Joker di Todd Phillips: da supercattivo dei fumetti ad archetipo culturale

Joker di Todd Phillips: da supercattivo dei fumetti ad archetipo culturale
Una riflessione su come il film diretto da Todd Phillips e interpretato da Joaquin Phoenix, ignorando le dinamiche del classico cinecomic, rappresenti un potenziale punto di svolta nel dialogo tra fumetti e cultura di massa.

Da qualche settimana tutti, dai critici ai blogger agli utenti dei social, parlano di , il film di che, dopo il Leone d’Oro a Venezia, pare aver lasciato un’infinita scia di sensazioni positive. L’attenzione si è focalizzata – meritatamente – sulla prova d’attore di , il cui volto emaciato e la danza scomposta sulla scalinata sono riusciti a diventare iconici nel giro di pochi giorni. Eppure il successo del film nasconde qualcosa di più di una buona storia e di un bravissimo attore: si tratta probabilmente di un vero e proprio punto di svolta nel lungo e spesso tortuoso cammino dei fumetti all’interno della cosiddetta “cultura pop”.

Joker: la dolorosa risata di Joaquin Phoenix e Todd Phillips

Partiamo da un assunto facile: Joker è un film diverso dai classici cinecomic, e fin qui se ne sono accorti tutti. Ma cosa lo differenzia rispetto ad altri lavori di pur pregiatissima fattura come, tanto per citarne uno, Il cavaliere oscuro?

La risposta sta nella natura stessa del film e nell’uso del personaggio. Non un reboot, non uno spin-off, ma un film in cui la nemesi di Batman è un pretesto. Il vero intento non è raccontare le origini del supercattivo. La sua faccia triste, la sua follia, la risata straziante sono piuttosto un veicolo che porta gli autori a parlare di tutt’altro, di una società malata, di un populismo dilagante, di un’idolatria fin troppo facile nei confronti di catalizzatori di negatività, di odio, di violenza.

Il “distacco” dal classico cinecomic è sottolineato da numerosi particolari: innanzitutto il nome di Joker, quell’Arthur Fleck mai apparso in nessun fumetto né film precedente, e poi la storia, scritta ex novo e non l’adattamento di una saga già pubblicata (come accaduto ad esempio per il bellissimo Logan). Lo stesso Joaquin Phoenix in un’intervista prende le distanze dagli altri Joker:

Mi ricordo benissimo Jack Nicholson nel Batman di Tim Burton. E il bravissimo Heath Ledger. Ma ho preferito prepararmi senza fare riferimento a nessun lavoro precedente, neanche ai fumetti o serie tv. Volevo creare il mio Joker. Che fosse frutto della mia immaginazione. O della mia pazzia.

Dichiara invece di essersi ispirato a Ray Bolger, lo spaventapasseri del film Il mago di Oz, un personaggio che per la sua bonarietà sembra somigliare ben poco a Joker e che Phoenix si è “riscritto” secondo le sue esigenze di attore.

Tutto ciò sembra insomma volerci dire che il Joker che stiamo vedendo è un altro. Non è il genio del male che abbiamo imparato a conoscere altrove. Arthur è una vittima dei suoi traumi. A trasformarlo in un uomo violento è la stessa violenza che lo circonda e che subisce quotidianamente. Ad acclamarlo come supercattivo, sono le stesse persone che l’hanno maltrattato e reso folle.

L’intuizione di Phillips sta nel raccontare la sua cupa visione del mondo servendosi di Joker non come personaggio di un fumetto, ma come un vero e proprio archetipo culturale. Questa scelta fa sì che la storia funzioni anche al di là di Joker stesso, basta notare quanto il film sia stato amato anche da chi non ha mai sfogliato un fumetto in vita sua.

A livello mitologico e letterario non è certo un’operazione nuova, da sempre il cinema e il teatro ricorrono a rivisitazioni di personaggi archetipici, come Ran di Kurosawa, che scomoda il Re Lear di Shakespeare per creare un’epica del Giappone o al Pinocchio nero portato in teatro da Marco Baliani. Personaggi letterari, mitologici, fiabeschi, così radicati nell’immaginario collettivo da poter essere “presi in prestito”, riscritti, rivisitati, riplasmati, per veicolare messaggi nuovi, spesso molto diversi dalla storia originaria.

Todd Phillips fa esattamente questo, ma per farlo ha scelto Joker. Non Ulisse, non Cappuccetto Rosso, non Otello, ma Joker.

Qui sta lo spartiacque culturale, una piccola ma importantissima rivoluzione. Questo Joker archetipizzato non prende vita in un volume a fumetti, medium che permette una maggiore sperimentazione avendo un pubblico enorme ma molto fidelizzato e settorializzato. Todd Phillips – conformemente al suo mestiere di regista – si permette di portarlo al cinema, mettendolo a confronto col grande pubblico, quello immenso, quello di massa.

Di sicuro ha avuto la strada spianata dall’iconicità dei già citati predecessori Nicholson e Ledger, nonché dal lavoro fatto con il Marvel Cinematic Universe, un fruttuoso filone cinematografico che da circa dieci anni ha ridotto di moltissimo le distanze tra fumetto e cultura pop, basti pensare che prima degli Avengers molti spettatori “non fumettari” avrebbero fatto fatica a ricordarsi di che colore è la corazza di “Iron man”.

Nessuno finora aveva però mai osato prendere un personaggio dei fumetti ed elevarlo ad archetipo, raccontandolo in un film totalmente estraneo alle dinamiche narrative e produttive di un cinecomic. Perché Joker è in tutto e per tutto un film d’autore. Il suo successo ha dimostrato che questa coraggiosa sfida è stata vinta.

L’auspicio è che questo possa essere l’inizio di una nuova “fecondazione” dell’immaginario collettivo da parte del mondo fumettistico e che Joker dia il via a inedite e sempre più nobili commistioni tra il fumetto e le altre arti. Magari chissà da qui a dieci, venti, trent’anni potremmo ritrovarci seduti nella platea di un teatro accanto a uomini eleganti e signore impellicciate ad applaudire un consumato attore che declama un monologo nelle vesti di Bruce Banner.

Detto così suona un po’ fantascientifico, persino un po’ weird.
Eppure chi scrive, un po’ ci spera.

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