Jens Harder: lo storiografo della nona arte

Jens Harder: lo storiografo della nona arte
Alla scoperta di un autore ambizioso, da anni impegnato in un folle progetto: illustrare 14 miliardi di anni di storia dell’universo.

harder-immagine1 nasce nel 1970 a Weißwasser/Oberlausitz, città-cemento di appena quindicimila anime in quella che, all’epoca, veniva ancora chiamata la “Zona”. Trascorre l’infanzia e gran parte della sua adolescenza nel clima rigido della Germania dell’Est a pochi chilometri dalla linea Oder-Neiße che segna con la Polonia. E quando nei primi anni ‘80 il governo comunista della Repubblica Popolare Polacca instaura la legge marziale, per il giovane Harder diventa impossibile persino recarsi nel paese vicino. Non gli resta che un’unica via di fuga all’austera vita in Alta Lusazia, ed è l’immersione nella lettura. Ed è così che ai romanzi di fantascienza e avventura affianca ben presto, ispirato dal padre che si dedica alla pittura, la passione per il disegno.

Sebbene siano pochi i fumetti reperibili nella D.D.R (oltre a Mosaik, che racconta le gesta dei Digedag capaci di viaggiare nel tempo e nello spazio, si riuscivano a reperire alcuni successi dell’ Occidentale come e Mortadello e Filemone) Harder prova sin dall’adolescenza a cimentarsi con la letteratura disegnata ma con risultati che ne frustrano le ambizioni convincendolo, per il momento, ad abbandonare.
Ciò che della sua infanzia costituirà bagaglio fondamentale per la futura carriera artistica sono però, più che le peripezie dei Digedag, l’interesse per mostre e libri sulla paleontologia e quelle ripetute visite al Parco dei dinosauri di Kleinwelka vicino alla sua città natale.

La svolta avviene nel 1990 quando, terminato il servizio militare, Harder decide di trasferirsi a Berlino. A differenza di Weißwasser, Berlino è una città in continuo fermento, multiculturale e al tempo stesso di una bellezza moderna e decadente. Una città in grado di offrire divertimento ma anche pace. Il Muro è caduto aprendo così al decennio di massimo sviluppo interno dell’Unione Europea. Siamo nel 1996 e Harder inizia a seguire i corsi di graphic design del Kunsthochschule Berlin-Weißensee, riscopre la passione per i fumetti e decide (1999) di fondare insieme a quattro compagni di corso un collettivo denominato Monogatari (dal genere letterario della tradizione giapponese contraddistinto da una narrazione in prosa paragonabile all’epica) che si distingue da subito per interessanti reportage a fumetti.

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Già da queste sue prime opere Harder mostra un peculiare approccio alla materia del fumetto preferendo alla narrazione tradizionale uno stile “saggistico” che fa di luoghi, atmosfere e tradizioni i temi portanti di un viaggio alla scoperta di una città, della gente che la abita e inevitabilmente dell’essere umano. Perché ciò che accomuna l’opera di Harder è l’esplorazione di temi universali a partire dal particolare. Un particolare che può essere un luogo ma anche un determinato momento storico. I suoi reportage sono un mosaico di riflessioni su aspetti che richiamano psicologia e credenze popolari sempre con un occhio rivolto all’arte e al corso della storia. Lo schema narrativo è ostico alla lettura, sembra procedere a scatti, delegando la responsabilità della narrazione al lettore, invitato, mediante il ricorso a morphing e sequenze cinematografiche (ma evitando zoom e movimenti di camera), a riempire lo spazio bianco di transizione tra le vignette. In una fase in cui il fumetto è ancora intrattenimento e stenta a guadagnarsi un riconoscimento artistico lo stile di Harder risulta “respingente”. Le sue opere si rivolgono ad un pubblico più avvezzo alla letteratura ergodica che alla forma convenzionale del fumetto e faticano a trovare editori disposti ad assumersi l’onere della pubblicazione.

leviathan-1Non sorprende che le prime tavole di Harder apparse sulla nostra penisola siano state esposte al Goethe-Institut di Napoli (una mostra organizzata da nel 2015). Non c’è autore la cui opera possa adempiere a un ruolo didattico più di quella di Harder. E se il Goethe-Institut (che ha sede a Monaco) ha scelto proprio i suoi fumetti per promuovere la lingua tedesca nel mondo, non così lungimiranti sono stati gli editori, che in Germania nel 2003 si rifiutano di pubblicare Leviathan obbligando Harder a rivolgersi all’editore francese Editions de l’An 2. Ed è proprio quest’opera a permettergli di ottenere un insperato successo di critica coronato nel 2004 dal Premio Max e Moritz per il miglior fumetto in lingua tedesca.

In Leviathan Harder mette in scena una metafora dell’ideologia, della religione e dello stato, assumendo un enorme cetaceo a testimone della storia presente e passata. Un lungo viaggio silenzioso in compagnia del Leviatano, un mostro mitologico associato alle grandi catastrofi umane. Introdotto in veste di predatore ‘alfa’ di una catena alimentare che pesca dalle tavole del famoso biologo tedesco Ernst Haeckel così come da miti e leggende di mare (vedi il Kraken) il Leviatano è spettatore privilegiato dell’affondamento del Titanic, dei giorni da incubo dei sopravvissuti sulla zattera della Medusa, ma è anche responsabile dell’affondamento della nave Pequod (come lo fu Moby Dick) e rappresenta egli stesso, in tavole dal forte significato allegorico, la vetta Ararat su cui la tradizione europea e la maggior parte del cristianesimo occidentale pongono lo sbarco dell’arca di Noè.

