alla libertà, condizione felice che non appartiene più all’uomo, così come la civiltà.

Benché talvolta abbia l’impressione di lottare contro i mulini a vento, l’eroe eponimo non si rassegna, non accetta di essere imprigionato, tantomeno di essere considerato un fenomeno da circo. Nel vitalistico agire del protagonista individuiamo il messaggio di Kirby, quell’anelito all’autonomia e alla libera espressione per le quali si è battuto durante la sua carriera.

Libertà, creatività e potenza. Il terzo termine si accompagna inevitabilmente ai disegni dei venti capitoli, perché, grazie al loro impatto, veniamo risucchiati nella storia. I personaggi de L’ultimo ragazzo sulla Terra vivono in modo genuino le loro emozioni, si potrebbe dire che spesso le provino senza il filtro della ragione, soprattutto nel caso degli animali antropomorfi e dell’impulsivo Kamandi. Il dramma, la tristezza, la frustrazione, gli scatti d’ira, l’illusione e la disillusione si manifestano attraverso gli occhi, le espressioni dei volti spigolosi e le contrazioni nervose dei corpi.

Pekamandi-stretta-e1506971548888_Recensioni r creare quest’elevato grado di immedesimazione è determinante proprio il segno robusto e cinetico di Kirby, con una sorta di elettricità che non viene meno neppure durante gli scontri fisici raffigurati. Infatti, nelle sequenze d’azione la ricercatezza solitamente riservata alle ambientazioni scompare e dalle macchie di colore emergono i combattenti, colti mentre vibrano colpi mortali.

La stessa attenzione profusa per consentire a tigri e orsi di muoversi e recitare con naturalezza come uomini si ritrova nelle creazioni tecnologiche, marchio di fabbrica del disegnatore. Macchinari, tubi, ampolle, bobine presentano un design futuristico con un’increspatura esotica, quasi ancestrale, e sono frequentemente presenti nel racconto, diventando talvolta ridondanti. Sicuramente non troviamo la ripetitività quando guardiamo alle scenografie: visitiamo la New York sommersa, il deserto del Nevada e il Campidoglio, assistiamo a combattimenti nell’arena, a fughe in labirintici cunicoli e a battaglie nei cieli.

Il compito di rifinire le tavole, curandone l’inchiostrazione, è stato affidato a Mike Royer (dal diciassettesimo capitolo sostituito da D. Bruce Berry) che ha firmato anche l’introduzione del primo omnibus americano ripresa da RW Lion per il proprio volume. Royer fu molto stimato da Kirby, perché era capace di completare “le sue matite fedelmente con la china“. Il risultato del lavoro sinergico è palese nel bilanciamento tra i colori accesi e il nero, utile per dare spessore alle figure e per creare un cono d’ombra da cui si staccano i particolari.

Terminata l’analisi, sicuramente incompleta perché si è cercato di osservare da vicino un’opera imponente tanto quanto la storia e la personalità del suo autore, non resta che ricordare che questo cartonato conclude solo il “primo tempo” della lunga trama tessuta dal Re.
L’auspicio è di trovare nel proseguo altrettanti colpi di scena e momenti drammatici, accompagnati da rivelazioni e, soprattutto, dalla rottura di quello schema a cui si faceva riferimento.

Abbiamo parlato di:
Kamandi – L’ultimo ragazzo sulla Terra Vol #1
Jack Kirby
Traduzione di Francesco Vanagolli
RW Lion, settembre 2017
448 pagine, cartonato, colori – 49,95 €
ISBN: 9788893519717

2 Commenti

2 Comments

  1. Mario Atzori

    Mario

    10 Ottobre 2017 a 12:22

    Detto da uno che Kamandi l’ha letto ai suoi tempi, mese per mese, nel secondo volume non troverai nessuna “rottura dello schema”. Kamandi non è una Graphic novel, è un fumetto seriale come lo erano Thor o Fantastic four nella gestione Kirby. Tanti racconti brevi legati da una comune ambientazione e personaggi ma che non portano ad una conclusione. Questo non è il “primo tempo” se ti sono piaciuti bene ma non aspettarti un finale per giudicarli perchè non ci sarà come non c’è per Thor o i Fantastic four.

    • la redazione

      la redazione

      9 Novembre 2017 a 11:41

      Grazie per l’intervento Mario! Sappiamo che quando si parla di The King ti invitiamo a nozze!

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