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Harder si diverte a fare del suo Leviatano una sorta di ponte tra diversi flussi narrativi suddivisi in capitoli e introdotti da citazioni prese dalla Genesi, dal Moby Dick di Herman Melville, da La Ballata del vecchio Marinaio di Samuel Taylor Colridge e infine dal Leviatano di Thomas Hobbes. E di quest’ultimo riprende anche lo stile grafico che ha il sapore dell’incisione d’epoca. Evidenti i richiami ad Abraham Bosse, incisore francese del XVII° secolo, autore del frontespizio alla prima edizione dell’opera di Hobbes. Harder si affida a un bicromatismo dai toni freddi e modifica il suo stile a seconda dell’epoca in cui si svolge la storia. Nel primo capitolo il tratto è più ingenuo richiamando le figurazioni stereotipate, statiche e ieratiche della pittura medioevale, anche la prospettiva è schiacciata dando la sensazione di osservare la Carta Marina dell’arcivescovo umanista Olao Magno (impressione acuita dai riferimenti topografici). Quando gli eventi sono più prossimi al presente la sua tecnica si fa più realistica, più attenta ai dettagli, con un maggiore contrasto cromatico che accentua la profondità prospettica. Scomodando un parallelo artistico diremmo che da Olao Magno il testimone di riferimento passa a Gustav Doré.

Harder dimostra una conoscenza enciclopedica della fauna marina scendendo fin nelle profondità degli abissi (suggerita da un’inversione dei colori in negativo) regalando al lettore, grazie ad un uso intenso e dinamico del tratto, la sensazione dei movimenti acquatici del nutrito bestiario. Ma chi è in fondo il Leviatano? Harder in questo sembra collegarsi direttamente all’opera di Melville: nell’imponente figura del cetaceo si nasconderebbe Dio stesso che non risparmia, nella sua furia distruttiva, sommergibili da guerra e piattaforme petrolifere, ricordando l’impotenza dell’uomo di fronte allo strapotere di madre natura. Un messaggio ambientalista che Harder rivendica quale responsabilità dell’arte che è strumento per mettersi in discussione e porsi interrogativi.“É arrivato il momento di rivedere le nostre opinioni e cambiare rotta, sia nelle piccole cose come il riutilizzo dei sacchetti di plastica, sia nelle grandi cose, come lo smantellamento delle centrali nucleari”.
E questo cambiamento deve necessariamente partire da una sinergia dei mezzi di comunicazione che uniscano i loro sforzi, migliorando l’informazione e spingendo a una democratizzazione dei processi decisionali.

A seguito del successo di Leviathan Harder, appoggiato dall’editore francese Thierry Groensteen, decide di imbarcarsi in un progetto ancora più ambizioso: disegnare la storia dell’universo dal Big Bang fino all’apparizione dell’Homo Sapiens. Un’opera monumentale (divisa in tre tomi) che fornisce non solo uno sguardo sullo stato della conoscenza in merito all’origine del mondo e della vita (che lo avrebbe reso sì di valore educativo ma probabilmente noioso) ma anche un confronto tra le idee e percezioni che si avevano nell’antichità in merito (ad esempio) ai fenomeni naturali, con quelle che si hanno oggi.

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La storia del nostro pianeta diventa quindi storia della nostra conoscenza, di come religione e discipline del sapere hanno contribuito nel corso dei tempi alla nostra visione del mondo. Un viaggio in cui scienza e umanesimo camminano a braccetto come due facce di una stessa medaglia. Alpha: Directions, questo il titolo della prima parte dell’opera pubblicata nel 2009 (a cui seguiranno , nel 2014, e Gamma ancora in cantiere) dà vita quindi a una sinfonia di immagini (spesso ispirate all’opera del pittore ceco Zdeněk Burian che fece da illustratore per le pubblicazioni del paleontologo Josef Augusta) che mescola scienza, religione e mitologia senza ovviamente dimenticare un certo gusto “pop” cui ripiega per mezzo di analogie visive (si veda il movimento delle placche tettoniche paragonato ad un cubo di Rubik).

Ed è proprio nel ricorso all’espediente dell’analogia visiva per richiamare significati più profondi che il lavoro di Harder ricorda la trilogia cinematografica/ambientalista qatsi di Godfrey Reggio. Anche in questo caso un’opera silenziosa (senza dialoghi) che attraverso un collage di filmati si propone di raffigurare lo sviluppo della civiltà umana. L’opera di Harder ne rappresenta un ideale storyboard potendo però contare sulle infinite possibilità date dalle tecniche di disegno in termini di rappresentazione rispetto a quelle più limitate dell’obiettivo di una telecamera. E mentre Alpha: Directions prende in esame la storia dal big ben all’apparizione dell’uomo, , che per la lunghezza è stato suddiviso in due volumi (del secondo si attende ancora la data di pubblicazione), racconta invece la storia dell’umanità dalla sua comparsa siano ad oggi. L’ultimo volume, Gamma, narrerà invece di un ipotetico futuro provando ad immaginare dove ci porterà la tecnologia e se il pianeta Terra riuscirà a sopravvivere a quel mostro che oggi chiamiamo ‘progresso’.

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A noi, per il prossimo futuro, non resta invece che sperare nella realizzazione della promessa fatta da a 2019: la pubblicazione di Alpha: Directions anche qui in Italia. Perché di artisti coraggiosi come siamo sempre affamati, perché per parlare delle sue opere basterebbe citare Dan Evans: “Nell’arte tutto è, o dovrebbe essere, un esperimento. I capolavori sono esperimenti riusciti”.

 

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